C’è qualcosa che non torna…(e un augurio).


Solo qualche  spunto sulle ultime discussioni .

Nulla da dire sulla lunga perorazione di Pietro Giordano e non solo – circa i termini generali di una moderna cultura delle relazioni sindacali e di lavoro storicamente ascrivibile alle scelte della Cisl: autonomia, centralità della contrattazione, partecipazione,  bilateralità ecc. (che “dovrebbero cominciare a guidare anche il PD”).

Magari, e proprio in tale direzione avrei valorizzato qualche non piccola differenza  fra le numerose esperienze di accordi tripartiti in materia: perché non è che si possano del tutto assimilare ad un unico modello il lodo Scotti-Tarantelli 1982 che portò all’abolizione del punto unico di scala mobile confermato dal Craxi di San Valentino ’84, con quelli di Amato ’92, Ciampi-Giugni ’93 e patto di Natale D’Alema ’98, sino ai più recenti, e taciuti, patti per l’Italia Berlusconi-D’Amato-Pezzotta 2002, e nuovo modello contrattuale Sacconi-Marcegaglia-Bonanni 2009 (dopo l’intermezzo immobilista Montezemolo-Epifani e la controriforma delle pensioni Prodi-Damiano 2007).

Perché il punto sta proprio qui, nell’alternanza/alternativa fra scambio neocorporativo fra bassi salari e bassa produttività in un contesto di rigido controllo sociale sull’organizzazione del lavoro, e coraggiose rotture “in avanti” di quel modello mediante la condivisione fra le parti di nuovi percorsi di flessibilità, investimenti e crescita “con chi ci sta”.

Ora, che Orfini “sarebbe lieto se nel Pd gli eredi della tradizione cattolico-democratica battano un colpo” su queste questioni, in realtà non meraviglia affatto,  la cultura neocontrattualista della Cisl venendo di fatto tradita, a dispetto delle origini (Romani e Pastore), proprio dalla successiva torsione, in larga parte contigua alle suggestioni ideologiche di certa sinistra, imposta a quella tradizione dalla componente che dell’etichetta “cattolico-democratica” si è particolarmente fregiata, a torto o a ragione, e con maggiore accentuazione dalla nascita dell’Ulivo. Ed alla quale non a caso si rivolge oggi Orfini: i più intransigenti guardiani ed oppositori – in nome dell’idolatria statalista e del patriottismo costituzionale – di qualsivoglia approccio pragmatico e riformista in campo istituzionale e sociale e persino rispetto ai timidi tentativi di evoluzione della componente post-comunista sia pure alquanto affetta dal solito tatticismo (si risalga con la memoria al coraggioso programma di D’Alema al congresso Pds del 1997 – ed alle reazioni della Cgil – non a caso immediatamente abortito  nel pletorico, e inutile, Patto di Natale dell’anno dopo).

E’ peraltro comprensibile – su queste pagine –- che si continui tartufescamente a tacere, nei volenterosi e interessanti dibattiti degli ultimi giorni,  ciò che è palese a qualsivoglia osservatore non fazioso, e che si riassume nella domanda:  è vero o no che i termini generali di quella moderna cultura riformista e delle relazioni sindacali richiamati hanno trovato, volenti o nolenti, e pur tra mille contraddizioni, le più solide sponde e sostegni per lo più nei governi “moderati” e di centrodestra, rispetto a quelli di centrosinistra??? (ostaggi non della Fiom, oggi comodo bersaglio, ma piuttosto  della CGIL tutta intera)???

Il problema, forse insolubile, sta proprio in questo spiazzamento, subìto finora dalle componenti più aperte e coraggiose che si ascrivono all’ala “liberal” del PD – e in essa dei nuovi “demo-devoti”, poliarchici reduci da Reggio Calabria – ahimè destinate a rimanere del tutto minoritarie in quel campo, e non esenti esse stesse da qualche contraddizione nel campo delle politiche sociali medesime, per non dire del tema dei rapporti con l’ordinamento giudiziario e in esso del ruolo esercitato dalla magistratura politicizzata (e proprio in tema di lavoro…).

A meno di non uscire finalmente allo scoperto, e correre in salita, con ben altro però da appelli, articoli e iniziative frondaiole e cripto-movimentiste, che non salvano l’anima se restano politicamente improduttive. Ed a costo di scomposizioni e nuove “ricomposizioni”, magari rischiose dal punto di vista di certo dogmatismo politologico, ma catalizzatrici di nuovi e inediti scenari.

E’ l’augurio per il 2011.

15 Comments

  1. stefano ceccanti ha detto:

    Moderati? Quel tremonti che mesi fa diceva che bisognava prima di tutto modificare l’art 41 della costituzione per creare un diversivo? Ognuno ha i suoi benaltristi

  2. Carlo Riviello ha detto:

    mah, è questo tuo commento a sembrare un diversivo, Stefano, che c’entra il 41 cost.?
    potrei citare altro, od altri, ma non è questo che interessa.
    e sai molto bene piuttosto che coltivare certe ambizioni e progetti – del tutto ragionevoli e condivisibili dentro la moderna visione riformista quale andate propugnando da minoranza del PD – porta diritti e proprio in…”ben altro” luogo, che non sarà certo il tremontismo, per carità, ma tanto meno quello da te e altri attualmente abitato.
    se no è fuffa.
    e al dunque gli elettori non la bevono, perchè alle pur intelligenti (ma tartufesche) copie, in genere preferiscono gli originali.
    auguri.

  3. stefano ceccanti ha detto:

    Vogliamo allora ripartire che so dal berlusconi che sabota i referendum del 99?

  4. Alessandro Canelli ha detto:

    Condivido la identificazione del profilo del “cattolico-democratico” con quello indicato da Riviello e che nella testa di molta sinistra coincide con quella parte di cattolici allineati all’agenda politica della sinistra intesa in senso stretto, sia sotto il profilo politico-sociale che sotto il profilo “etico”.
    Il guaio dell’isolamento del neo-cattolico liberal-poliarchica che dir si voglia è che nasce e cresce in una situazione in cui l’associazionismo cattolico non conservatore era già stato mobilitato dai cattolici democratici di cui sopra, spesso figli degli ultimi anni ’70 per cultura e militanza.
    A fronte di un raffreddamento progressivo verso la mobilitazione della parte meno leftista del cattolicesimo non conservatore, con progressiva deriva verso l’astensionismo, e dell’attendismo politico delle dirigenze delle associazioni, a chi si rivolgono come basi i nuovi catto-lib-poliarchici?

  5. stefano ceccanti ha detto:

    A carlo, si potrebbe anche richiamare per arrivare più’ vicini a noi, la teoria tremontiana per cui durante la crisi non si fanno riforme; 2 ad alessandro non ritengo utile un’iniziativa separata per i cattolici per chi vuole il 22 c’e’ il movdem al lingotto

  6. Luigi Marattin ha detto:

    UNA NOTA CHE HO INSERITO POCHI GIORNI FA SUL MIO PROFILO FACEBOOK, PER CHI HA VOGLIA E PAZIENZA DI LEGGERLA.

    Il dibattito pubblico del nostro Paese sembra da un po’ di tempo impaludato in un gioco pericoloso: quello che indirizza tutte le energie e gli sforzi verso l’individuazione del nome del colpevole, indipendentemente dal contesto. E’ come se durante una guerra, nel bel mezzo di una battaglia feroce e cruente in cui piovono bombe, colpi di mortaio e di artiglieria, gli sforzi siano indirizzati a trovare il nome del soldato che ha sparato un determinato colpo. Dimenticandosi del fatto che, se quel soldato è stato tragicamente costretto a sparare (azione deplorevole, per me e per tutti quelli che amano la pace) è perché qualcuno ha fatto scoppiare la guerra ed è incapace di fermarla.

    Uscendo dalla metafora, e arrivando direttamente al punto, personalmente credo che molti degli errori di politica economica e sociale di questi ultimi mesi siano stati favoriti dall’ormai trentennale incapacità della classe dirigente del Paese (politica, ma non solo) di leggere i fenomeni, comprenderne le criticità, elaborarne soluzioni, adeguarsi al cambiamento in maniera attiva e non passiva. In una parola, governare una società complessa e in perenne mutamento.

    Qualche esempio. La riforma (inutile, più che sbagliata) dell’università ha creato tanti problemi anche e soprattutto per l’atteggiamento nei confronti degli attuali ricercatori a tempo indeterminato, che hanno retto gran parte del sistema negli ultimi tre decenni con stipendi inferiori a quelli degli operai di Mirafiori e che ora vengono neanche troppo elegantemente messi in esaurimento da un Ministro che non ha mai dovuto dimostrare i propri meriti nella vita. Perlomeno non quelli professionali. Il motivo di tale corto circuito sta nel fatto che il DPR 382 del 1980 (l’ultima vera riforma del reclutamento del corpo docente) prevedeva una cosa. E la prassi a cui erano costretti gli Atenei ne ha generata un’altra, totalmente differente. In trent’anni, la classe politica non è stata in grado di adeguare la legislazione alla prassi, intervenendo per tempo per assicurare coerenza del sistema e per iniettare graduali ma continue dosi di meritocrazia nel sistema. Quella vera, non quella per slogan.

    Qualche settimana fa è stata promulgata una classifica che non può non aver sconcertato chiunque abbia anche solo minimamente a cuore questo Paese. Nel decennio che si conclude tra poche ore, in quanto a capacità di crescita solo Haiti ha fatto peggio dell’Italia, nel globo terracqueo. In economia, come in tanti altri campi, i fenomeni strutturali vengono da lontano. Questo – incredibile anche solo a ripeterselo – primato negativo è la conseguenza di un Paese che non ha voluto né il coraggio né la capacità di comprendere le determinanti della sua capacità di generare reddito, nel trascorrere del tempo. Negli anni Cinquanta e Sessanta il nostro reddito veniva dalla trasformazione da paese agricolo a paese industriale; qualcosa di simile a quello che sta avvenendo ora in Cina, India e Brasile. Negli anni Settanta abbiamo creato crescita con la svalutazione e l’inflazione, negli Anni Ottanta col debito pubblico. Negli Anni Novanta, con l’ingresso nell’euro, non abbiamo potuto usare né svalutazione, né inflazione, né debito pubblico. Da allora abbiamo smesso di crescere. Una classe dirigente responsabile avrebbe dovuto comprenderlo, e porre le basi per una completa ristrutturazione del nostro sistema economico. Ridurre la dipendenza dell’economia privata dalla spesa pubblica, che avrebbe dovuto invece essere indirizzata alla costruzione di un serio e moderno sistema di welfare. Riformulare un nuovo patto sociale, che preveda con le imprese lo scambio “zero incentivi a pioggia, meno tasse ma tolleranza zero sull’evasione”, con i lavoratori “più flessibilità ma salari più alti”, con gli enti locali “più autonomia e risorse, ma più responsabilità”. Niente di tutto questo è stato neanche mai abbozzato. Aldilà del penoso spettacolo della politica negli ultimi mesi, è questo il più grande fallimento della Seconda Repubblica.

    Potrei continuare (la vicenda rifiuti non è colpa di Bassolino o di Caldoro, ma di un sistema politico che non ha saputo – né lontanamente voluto – emanciparsi dal connubio con la camorra; il disastro della scuola e delle insegnanti che fanno la colletta per comprare la carta igienica e i gessi non è colpa di un ministro – della cui incapacità sono assolutamente certo – ma di un sistema che ha visto la scuola non come investimento nel futuro ma come ammortizzatore sociale), ma preferisco arrivare al punto. La vicenda Pomigliano/Mirafiori non è colpa di Marchionne, né della FIOM. E’ colpa di un sistema che nei quarant’anni trascorsi dallo Statuto dei Lavoratori (o se preferite, dai quasi venti dell’accordo del 1993) non è stato in grado di varare una legge sulla rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro. Non mi interessa partecipare alla speculazione sul nome del colpevole (la Cisl e la Uil, la stessa CGIL, Confindustria, il sistema delle piccole imprese, la borghesia tardo-agraria italiana, la politica); rilevo solo che è la mancanza di quella legge – che ancora una volta rende l’Italia unica nel panorama del mondo occidentale – ad aver scatenato Pomigliano prima, e Mirafiori poi. In entrambe queste vicende, infatti, ho avuto la sgradevole sensazione che l’opposizione della FIOM non sia tanto sulle condizioni di lavoro (la nuova disciplina sui turni e le nuove disposizioni contro l’assenteismo)….nella vicenda Pomigliano fu detto esplicitamente, ora – su Mirafiori – viene detto in maniera più velata. Del resto, persino la FIOM sa benissimo che incentrare su quei due fattori l’intera campagna per il “no” sarebbe insostenibile: la disciplina sui turni e sulla pausa è la stessa che vige in tutta Europa e oltretutto viene compensata da sostanziosi aumenti retributivi. Inoltre, a voler leggere l’accordo senza fermarsi agli slogan e ai “sentito dire” , ci si accorge che la questione-assenteismo è stata notevolmente ammorbidita e ora fornisce ai lavoratori onesti tutte le coperture possibili. Il vero motivo dell’opposizione della FIOM agli accordi di Pomigliano e Mirafiori risiede nella disciplina della rappresentanza sindacale. Non a caso, persino il PD (nell’incredibile confusione di posizioni degli ultimi sei mesi) ha capito che è questo il punto cruciale della questione. Che viene accortamente occultata da una cortina fumogena di slogan, dichiarazioni (e narrazioni) poetico-sentimentali, richiami della foresta e proclami, a cui i meno furbi abboccano come pesci in una riserva di pesca. Uscendo dal sistema del contratto collettivo nazionale, e richiamandosi all’art.19 dello Statuto dei Lavoratori (e non quindi al Manifesto della Razza), la FIAT crea una situazione per cui all’interno della fabbrica saranno presenti le RSA (Rappresentanze Sindacali Aziendali), e non le RSU (Rappresentanze Sindacali Unitarie). Quella vocale finale fa una grossa differenze: mentre le RSA sono formate unicamente dai sindacati che hanno sottoscritto l’accordo, le RSU sono formate dalle organizzazioni che raccolgano almeno il 5% dei voti tra i lavoratori. Costoro, una volta elette, possono proclamare uno sciopero con valenza su tutti i lavoratori. Facciamo un esempio. In una fabbrica con 3000 operai, vi sono quattro organizzazioni sindacali, che chiamiamo A, B, C, e D. Alle elezioni per le RSU vanno a votare in 2000 lavoratori: il sindacato A ottiene il 45% dei voti, B il 35%, C il 15% e D il 5%. Probabilmente, D avrebbe ottenuto solo il 3% di voti, ma il rimanente 2% è stato gentilmente prestato dal sindacato A, a lui politicamente vicino. La dirigenza propone alle RSU un contratto aziendale, che i sindacati A, B, e C (che rappresentano il 95% dei lavoratori) approvano. L’accordo viene sottoposto ad un referendum tra i lavoratori, che passa col 75% dei consensi. Ebbene, nella situazione attuale, il sindacato D (che ha raccolto 60 voti), ha il potere di bloccare l’accordo e di proclamare scioperi a ripetizione, a cui tutti i lavoratori possono aderire.

    Agli amici che in questi giorni si scaldano tanto, rivolgo una semplice domanda. Tale situazione è a vostro avviso quella che maggiormente tutela (in ordine decrescente di importanza) la democrazia sindacale, l’occupazione, lo sviluppo? Disciplinare tutto ciò, consentendo alla coalizione sindacale che rappresenta la maggioranza dei lavoratori il potere di validare gli accordi con valenza erga omnes, ha davvero qualcosa a che vedere con i deliri sulla violazione della Costituzione e dei diritti dei lavoratori ?

    Il problema nasce da qui. L’incapacità della classe dirigente (le parti sociali in primo luogo, e poi la classe politica) di porre rimedio a tale situazione ha generato la forzatura di Marchionne, perché di tale indubbiamente si tratta. Un sistema incapace di autoriformarsi, deve attendersi prima o poi una forzatura pericolosa. La quale, se dovesse fallire nello scopo di “forzare” il sistema ad una riforma e dovesse invece diventare il “tana libera tutti” delle relazioni industriali, sarebbe oggettivamente inaccettabile e pericolosa per lo stesso sviluppo economico del Paese.

    Ma non c’è nessun eroico ispettore di polizia che raduna tutti nella sala da pranzo e, con un colpo di teatro, svela il colpevole, che sia il fratello della vittima, l’amante, il maggiordomo. Che indossi il maglioncino o la tuta blu. Che faccia discorsi politici o suggestive narrazioni. Su cui scaricare tutte le ire e le invettive dei presenti, magari riesumando vecchi slogan o gettando le basi per il gesto di qualche testa calda.

    Il colpevole c’è, eccome. Ma, come nell’Assassinio sull’Orient Express, sono tutti i protagonisti della vicenda. Il colpevole è un Paese che da decenni ha abdicato al compito di governare, preferendo dedicarsi ad altro.

  7. Alessandro Canelli ha detto:

    Non voglio iniziative separate
    Ma mi pare che qui si faccia sempre accademia in assenza di base
    Il che va bene per Diotallevi a cui la base nella sua attivita’ con le settimane e’ “garantita” ma per dei politici mi pare poco sano democraticamente parlando.

  8. Carlo Riviello ha detto:

    Non era e non è mio intento, tanto meno interesse, figurarsi, polemizzare sul c.d.” Tremontismo”, sulla sua filosofia, sui suoi meriti e limiti, sul tasso di (“ordo”?) liberalismo o piuttosto di statalismo (di ritorno) che da più parti gli si addebita – con più o meno arbitrio o fondamento: si potrebbero citare l’”invenzione” del 5×1000 o l’efficacia della linea di disciplina finanziaria tenuta negli ultimi anni e unanimemente riconosciuta dall’UE – ma sarebbe inutile.

    Nemmeno credo sia questa la sede di una ricognizione storica della promessa rivoluzione liberale, più tradita che mantenuta, negli anni dei governi Berlusconi. Chi mai potrebbe negare il fallimento di tante “illusioni” ? (basti leggere da ultimo il Monti odierno sul Corsera, che tuttavia riconosce guarda caso nella riforma Gelmini – assieme a quella imposta da Marchionne nelle relazioni industriali – un passo avanti non da poco nel campo dell’ istruzione e dell’università).

    Poi, al netto di personali preferenze elettorali – che si sono distribuite negli ultimi 15 anni in termini equamente bipartisan – non mi sento fortunatamente così coinvolto dalla polemica quotidiana da Transatlantico o da tackle di agenzia – come potrei, non campando di politica? – e se domani l’offerta muterà, si sarà pronti, come tanti, a valutarla serenamente per quello che è, e per le persone che la incarneranno (Te e…compagnia compresi, caro Stefano).

    Mi pareva soltanto che il punto della discussione sviluppatasi negli ultimi giorni sul blog, e da ultimo nel post di Pietro Giordano in risposta alla polemica intra-PD sollevata dall’articolo di Orfini, vertesse sulla materia, ben circoscritta ancorchè strategica, delle relazioni di lavoro e industriali e che – sgombrando il campo da qualche equivoca interpretazione di comodo quale a volte ricorre nei pur proficui confronti landiniani – si potessero registrare ampie convergenze sul diverso atteggiamento, e sui principi ispiratori, delle varie forze in campo, innanzitutto sindacali, rispetto ai mutamenti epocali cui siamo di fronte, secondo condivise opzioni riformiste.

    Dopodichè, nel quadro delle esperienze di negoziati tripartiti e di modelli contrattuali, viene all’inevitabile attenzione anche quello, non indifferente né irrilevante (nel sistema italiano in particolare), delle forze politiche, di opposizione e di governo, e del “sostegno politico” in termini di riforme del lavoro al libero gioco degli attori sociali, nel combinato di negoziati triangolari, fonti contrattuali derivate, e necessarie iniziative legislative. E qui casca l’asino e scoppia la rissa (e di solito ci scappa il morto).

    Non starò, se non sommariamente, a ricordare di nuovo qui e dettagliare eventi e sequenze, talora tragiche e vissute in parte anche di persona, dal canto del cigno del Governo Prodi 1997 – Patto sul Lavoro e pacchetto Treu – in poi: Libro Bianco sul Lavoro e riforma Biagi 2001-2003 passando per il Patto per l’Italia 2002 a firma di tutti tranne CGIL – riforma previdenziale Maroni 2005 sotto Berlusconi; successiva abolizione dello scalone (10 mld di €uro di risparmi previsti) con il protocollo welfare 2007 (a sostanziale conferma, peraltro, della validità dell’impianto della legge Biagi) e contestuale abbandono del tavolo di riforma del modello contrattuale da parte di CGIL (e “resa” di Confindustria di Montezemolo), sotto Prodi/Damiano; ripresa dei negoziati e varo del nuovo modello contrattuale nel 2009 – introduzione degli sgravi fiscali sul salario di produttività, completamento della riforma Biagi con estensione della Cig in deroga – completamento della riforma previdenziale con aggancio alle aspettative di vita – e Legge collegato lavoro sotto Berlusconi/Sacconi/…Tremonti (cronaca d’oggi), per convenire sul dato storicamente oggettivo che ha visto le più convinte sponde alle difficili scelte del sindacato riformista, contrattualista, sussidiario, bilateralista (poliarchico?), nei ministri e nei governi di centrodestra.

    Non si tratta qui di portare acqua a nessuno, né di negare contraddizioni, torti, e ragioni, “persino” della Fiom. Ma di fare analisi semplicemente veritiere, su vicende non esenti da più di un paradosso (fra i tanti che attanagliano il Partito Democratico anzitutto). E che sono ampiamente riconoscibili in quelle, ben più autorevoli, degli osservatori non faziosi sulla stampa di ogni giorno, o nella saggistica più avveduta, e non necessariamente di estrazione “moderata”. O sul Landino stesso, magari con maggior “pudore” di questa mia.

    Poi, su questi ed altri temi, dal 22 gennaio prossimo saremo tutti ben lieti di sentire e di parlare del mitico “Lingotto2” – dopo Reggio Calabria ? – e con soddisfazione universale. Soprattutto se, alle solite tirate d’insostenibile levità buone per incantare “le ragazze ed i ragazzi” (e alle già viste, repentine e opportunistiche marce indietro), seguiranno fatti e scelte che finora son mancati: ma quelli duri, sanguinosi, davvero coraggiosi.

    Rinnovati auguri.

  9. stefano ceccanti ha detto:

    E infatti ci stiamo lavorando ma non puoi dire che il documento dell’altro giorno non fosse chiaro

  10. Stefano Ceccanti ha detto:

    postilla: scusa Carlo, però sarebbe utile se tu che ne sai più di me ci spiegassi come funziona la legge sulla rappresentanza sindacale nel pubblico voluta da Bassanini e D’Antona nel 1998 perché secondo me quella dovrebbe essere una delle piccole ma non insignificanti novità di quadro. A me risulta funzioni, ma attendo tuoi commenti

  11. Carlo Riviello ha detto:

    leggo solo ora la tua postilla.

    La questione, che vidi affrontare dal compianto (amico) D’Antona alla Funzione Pubblica – appunto con Bassanini Ministro dell’ (ottimo) Governo Prodi ’96 -‘97 – per ritrovarlo successivamente all’opera al Ministero del Lavoro – con Bassolino Ministro del Governo D’Alema – è in effetti interessante allorchè se ben ricordo era fra l’altro allo studio proprio la possibilità di estendere analogo regime al lavoro privato (opera “interrotta”, come sappiamo, il 20 maggio 1999 in via salaria).

    E proverò a risponderti facendo modesta sintesi di qualche inevitabile tecnicalità, sul punto specifico del perché quell’ipotesi di estensione non costituirebbe comunque la soluzione ideale.

  12. Carlo Riviello ha detto:

    Stefano, rispondo alla tua postilla, e fors’anche ad altri, in (estremissima) sintesi così.

    Il regime delle r.s.u. nel pubblico impiego – introdotto dal DL 29/93 – viene ridisegnato e successivamente modificato nel 1997 (dal dlgs. 396) e nel 1998 (dlgs 80), nonché dall’accordo Cgil-Cisl-Uil del 1997 e dal CCNQ del 1998, con i quali si stabiliscono criteri certi per la misurazione della rappresentatività sindacale ai fini della contrattazione collettiva e delle prerogative sindacali.

    Le r.s.u. sono distinte dalle r.s.a (art. 19 Statuto Lav) e si configurano come sostitutive di queste, non essendo previsto un rapporto organico tra associazioni sindacali e rappresentanze, che pertanto non prevedono vincolo di mandato a carico degli eletti.

    La legittimazione a contrattare viene attribuita alle associazioni dotate di una “rappresentatività non inferiore al 5%, considerando a tal fine la media tra il dato associativo e il dato elettorale”. Il primo scaturisce dalla % delle deleghe per il versamento dei contributi sindacali rispetto al totale delle deleghe rilasciate nell’ambito considerato”.

    Se il sistema cosi sommariamente descritto ha dimostrato in qualche modo di funzionare – in una realtà come quella della P.A. “privatizzata” ove più che altro si dovrebbe cominciare a “riguadagnare” il criterio civilistico dei poteri del “privato datore di lavoro” (la successiva riforma Brunetta sarà costruita su questo assunto, non estraneo allo stesso D’Antona) – laddove si pensi a un’estensione (evidentemente per legge) delle suddette soluzioni al settore privato si dovrebbe tener conto di un paio di obiezioni.

    Un organismo – istituito per legge – diverso delle r.s.a. nelle pp.aa. potrà pure rispondere a certe peculiarità del settore, ma contraddice l’esigenza essenziale di “autonomia” dell’ordinamento sindacale.

    Allo stesso modo, la regola della commistione fra criterio elettorale e numero degli iscritti sopra descritta, se pure ha dimostrato una certa efficienza nel selezionare la rappresentatività minima per sedersi ai tavoli, altrimenti pletorici, di contrattazione nel pubblico impiego, è assai discutibile sotto il profilo del meccanismo della delega per la trattenuta periodica della quota sulla busta paga, essendo venuto meno quest’ obbligo del datore con il referendum del 1995, per cui un controllo introdotto per legge dovrebbe avvenire in forme necessariamente più intrusive sull’associazionismo, e favorirebbe, fra l’altro, prassi deleterie di tesseramenti al ribasso (…).

    Dopodichè, una legge che – in costanza della norma dello Statuto che continua pur sempre a consentire la costituzione di r.s.a. in ognu unità produttiva – facesse rivivere la norma abrogata dal referendum del 1995 (chè di questo si tratterebbe, quando la s’invoca) in favore dei “sindacati più rappresentativi a livello nazionale” a prescindere dalla firma del contratti aziendali, si porrebbe fuori dalla linea di una sana e libera concorrenza sindacale sul mercato (del lavoro).

    Basterebbe applicare, in realtà, il documento interconfederale Cgil-Cisl-Uil del 2008 e che adottava il criterio del 51% dei consensi per la validità degli accordi. Se rimane sullo sfondo il problema “costituzionale” dell’estensione erga omnes dei contratti, l’accordo rimane preferibile e costituirebbe pur sempre una cornice (cui far seguire, al limite e solo in un secondo tempo, un intervento legislativo che lo generalizzasse).
    E ferma restando la centralità della contrattazione – che di fatto ha ormai superato il criterio della “categoria” presupposto dal sistema del 39 cost., non a caso rimasto largamente inapplicato

    Certo, non mi nascondo il problema che sorge in una congiuntura come l’attuale ove prevale sempre più spesso il dissenso tra le maggiori organizzazioni, con conseguente negoziazione e firme separate dei contratti ai vari livelli: ma un intervento del legislatore – anche il più “leggero” – rimarrebbe comunque ad alto rischio di lesione dell’autonomia sindacale e comunque non farebbe i conti con il fatto che siamo di fronte, come nel caso della Fiom (solo della Fiom?), ad una opposizione puramente “ideologica”.

    (Postilla mia, a proposito dei compianti: mentre Marco Biagi – che di “destra” non era – è stato onorato e assunto a simbolo dalla c.d. “destra”… D’Antona, uomo interamente di sinistra, non è assurto a simbolo della sinistra, o almeno non di tutta la sinistra.
    Me lo dici cosa c’è che non va, Stefano, a sinistra?)

  13. Pietro Giordano ha detto:

    Non mi sembra ci siano le condizioni sindacal-politiche per proporre il modello RSU in questo momento storico di forte conflittualità tra le OO.SS.
    D’altra parte l’Accordo Mirafiori mette una pietra tombale sull’accordo del ’93 e quindi anche sulle RSU, compromesso l tempo accettato dalla Cisl e dalla Uil, in nome di un bene superiore….
    La Cisl crede ed attua una democrazia rappresentativa, la CGIL una democrazia di mandato, assolutamente incompatibile con la prima. Le RSU furono anche un compromesso, per eliminare anche le piccole sigle, tantissime nel pubblico impiego…
    Ma ripeto, a questo punto credo che anche le grandi associazioni imprenditoriali non sarebbero favorevoli alla riproduzione del modello RSU, allora l’accettarono anche nei settori privati, in quanto così risparmiavano ore ed emolumenti per permessi ed assemblee sindacali.
    Credo che l’accordo Mirafiori risolve alla radice la questione, attraverso la piena applicazione dello Statuto dei lavoratori.

  14. Stefano Ceccanti ha detto:

    ho capito, ma
    1-per ripartire dalla Costituzione la riscrittura del 39 proposta nelle motivazioni del ddl ordinario Ichino (lo ritrovate su http://www.pietro.ichino.it ) vi convince?
    2- può funzionare una logica sussidiria, regole condivise negoziate e se non si risce una legge? Unalegge comunque cedevole se l’accordo viene dopo?

  15. Carlo Riviello ha detto:

    Nella dottrina giuslavorista prevale l’opinione che gli ultimi 3 commi dell’art.39 cost – a tutt’oggi inattuati – restino ancorati ad una concezione superata delle relazioni sindacali, non foss’altro per l’assenza di riferimento a qualsiasi articolazione ulteriore della contrattazione nazionale.
    Dopodichè, se pure le comprensibili, storiche remore ad una regolazione legislativa delle rappresentanze sindacali venissero superate, il criterio di rappresentatività previsto dal 39 e riferito esclusivamente al numero di iscritti, dovrebbe quanto meno lasciare il posto ad un censimento periodico dei consensi espressi (da iscritti e non).
    L’unico principio che meriterebbe di restare in piedi a livello costituzionale essendo quello dell’attribuzione del potere di stipulare contratti collettivi erga omnes solo ai sindacati (o loro coalizioni) effettivamente rappresentative della maggioranza dei lavoratori interessati.
    Ma sul tutto, ci sarebbe sufficiente consenso? prima tra le parti sociali , e poi in Parlamento?
    (…)

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