Una proposta radicalmente sbagliata dei Comitati Dossetti


Qui sotto una proposta secondo me radicalmente sbagliata dei Comitati Dossetti.

I miei principali e radicali motivi di dissenso sono 3

1. No alle elezioni

Di tutto ha bisogno questo disgraziato paese tranne che dell’ennesima campagna elettorale pro o contro Berlusconi. L’alternativa al Governo attuale, che se ne deve andare quanto prima, non possono e non debbono essere le elezioni

2. Se ci sono elezioni la proposta deve essere positiva

In ogni caso, a prescindere dalla legge elettorale vigente e dal modo in cui si arriva ad elezioni, ogni forza politica deve sempre presentasri con una proposta in positivo per il Paese, compresa una chiara indicazione di chi debba guidare un Governo. La proposta di una nuova Unione allargata a Fini è semplicemente implausibile.

3. No ad una visione fotografica della rappresentanza

Ferma restando la mia nota contrarietà alla legge vigente, non ritengo affatto più veritiera e migliorativa una sua gestione e una sua riforma che sia legata una visione della rappresentanza come mera fotografia dei voti in seggi, che rinvia la formazione del governo alle scelte post-elettorali, tanto più in un quadro meno segnato da vincoli ideologici, esposta quindi alle più varie forme di irresponsabilità partitica e personale. Qui sotto la mia visione compiuta della questione in una nota in corso di pubblicazione su “Quaderni Costituzionali”

Sistema elettorale- Sostituire un pessimo trasformatore con un buon
trasformatore, non con una macchina fotografica
di Stefano Ceccanti

Per criticare un sistema sbagliato è sufficiente ricorrere ad argomenti sensati, senza ricorrere ad altri, propagandistici o comunque erronei. Ciò vale anche per leggi elettorali politiche vigenti.

Partiamo alora da una premessa generale prima di spiegare questo assunto. E’ vero che nei sistemi parlamentari i Governi dipendono dalle maggioranze parlamentari: ne sono “l’emanazione permanente”, come ricordava Elia. Ciò però non esclude affatto che a loro volta le maggioranze parlamentari siano non solo lo specchio, ma anche il prodotto deliberatamente voluto di sistemi elettorali che sono pensati per fabbricarle. La ragione è presto detta: se nelle democrazie parlamentari la questione fosse solo di eleggere una Camera, l’argomento per cui ci dovrebbe essere una mera fotografia dei voti in seggi avrebbe una sua forza. La proporzionale pura, o corretta in modo debolissimo, apparirebbe l’esigenza non superabile di una giustizia nei numeri. L’onere della prova spetterebbe ai sostenitori delle correzioni motivate in nome dell’efficienza che, a quel punto, dovrebbero essere minime: la giustizia, la democraticità sono dei fini, i cui strumenti primi sarebbero meccanismi rigorosamente proiettivi, mentre l’efficienza sarebbe solo un mezzo correttivo per necessità, come male minore perché la proiettività non scadesse in Babele. Molti dei nostri Manuali si ispirano ancora a questa visione: sostengono che un sistema proporzionale puro sarebbe la cosa più democratica, ma che bisogna considerare anche le ragioni dell’efficienza, le quali impongono temperamenti. Il problema è che, però, nei sistemi parlamentari c’è anche un Governo da fare e al quel punto il problema della “giustizia nei numeri” può essere capovolgibile non per ragioni di efficienza, ma di democraticità, vista in una luce diversa. Soprattutto tenendo conto del mutato rapporto tra gli organi costituzionali che ha inserito lo Stato sociale, provocando la necessità di decisioni rapide e dettagliate, la cui paternità spetta in primo luogo al Governo e su cui le Camere possono intervenire a correzione per lo più in seguito. Per non parlare poi dell’esigenza di imputabilità personale delle decisioni connessa ai nuovi media e alla crescita di realtà intergovernative che pongono gli esecutivi in un contesto diverso di responsabilità. In questo contesto l’esigenza primaria di democraticità è quella che porta fino ad una legittimazione diretta del Governo. Tuttavia, rispetto ad essa, in un sistema proiettivo un voto dato a una forza che sta in mezzo al sistema politico rischia di pesare di più a una forza sull’ala o sulla mezz’ala perché con pochi voti strategici essa può ottenere (almeno in alcuni sistemi dove la cultura politica delle classi dirigenti sia per così dire non supportata da forti
visioni etiche interiorizzate) persino una Presidenza del Consiglio, eludendo il doveroso rapporto tra consenso, potere e responsabilità. Quello su cui invitava riflettere Ruffilli soprattutto a partire dai sistemi politici locali dove già prima del 1989, in assenza dei vincoli internazionali che pesavano sul sistema politico nazionale, esso era saltato. Per questo Ruffilli e Pasquino nei primi anni ’80 riabilitarono solennemente lo strumento del premio di maggioranza, che era stato tabu dopo il trauma del 1953. Ovviamente queste esigenze possono essere prese in considerazione senza estremismi e unilateralità, bilanciandone con altre, ma se si ha presente questa visione “lunga” che dal voto passa per i rappresentanti e arriva al Governo bisogna pensare al sistema elettorale più come a un trasformatore di energia che a un apparecchio fotografico, per rifarci a una nota metafora di Duverger. Non si sfugge al dilemma se attraverso le scelte tecniche, da valutare laicamente, tenendo conto anche del contesto in cui vengono a inserirsi, debbano decidere gli elettori prima del voto o i partiti, soprattutto quelli di centro, perché più posizionati in un luogo strategico, dopo il voto. Un Manuale che tenga conto di ciò dovrebbe pertanto affermare che per i sistemi parlamentari i sistemi democratici più adatti sono selettivi e che essi potrebbero essere temperati in nome di altre esigenze, come un diritto di tribuna per le minoranze nazionali e territoriali più consistenti, ma l’ordine della prova dovrebbe essere capovolto rispetto all’impostazione tradizionale.

Ora, tornando al punto, non c’è dubbio che le leggi elettorali politiche vigenti in Italia siano pessime per la rozzezza di un premio elettorale mal congegnato. Quella del Senato ha note schizofrenie in più che qui non commento, dandole per scontate. Mi soffermo solo sulla legge per la Camera che è anomala per il fatto di attribuire un premio fisso su base nazionale attraverso lo strumento di un voto a liste in cui i candidati al Parlamento sono indistinguibili per la lunghezza delle liste medesime, abnorme in termini comparatistici. Da ciò però non si deduce affatto che in altri sistemi, in modo per così dire più naturale, attraverso collegi uninominali e liste corte, non si abbiano premi analoghi per favorire una scelta diretta dei Governi da parte degli elettori, con gradi di siproporzionalità comparabili. E’ infatti da rilevare, per non partire già sin dall’inizio da critiche confuse e propagandistiche, che anche il Mattarellum fabbricava in modo significativo e voluto le maggioranze in sede elettorale: nel 1994 il 39,4% dei voti del centrodestra alla Camera produsse il 63,6% dei seggi; nel 1996 il 45,4% dei voti dell’Ulivo produsse il 54,9% e nel 2001 il 45,4% dei voti del centrodestra produsse il 59,4% dei seggi. Uno scarto di 10-15 o anche 20 punti nel passaggio voti-seggi è quello che si produce di norma anche in Gran Bretagna: nel 1992, l’ultima elezione vinta con maggioranza assoluta conservatrice, al 41,9% dei voti corrispose il 51,6% dei seggi; Blair ebbe nel 1997 il 63,6% dei seggi col 43,2% dei voti, nel 2001 il 62,7% dei seggi col 40,7% dei voti e nel 2005 il 55,2% dei seggi col 35,2% dei voti. E’ vero che le ultime elezioni hanno provocato la nascita di un Governo di coalizione, ma statisticamente si tratta di un’eccezione alla regola, l’ultima maggioranza relativa era capitata nel 1974. E non dovremo aspettare molto, credo, a capire che essa resterà un’eccezione. Certo, se passasse il voto alternativo a livello di collegio, come potrebbe forse accadere nel referendum del prossimo maggio, la legittimazione sarebbe superiore perché in ogni collegio si passerebbe a maggioranza assoluta, come accade in Francia col doppio turno e come accade ai nostri sindaci e presidenti di provincia che prendono il premio di maggioranza dopo aver ottenuto (al primo turno o al ballottaggio) una maggioranza assoluta. Queste differenze contano moltissimo: c’è modo e modo di congegnare un trasformatore, ma la scelta dovrebbe essere appunto per un trasformatore, non per una macchina fotografica. Si tratta di contestare quel trasformatore, non la scelta di un trasformatore.
Anche in vari sistemi con formula proporzionale, come quello spagnolo, la dose, deliberatamente voluta, di scarto tra voti e seggi non è poi diversissima. L’Ucd ha vinto le prime elezioni libere del 1977 col 34,6% che è diventato il 47,4% dei seggi e le seconde del 1979 col 35% che è diventato il 48%, il Psoe ha realizzato l’alternanza nel 1982 col 48,4% che è diventato il 57,7% e ancora nel 1989 vinceva col 39,9% dei voti che diventava il 50% dei seggi.
Attualmente Zapatero governa col 48,3% dei seggi guadagnati col 43,9% dei voti. Si tratta di una scelta deliberata, la cui formula è canonizzata nell’articolo 68 della Costituzione e che mira come obiettivo principale a stabilizzare un sistema in cui due partiti nazionali a vocazione maggioritaria si giochino la gran parte dei seggi e quindi la partita del Governo in piccole circoscrizioni. Una volta conseguito tale obiettivo principale il sistema intende conseguirne altri due: che i partiti regionalisti siano rappresentati in modo fotografico in modo da facilitarne il lealismo costituzionale e che i partiti nazionali minori ottengano un diritto di tribuna prendendo un seggio a Madrid e uno a Barcellona. Il sistema non garantisce la maggioranza assoluta, si limita a incentivare la formazione di una maggioranza che, se lo scarto tra i primi due partiti è minimo o se il primo di essi non scavalca il 40% dei voti, lo porta di norma solo a un’ampia maggioranza relativa, necessitando poi di accordi ulteriori, anche “a geometria variabile” coi partiti minori. C’è quindi un certo grado di flessibilità, ma il sistema individua comunque un vincitore.
Contrariamente a quanto spesso si crede, anche in Germania, che aveva comunque manipolato indirettamente il carattere fotografico del sistema con i noti meccanismi da “democrazia protetta” nella fase genetica del sistema (divieto di partiti antisistema, Berufsverbot, ecc.), oggi, per l’effetto cumulato dello sbarramento e di quel piccolo premio che è costituito dai seggi in esubero assegnati a livello di Land, le maggioranze “costruite” dal sistema elettorale sono frequenti: nel 1994 il centrodestra ha vinto con un 48,4% che è diventato il 50,8%, nel 1998 il centrosinistra col 47,6% trasformato in 51,5% e nel 2002 col 47,1% trasformato in 50,7%. Oggi la Merkel governa col 53,4% dei seggi ottenuti col 48,4% dei voti.

Infine, quanto ai parallelismi storici con l’Italia, è vero che il premio della legge voluta da de Gasperi nel 1953 portava al 65% dei voti solo la coalizione che avesse ottenuto il 50% + 1 dei voti, ma quel tipo di premio era pensato appositamente affinché il partito dominante dell’unica coalizione che poteva vincere, la Dc, con una maggioranza relativa in voti venisse ad avere o la maggioranza assoluta in seggi o quanto meno una maggioranza relativa talmente ampia da non dover dipendere dai seggi dei partiti di destra, come De Gasperi temeva. Nel 1953 la Dc, che prese il 40,1% dei voti, se fosse scattato il premio si sarebbe ritrovata al 53% dei seggi. De Gasperi, nella nota lettera a Sturzo del 24 agosto 1952 (Sturzo era contrario, voleva il doppio turno alla francese) in cui spiega le ragioni politiche di quella scelta e in cui stigmatizza comunque l’idea di “condannare come premio illecito e immorale ogni maggiorazione al di sopra della rappresentanza proporzionale”, dichiarava di attendersi una sovrarappresentazione che avrebbe portato la Dc al 47,8% dei seggi e che quindi avrebbe consentito di evitare l’ “accostamento della Dc verso i partiti di destra”. Per inciso il sistema aveva comunque alcuni elementi di disproporzionalità a prescindere dal premio (più al Senato che alla Camera) tanto che, pur non scattando il premio, la Dc e i suoi alleati centristi ebbero comunque una maggioranza assoluta autosufficiente in seggi pur non avendola avuta di poco sui voti. I centristi ebbero il 49,8% dei voti e il 50,8% dei seggi alla Camera, il 47,9% dei voti e il 51,9% dei seggi al Senato. Tra di essi la Dc ottenne alla Camera il 40,1% dei voti e il 44,6% dei seggi, al Senato il 40,7% dei voti e il 48,9% dei seggi.

Infine va segnalato che nel dibattito, in particolare dopo le sentenze 1, 16 e 17 del 2008 della Corte costituzionale in cui un obiter dictum pone il problema dell’assenza di una soglia minima per ottenere il premio in ragione del rischio di un’eccssiva sovrarappresentazione dei vincitori, si è inserita anche tale riflessione. Ora, però, un conto è segnalare la rigidità del premio che porta alla stessa soglia in seggi (il 54%) maggioranze anche molto diverse, mentre i premi “naturali” che si realizzano altrove (e che si verificano sempre, in tutte le elezioni) sono sempre dosati in rapporto ai voti ottenuti, un altro conto è presentare un’alternativa secca tra premio che scatta per intero o per niente a seconda dell’esistenza di una soglia. Inserire quest’ultima significa favorire comportamenti tattici miranti a non farla scattare in alcun modo da parte di forze politiche che verrebbero così ad essere avvantaggiate. Esattamente come le forze contrarie ai referendum abrogativi usano l’arma del’astensionismo scelto per sommarlo a quello fisiologico ed impedire lo scatto del quorum del 50% più uno, mentre nel referendum ex art. 138 proprio l’assenza di tale quorum, che rende ogni voto valido decisivo, porta tutti a combattere per il successo nel voto e a far scattare quindi quella soglia. Quando essa c’è i comportamenti tattici di alcuni tendono a non farla scattare, mentre essa viene superata proprio quando essa non c’è. Per di più appare particolarmente rilevante quanto accaduto nella Provincia Autonoma di Trento, dove l’originaria legge sull’elezione diretta del sindaco per i comuni superiori ai tremila abitanti prevedeva che scattasse il premio di maggioranza a favore della coalizione del sindaco eletto solo se essa avesse ottenuto al primo turno almeno il 40% dei voti (comma 9 dell’art. 27 della legge regionale 30 novembre 1994, n. 3). Ora varie forze minori e medie presentavano candidature a sindaco non allo scopo di vincere, ma di evitare che scattasse il premio per poter poi negoziare in un consiglio bloccato dalla proporzionale col sindaco risultato eletto ma a quel punto privo di maggioranza. La situazione impose pertanto l’abrogazione della soglia col comma 4 dell’art. 36 della legge regionale 22 dicembre 2004 n. 7: da allora, avendola eliminata, essa si raggiunge pacificamente perché nessuno ha interesse ad evitare le aggregazioni per non far scattare il premio. Non si tratta perciò di inserire soglie minime, ma di tenere conto del rapporto tra voti validi e seggi per qualsiasi premio si intenda optare, esplicito o implicito. In questo senso dovrebbe essere reinterpretato, alla luce di un’attenta considerazione dei possibili effetti, quell’obiter dictum altrimenti non del tutto fondato.

In conclusione, pertanto, appare altamente sensato voler sostituire l’attuale pessimo trasformatore in un trasformatore non dico ottimo, ma almeno buono, ma non certo in una macchina fotografica e per ragioni di democraticità, non di mera efficienza.

I Comitati Dossetti per la Costituzione hanno pubblicato un documento in cui propongono che nelle prossime elezioni politiche tutti o quasi tutti i partiti – indipendentemente dalla loro collocazione nella maggioranza o nell’opposizione – si presentino ai nastri di partenza collegandosi tra loro non per motivi di affinità o alleanza politica, ma per motivi di ordine tecnico-istituzionale, al fine di far sì che il risultato elettorale non sia alterato dalle manipolazioni del voto previste dalla legge Calderoli e che non scatti il premio di maggioranza, così che la ripartizione dei seggi tra le liste concorrenti avvenga secondo il metodo proporzionale.
La proposta viene avanzata anche per sgombrare il campo dalla paura che l’ipotesi di elezioni anticipate suscita nella maggior parte dei partiti, che temono gli effetti distorsivi dell’attuale sistema di voto, che comporta il rischio della scomparsa di molte forze politiche, a cominciare da quelle di più recente costituzione. I Comitati Dossetti ritengono invece che ormai le elezioni debbano tenersi il più presto possibile, per portare l’Italia fuori dalla crisi. Non c’è dubbio che oggi l’Italia si trova in uno stato d’eccezione, a causa del precipizio in cui è caduto uno dei poteri dello Stato. Ma siccome è “il sovrano che decide dello stato d’eccezione”, e secondo la Costituzione il sovrano è il popolo, è il popolo che ora deve sciogliere i nodi che si stanno stringendo attorno alla democrazia italiana, senza che le elezioni siano considerate una sciagura.
I Comitati Dossetti propongono pertanto un uso dello strumento elettorale che assicuri una veritiera rappresentanza e un risultato equo per tutte le forze politiche, così da dar luogo a una legislatura più serena e solidale, anche per poter procedere alle necessarie riforme costituzionali. A tal fine non c’è bisogno di una riforma elettorale, ma è proprio la legge elettorale vigente che permette di ottenere tale risultato, solo che essa venga osservata alla lettera e applicata dai partiti in modo conforme al dettato costituzionale.
In proposito va anzitutto osservato che la legge Calderoli non prevede la designazione diretta di un presidente del Consiglio da parte del corpo elettorale, ed anzi esplicitamente fa salve le prerogative del capo dello Stato a cui tocca il conferimento dell’incarico di governo. Quello che invece prevede la legge Calderoli è che venga indicato un capo per ciascuna delle coalizioni concorrenti, il quale pertanto può essere una figura rappresentativa e di garanzia, di alto profilo culturale o istituzionale, ma non necessariamente il candidato politico per la guida dell’esecutivo. È dunque possibile formare coalizioni elettorali più ampie rispetto a delle pure e semplici alleanze governative; ed è dentro questa maggiore cornice che agli elettori si presenterebbero i partiti con le loro alleanze e il loro specifico progetto di governo.
Riguardo poi ai risultati del voto, la legge attuale prevede, nella prima fase della procedura, che tutti i seggi in palio alla Camera e al Senato siano distribuiti in modo proporzionale tra tutte le coalizioni e le liste concorrenti, sulla base di una quota elettorale nazionale (o regionale per il Senato) eguale per tutti, così che i voti degli elettori pesino tutti allo stesso modo nell’assegnazione dei seggi.
Ma a un certo punto la legge Calderoli introduce una ipotesi subordinata, e cioè che, fatta in via provvisoria l’assegnazione dei seggi, risulti che nessuna coalizione o partito abbia conseguito, grazie ai suoi voti, 340 deputati alla Camera e il 55 per cento dei seggi in ciascuna regione al Senato. E qui la legge Calderoli da distributiva diventa redistributiva, toglie i seggi agli uni e li attribuisce agli altri; alla coalizione o lista risultata come la minoranza più forte, (anche per pochi voti rispetto a ciascuna delle altre) aggiunge tanti deputati o senatori quanti ne mancano a 340 (o al 55 per cento nella regione) togliendoli da quelli già assegnati alle altre liste e coalizioni. Di conseguenza si vengono a formare due diverse quote elettorali, una, a cui bastano meno voti, per chi vince, l’altra, per la quale ci vogliono molti più voti, per gli altri; e così i voti dei cittadini non sono più eguali, essendo computati secondo aritmetiche diverse.
Inoltre la legge Calderoli introduce una ulteriore discriminazione, perché stabilisce una soglia di sbarramento che non è eguale per tutti: ai partiti uniti in una coalizione vengono distribuiti seggi se hanno conseguito il 2 per cento dei voti alla Camera e il 3 per cento al Senato; ai partiti non coalizzati non viene invece distribuito alcun seggio se non hanno superato la soglia del 4 per cento alla Camera e dell’8 per cento al Senato.
Questo meccanismo in cui si esprime l’ipotesi peggiore prevista dalla legge Calderoli, ed è esaltato dall’attuale maggioranza come se fosse una nuova Costituzione, può non scattare; è sufficiente infatti che tutte le forze e i partiti a ciò interessati stabiliscano un “collegamento” che per la sua estensione possa conseguire per volontà dell’elettorato più di 340 deputati e del 55 per cento dei senatori in ogni regione.
In tal caso non ci sarebbe alcun premio di maggioranza, i seggi corrisponderebbero ai voti e, non essendoci alcuna ragione che dei partiti siano esclusi dalle coalizioni, per tutti la soglia di sbarramento si abbasserebbe al 2 per cento alla Camera e al 3 per cento al Senato. Quanto alle preferenze, escluse dalla legge attuale, si potrebbe provvedere con delle primarie organizzate dai partiti.
Sarebbe questa una via per uscire dalla lunga stagione dell’odio e avviare una ricomposizione dell’unità spirituale e politica dell’Italia: una via, ma forse anche l’unica via.

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