Antonio Preiti- FIOM: ISTRUZIONI PER ESSERE INDOTTI ALLA SCONFITTA


FIOM: ISTRUZIONI PER ESSERE INDOTTI ALLA SCONFITTA

C’è un volumetto di Paul Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici, che non parla di politica, ma torna molto utile per capire la sottile psicologia collettiva della Fiom. Forse la metafora delle profezie che si avverano è quella che maggiormente si adatta alla psiche della sinistra-sinistra nostrana, di cui la Fiom, se vogliamo dirlo, è incontestabilmente, la sua aristocrazia. D’altro canto lo stesso Marx parlava di aristocrazia operaia, perciò non siamo concettualmente lontano.

Quali sono i meccanismi della psiche collettiva della sinistra-sinistra che portano a capire di più attraverso Watzlawick che attraverso l’analisi sindacale o politica? Perché siamo davanti a una costruzione ideologica da vocazione minoritaria e “sconfittista” da manuale:

Atto primo: costruirsi il nemico più adatto a “onorare” la sconfitta prossima ventura: il contratto sottoposto a referendum è stato firmato da Cisl e Uil, perciò dalle associazioni maggioritarie dei lavoratori. Il referendum ha coinvolto, come ovvio, solo i dipendenti della Fiat, non i suoi fornitori, i suoi azionisti, ecc. e perciò la competizione vera era tra Fiom da un lato e le altre associazioni di categoria che fanno riferimento a Cisl e Uil dall’altro. L’aver scelto Marchionne, perciò il grande capitalista, l’uomo del potere, la montagna più alta da scalare, avrebbe reso la sconfitta più accettabile. Dire di aver perso contro Cisl e Uil sarebbe stato meno eroico, avrebbe maggiormente colpito l’autostima Fiom: farsi sconfiggere dalla grande industria è nella ragione delle cose, farsi sconfiggere dalle altre organizzazioni sindacali sorelle non sarebbe stato ammissibile;

Atto secondo: la variabile indipendente della morale o della superiorità etica. L’aver spostato le questioni dalla loro piana discussione sindacale: turni, orari, paga, organizzazione del lavoro a quella della dignità di chi lavora (come se regole contro l’assenteismo fossero moralmente inferiori alle norme che lo difendono) ha reso il confronto impossibile. Se vogliamo estendere il concetto Fiom potremmo trovare che per un commerciante non è dignitoso vendere un prodotto un po’ meno del suo valore, nel momento in cui il mercato lo richiedesse; che per un professionista non sarebbe dignitoso se la congiuntura lo portasse a lavorare di più e lavorare di più, insomma qualunque cedimento (supponendo che di questo realmente si tratti) sul piano del rapporto contrattuale (che si sa cambiano continuamente) avrebbe immediatamente un valore morale, perciò non negoziabile e ogni cedimento sarebbe inaccettabile. Una volta che le cose siano poste su questo piano “superiore”, la via per sbattere la testa al muro è sicura, ma è altrettanto sicuro che la sconfitta sarebbe allora accettabile: in fondo chi potrebbe biasimare chi lotta per la sua dignità?

Atto terzo: cancellazione della realtà a favore della interpretazione della realtà. Dire che oggi l’industria automobilistica italiana, che bene o male ha costituito per il nostro paese l’ossatura industriale complessiva, può vivere, svilupparsi, o anche solo sopravvivere, a prescindere da quello che succede nel mondo è naturalmente un’assurdità che nessuno razionalmente può accogliere. Noi tutti abbiamo davanti la soluzione (si fa per dire) Alitalia: debiti spostati sul contribuente; nascita del monopolio sulla rotta più redditizia, lavoratori mandati a casa in gran numero e retorica nazionalistica. Il risultato di tutto questo è: meno scelta per i viaggiatori italiani, più soldi dei cittadini andati a coprire i debiti privati e più gente sussidiata (purtroppo per loro) senza lavorare. Allora per la Fiat potrebbe andar meglio questa soluzione? Forse non c’è una terza via: salari più alti, produttività più bassa non s’è visto in nessuna parte del mondo. Però se nego che la realtà sia cambiata (è una falsità che la Cina ha comprato la Volvo? È una falsità che tutta l’industria automobilistica mondiale soffre la crisi?) posso mantenere il mio eroismo, perché la realtà mi porterebbe a fare comparazioni, a guardare i numeri, a capire che è meglio aprire una fabbrica con un contratto con qualche vincolo in più, piuttosto che aprire un tavolo di emergenza a fabbrica morta.

Atto quarto: Il nemico è come dico io, non come dite voi. Variante del punto precedente. Descrivere Marchionne come il despota, l’autoritario, il peggio che l’industria possa inventarsi stride con alcuni dati di fatto. Marchionne gode dell’appoggio dei sindacati americani dell’auto che non solo lo sostengono, ma addirittura gli hanno affidato i propri soldi. Saranno obnubilati da qualcosa? Saranno stupidi? Saranno politicamente incolti? Beh, bisogna scegliere qualcuna di queste ragioni o altre analoghe per spiegare come mai abbia tutta la fiducia dei lavoratori americani. Poi ha tutta la fiducia di Obama (non di Bush) che ha visitato la Chrysler di Detroit, che gli ha, anche lui, affidato tanti soldi del governo americano, a lui, che per altro non è neppure americano. Obama è perfetto; Obama è di sinistra; Obama combatte per la riforma sanitaria; Obama vuole l’incontro tra le civiltà, possibile che poi si sbagli così grossolanamente su Marchionne? Ecco allora il concetto di supplenza: noi sì che siamo un vero sindacato conflittuale, altro che il sindacato americano che poi non fa neanche scioperi… Io sono superiore perciò posso sostenere anche la sconfitta e d’altra parte, se non fossi sconfitto, come potrei essere davvero un grande sindacato che ha ambizioni non solo contrattuali?

Atto quinto: la cancellazione della realtà anche di fronte ai risultati, con giochi di parole che rimandano a concetti che evocano, ancora una volta, una realtà psicologica particolare. I favorevoli all’accordo hanno vinto (votavano solo lavoratori, non gli azionisti, i fornitori, ecc.); hanno vinto di poco, ma hanno vinto: è difficile dire che hanno perso. Insomma i lavoratori, loro medesimi, hanno ritenuto utile quell’accordo o quanto meno preferibile al non accordo. Adesso l’interpretazione è che hanno vinto i favorevoli solo perché hanno votato gli impiegati (a parte che questo discrimina un po’ questa categoria di lavoratori) a favore dell’accordo. Ora c’è un piccolo particolare, che gli operai, anche loro, hanno votato più per il sì che per il no: esattamente 2.315 contro 2.306. piccola differenza? Sì, piccola, ma sempre a favore del sì. Cosa c’entrano gli impiegati? Ma ecco che rispunta il concetto di sempre (salvo il falso storico appena detto): abbiamo perso perché gli impiegati hanno votato sì. Insomma se fossimo stati meno puri, insomma se avessimo convinto gli impiegati avremmo vinto, ma siccome siamo intransigenti, preferiamo perdere anche gli impiegati (non i capitalisti) piuttosto che vincere in maniera meno “pura”.

Insomma siamo davanti a una coltivazione della superiorità (soggettiva) mixata con la vocazione alla sconfitta (oggettiva). Eppure si potrebbe dire: questa verticalizzazione iperbolica che finisce sempre con l’affermazione della propria superiorità morale, che lascia vincere sempre gli altri, è di buon senso? Non sembra così negli altri paesi come, ad esempio, la Gran Bretagna, dove Tony Blair cominciò la sua ascesa fatta di tre vittorie e nessuna sconfitta, dicendo di essere affezionato a tutte le tradizioni laburiste, tranne che a una: quella della sconfitta (il riferimento era ai minatori “eroi” che non cedettero mai, per arrivare alla sconfitta più eclatante del sindacato inglese) o in Germania, patria della socialdemocrazia, dove gli operai hanno contratti come quello firmato e approvato dai lavoratori Fiat: guadagnano di più e lavorano di più.

Forse può alleggerirsi la posizione della Fiom assumendo che questa malattia (se vinci non sei buono e se sei buono non puoi vincere) è piuttosto generalizzata nella sinistra-sinistra: ci fu persino chi, quando Umberto Eco pubblicò Il Nome della Rosa, riscuotendo un successo planetario, disse subito: non è più l’intellettuale che conosciamo, è diventato “commerciale”, non vale più. Se vendi milioni di copie non sei moralmente ok, meglio inclinare un po’ la testa e dire che il mercato è proprio cattivo, perché fa vendere sempre quelli senza qualità. E, invece, basta scrivere Il Nome della Rosa e l’arcano svanisce.

Antonio Preiti

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