Statalisti e libertari


Lo sbandamento della sinistra europea è notevole. In scala quello del PD sembra ancor più forte. E non parlo di questioni legate all’attualità politica, già fonte di enormi incertezze, quanto di qualcosa che ha a che fare con il codice genetico del partito e della sua proposta. In questi giorni il centro studi del PD ha diffuso un documento di riflessione sulla questione della laicità e dei diritti individuali. Si tratta, in particolare, di un lungo e articolato contributo di Stefano Rodotà nel quale si sviluppa un tentativo di legare organicamente laicità, autodeterminazione della persona e diritto. L’operazione è naturalmente condotta con grande coerenza intellettuale. Il punto è: il PD pensa di proporre quella di Rodotà come la sua linea?

La mia impressione è che l’attuale leadership stia spostando il PD su un altro binario rispetto a quello nel quale era stato collocato al momento della sua fondazione. E lo stia facendo rovinosamente deragliare. Rendendolo ostaggio di un micidiale mix fatto di statalismo economico e libertarismo individualistico. Tanto era aperta e coerente l’impostazione iniziale – assumere le conseguenze politiche di una società poliarchica ad alta differenziazione funzionale dentro un’etica della responsabilità – tanto è radicale e minoritaria la sua evoluzione.

Che si tratti di un’operazione intellettuale radicale e minoritaria lo dimostra la navigazione risoluta e coerente che molti leader politici innovativi e vincenti, da Cameron a Obama, hanno imposto ai loro partiti. In un momento nel quale il perfezionismo liberale, con sconfinamenti neo paternalistici, di Obama e il neo-comunitarismo di Cameron, solidamente piantato su radici liberali, tentano una risposta per un verso alle derive neo statalistiche e per l’altro ai problemi della broken society, il PD pensa di cavarsela con una sorta di veterolibertarismo? Pensa di riproporre un’ideologia della laicità che tenta di impossessarsi dello spazio pubblico senza accorgersi che lo strumento con il quale ha nel passato condotto questa operazione, lo stato, in quelle forme non esiste più? Pensa che l’autodeterminazione come progetto di vita, in quanto pura forma della volontà individuale, debba costituire il pilastro di una proposta politica? Aspirando ad una versione areligiosa di quella reformatio del corpo sociale che Dossetti pensava essere funzione dello stato? Ancora la miscela di azionismo e socialdemocrazia (e dossettismo) che zavorra la sinistra di governo in Italia? Su questa strada il distacco dall’opinione pubblica non potrà che crescere. Come cresceranno le sconfitte elettorali.

28 Comments

  1. stefano ceccanti ha detto:

    Roma, 15 dicembre
    -A Gianni Cuperlo
    -A tutti i colleghi senatori Pd
    -Ai deputati del Gruppo Pd

    Carissimo Gianni,
    ho ricevuto con piacere, insieme a tutti i colleghi, il primo libretto del Forum Centro Studi Pd che reca il testo della conferenza “Laicità e governo sulla vita” svolta da Stefano Rodotà il 10 marzo 2010 in occasione del premio “Laico dell’anno”.
    Il testo è molto profondo e ben argomentato e il tema è perfetto proprio per iniziare una collana del genere perché si parte proprio dai problemi obiettivamente più difficili da risolvere per il Pd, ma la cui risoluzione, producendo nuove sintesi, è compito affascinante e ineludibile.
    Il serio problema è che il concreto punto di vista di Rodotà, nella sua assoluta (e del resto notoria) chiarezza, a mio avviso, non è affatto conciliabile con l’obiettivo di una nuova sintesi tra laici e cattolici, fermo restando il più ampio pluralismo che va garantito nel Pd alle più diverse espressioni culturali. Ritengo doveroso sottolinearlo criticamente per prendere sul serio il lavoro comune che facciamo.
    Anche se Rodotà parla di “persona”, in realtà quella che viene alla luce è con tutta evidenza una concezione centrata unilateralmente sull’individuo, facendo coincidere strettamente laicità con autonomia e autodeterminazione (pag. 7, sin dall’esordio). Perché ci sia persona (e non solo individuo) ci deve essere anche un reticolo di relazioni comunitarie, di formazioni sociali che dubito possa essere descritto quasi solo come “grumo di rappresentazioni che avvinghiano la vita” (pag. 21), a cui sarebbero unilateralmente legati oggi in Italia i sostenitori di un nuovo compromesso tra Trono e Altare (Ivi), da cui ci dovremmo liberare per realizzare “un ambiente pienamente laicizzato” (pag. 28). Per inciso segnalo come queste tesi, sia pure in un ambito diverso di policy, siano diametralmente opposte a quelle autorevolmente proposte sui rapporti tra Stato e mercato dal documento “Tornare avanti”, autorevolmente sottoscritto da vari esponenti dell’attuale segreteria del Pd. Sarà pur vero, come motiva Rodotà (Ivi, pp. 15-16) che parlare di autodeterminazione rispetto alla vita è cosa molto diversa da parlarne con riferimento al mercato, ma mi è difficile immaginare che in un ambito si consideri solo l’individuo una realtà e la rete comunitaria che costituisce una società una mera astrazione, mentre in un altro ambito vigano criteri interpretativi del tutto opposti, essendo peraltro entrambi regolati da una medesima Costituzione che non mi sembra identifichi un doppio standard così marcato e ad opera di un medesimo partito che rischia così di oscillare scizofrenicamente, come ha notato Giorgio Armillei in un bell’intervento sul blog http://www.landino.it tra libertarismo dei diritti individuali e statalismo economico-sociale.
    Qui sono in gioco non solo una visione complessiva della Costituzione (a cominciare in particolare dall’art. 2), ma anche letture molto diverse sullo specifico del tema trattato da Rodotà (art. 32 comma 2 della Costituzione). Mi dichiaro certo meno competente di lui in termini generali, ma avendo riletto i testi della Costituente all’epoca del conflitto di attribuzioni sul caso Englaro e del disegno di legge sul testamento biologico, mi sembra di poter sostenere che la concezione espressa da Aldo Moro nell’adunanza plenaria del 28 gennaio 1947 che portò a porre come argine ai trattamenti sanitari disposti con legge “i limiti imposti dal rispetto della persona umana” teneva certo in considerazione l’autodeterminazione della persona più di quanto molte impostazioni paternalistiche tenderebbero a fare anche oggi, ma non la consideravano certo come unico principio non negoziabile a scapito di altri, a cominciare dal diritto alla vita su cui si fonda la comunità e, quindi, il ruolo servente delle istituzioni. L’argine era posto non alla legge in sé, ma, per dirla con Moro, a quelle leggi che si basassero sulla “mala intesa tutela degli interessi collettivi”. Non che nel nostro gruppo, anche in quelle occasioni, non siamo state legittimamente presenti impostazioni culturali e costituzionali identiche a quelle di Rodotà, quelle dei colleghi radicali, che però non si pongono affatto la medesima sfida del Pd.
    Tanto più che esistono notoriamente vari autori laici e cattolici che hanno adottato in generale e sul tema in questione approcci convergenti. In ambito cattolico segnalo il saggio di Stefano Semplici “Undici tesi di bioetica” edito da Morcelliana nel 2009 che basa la propria trattazione sull’esigenza di bilanciamento tra diritto di autodeterminazione e diritto alla vita cercando di individuare le soluzioni più equilibrate rispetto a quell’esigenza. In ambito laico mi riferisco alle riflessioni improntate alla “laicità inclusiva” e al “consenso per intersezione” di Claudia Mancina, in particolare nel volume “La laicità al tempo della bioetica” edito dal Mulino sempre nel 2009.
    Vorrei però chiudere questa mia lettera con una citazione più complessiva di Augusto Barbera, che esprime compiutamente i problemi a cui siamo di fronte, dal saggio reperibile in Internet “Il Cammino della laicità” che si può leggere per intero all’indirizzo
    http://www.forumcostituzionale.it/site/images/stories/pdf/nuovi%20pdf/Paper/0036_barbera.pdf

    “Ma è proprio vero che esiste questa contrapposizione di principio? Da una parte starebbero i laici e dall’altra chi si colloca su posizioni confessionali?
    Non è così. Anche nella cultura laica e liberale sono maturate posizioni diverse. Si è addirittura parlato degli anni ottanta come “gli anni della reazione perfezionista antiliberale ” [Zanetti 1999, XI] riferendosi ad autori quali Dworkin, Alexy, Carlos Nino e allo stesso Habermas che si sforzano di trovare canali di integrazione reciproca fra diritto e morale [Habermas 2006,19 ss]. Queste ed altre dottrine -pur sempre di ispirazione liberale – non accettano la suddetta impostazione del principio di “non interferenza” ritenendo improponibile l’ assoluta neutralità dell’ordinamento giuridico rispetto alle scelte dell’individuo. E comunque – si aggiunge – le teorie individualiste e libertarie non danno conto del valore stesso della libertà perché non tengono conto della pervasività dell’ambiente culturale in cui l’individuo è inserito e della possibile non autonomia della sua volontà rispetto al gruppo sociale o tribale che lo condizioni[Raz 2003]. Quanto è libero l’adolescente inserito in un gruppo di coetanei che lo spinge ad assumere droghe? Quanto è libera una ragazza in un gruppo tribale che la spinge a praticare una mutilazione sessuale? E allora esiste una libertà di drogarsi? Esiste un diritto a mutilarsi per ragioni tribali (fino a dubitare della legittimità del nuovo art.583-bis del codice penale)? Qui si palesano i limiti – come è stato incisivamente sottolineato – della classica prospettiva liberale che “privilegia la dimensione verticale” nel rapporto Stato – diritti rispetto “alla dimensione orizzontale “della costrizione privata [Canestrari, 2006,155].
    La scienza giuridica italiana appare meno sensibile a queste posizioni e rimane spesso ferma ad una interpretazione radicale delle libertà individuali. Secondo tali concezioni limiti alle libertà sarebbero inammissibili allorché volti a tutelare lo stesso soggetto obbligato mentre sarebbero legittimi solo allorché volti a tutelare altrui libertà [Ainis,36 ss; Celotto 2002; Rodotà 2006; ampi riferimenti in Chessa 2002,309 ss;]. Ma quanti in nome della libertà individuale sono pronti a sostenere che è proprio di uno Stato etico imporre l’uso del casco o della cintura di sicurezza durante la guida [Dworkin, 319]? Quanti sarebbero pronti a sostenere che non è possibile prevedere sanzioni (pesanti in talune legislazioni ) per il lavoratore che in un cantiere non adotti le prescritte misure antinfortunistiche a tutela della sua incolumità? Portare le armi è un diritto di libertà riconosciuto dalla Costituzione americana ma di certo non lo è in altri ordinamenti ma – si chiede Dworkin – il gioco d’azzardo è solo tollerato oppure è esercizio di un diritto [Dworkin 265 ss ]? Le risposte non sono così scontate se la Corte costituzionale italiana – Sent. 180 del 1994 – ha dovuto fare ricorso, per giustificare l’obbligo del casco, non alla vita del conducente ma al “costo sociale” affrontato dal servizio sanitario nazionale in caso di incidente, evitabile con l’uso del casco. Siamo di fronte in questi casi a uno scivolamento verso concezioni proprie dello Stato etico? Si può rispondere che sarebbero compatibili con il principio di laicità solo limiti alle libertà che siano giustificati da un “pericolo immediato e diretto per la tutela di beni e valori costituzionalmente protetti “[Rimoli, 1996, 4]. Ma fra questi valori, aggiungo io, traducendo nel linguaggio del diritto le filosofie politiche prima richiamate , può essere annoverato anche il valore stesso della persona, della sua libertà?
    Non sempre l’ordinamento interviene – ed è bene che sia così – per sanzionare taluni comportamenti .Ma per quanto liberale nessun ordinamento giuridico riesce ad essere neutrale rispetto alle varie concezioni del bene presenti in una società [A.E.Galeotti, 1994; ma anche Walzer 2000]. E comunque non tutto ciò che è lecito sul piano penale costituisce esercizio di un diritto di libertà. Si può restare nella sfera della liceità, dell’agere posse, ma non necessariamente transitare in quella dell’esercizio di un diritto di libertà. Non è possibile creare diritti partendo dal vuoto, dal silenzio del diritto penale. I diritti di libertà costituzionalmente riconosciuti hanno alla loro base un valore da tutelare (la vita, la libertà dalle coercizioni fisiche, il libero pensiero, il libero associarsi ecc.) non una generica libertà di agire e richiedono all’ordinamento la rimozione degli ostacoli che impediscono l’esercizio di tali diritti. Se si dovesse trattare, nei casi prima indicati, dell’esercizio di diritti di libertà non solo sarebbe illecita ogni sanzione – e questo, ripeto, può anche essere saggio – ma addirittura tali attività dovrebbero essere favorite dall’ordinamento. E infatti, chi ritiene che esista un diritto a disporre della propria vita coerentemente ritiene incostituzionale la norma del codice penale che punisce chiunque agevola il suicidio e legittima sola la norma che punisce l’istigazione [Stortoni 2003; Magro 2001, su cui Barbera 2004,31 ss]. La concezione liberale della “libertà da” o della “libertà di” non sempre rende possibile una risposta articolata a domande così impegnative riferite ai temi eticamente sensibili, mentre aiuterebbe una concezione dell’individuo come persona capace di un agire finalizzato, cui spetta una “libertà per”[Fuller 1986]. Qui è tuttavia il punto: una condivisa valutazione del fondamento dell’”agire finalizzato” richiederebbe al legislatore il difficile compito di rappresentare una comunanza di valori che spesso le società pluralistiche non consentono di enucleare. Manca alla comunità statale – anche a quelle più omogenee- un parametro comune su questi temi… il problema si sposta sul metodo con cui affrontare questi temi…
    Il ricorso al principio di maggioranza è dunque l’unica risorsa possibile qualora non si raggiunga un’intesa fra posizioni diverse. Con un duplice limite. Il primo riguarda la stessa difesa del principio di laicità, che le maggioranze non sono legittimate a mettere in discussione proprio perché si tratta di un principio fondamentale di una costituzione liberaldemocratica (da qui le forme di laicità protetta di cui abbiamo parlato) riguardando i diritti di libertà e il principio di uguaglianza su cui si basa il principio di maggioranza stesso [Kelsen 1955 ,267]. Il secondo riguarda gli oggetti presi in considerazione. La delicatezza della materia trattata, relativa a valori essenziali per la comunità, non significa che le varie maggioranze possono annullare completamente le ragioni delle minoranze [Barbera-Ceccanti 2005, 31 ss]. Devono porsi l’obbiettivo di un equilibrato bilanciamento fra valori contrapposti, un bilanciamento trasversale tra valori, diritti e interessi diversi: ad esempio tra tutela della vita del bambino e tutela della salute della madre; fra la scelta religiosa del Testimone di Geova e il diritto alla salute del minore cui deve essere praticata una trasfusione; fra gli obblighi di servizio dell’operatore sanitario e l’obiezione di coscienza; fra il diritto a procreare con ogni mezzo e lo sviluppo psichico del minore privato della doppia figura genitoriale; fra la dignità dell’embrione e la libertà della ricerca scientifica; fra il divieto di accanimento terapeutico e la difesa della vita ; fra la difesa della famiglia fondata sul matrimonio e la tutela dei diritti dei conviventi. In questi casi non devono scontrarsi ragioni assolute ma vanno operati, in forma “discorsiva” bilanciamenti ispirati a criteri di “accettabilita razionale”[Habermas 2001; assai critico invece Rimoli 2006, 335 ss], vale a dire di “ragionevolezza”e di “proporzionalità”. In questo senso del resto opera da tempo la giurisprudenza della Corte costituzionale [Morrone 2001, 275 ss]. Tale bilanciamento è ovviamente meno problematico se viene riconosciuto ai cattolici impegnati nell’attività politica quell’autonomia che è loro solennemente riconosciuta dalla Gaudium et Spes [Travi 2006, 379].
    La laicità non può che esigere , sia da chi è portatore di una fede sia da chi si basa su convinzioni razionali, la capacità di alimentare un ethos comune [Rawls J, 1971; Rusconi 2006, 66]. Anche nelle materie eticamente sensibili vale la distinzione weberiana fra etica dei “principi” ed etica della “responsabilità”, vale quindi la capacità di distinguere tra i singoli valori che sono di per sé, presi isolatamente, non negoziabili e le concrete scelte legislative dove sono in gioco valori portati da gruppi diversi e talvolta contemporaneamente incidenti su una medesima decisione legislativa.”

    Spero pertanto che nelle prossime iniziative editoriali si possa seriamente tenere conto di queste obiezioni correggendo in modo significativo un approccio che, per quanto dotato di grande spessore e coerenza interna, non appare affatto congruente con la sfida che abbiamo messo in campo con il Pd.

    Carissimi saluti,

    Stefano Ceccanti

  2. Giorgio Armillei ha detto:

    di STEFANO SEMPLICI

    Il meno che si possa dire della prima “uscita” di questa Collana del Forum Centro Studi del Pd è che dimostra una concezione davvero singolare del modo in cui perseguire le finalità che dichiara. Si tratterebbe dunque, come leggiamo nella Prefazione, di gonfiare le vele di una politica che deve tornare a farci sentire «parte di uno
    stesso destino», ad alimentare la consapevolezza che non possiamo «fare da soli» e che, «nonostante tutto, è sempre meglio camminare e pensare insieme». Per far questo il Pd sceglie uno degli intellettuali più apprezzati per ampiezza di interessi, capacità argomentativa, coraggio e determinazione nell’approccio alle questioni “paradigmatiche”, a partire appunto da quella della laicità. Non si tratta semplicemente di portare un contributo a un dibattito. Questa è la “voce” con la quale si comincia. Con Rodotà, dunque, il Pd ci propone di camminare insieme assumendo una serie di opzioni che proverei a riassumere così:
    1)La bioetica è il luogo di una riflessione sofferta su questioni difficili e straordinariamente complesse, rispetto alle quali proprio una pratica onesta e aperta del pensare insieme può facilmente condurre a pensare diversamente. Lo stile dello «strumento di studio»
    che il Pd propone a dirigenti e iscritti «a ogni livello» è quello che onora le posizioni altrui di epiteti di questo tipo: grumo di rappresentazioni che si manifesta con mezzi «tanto più poveri e mortificanti quanto più è povera la cultura che esprimono»; «abbandono della legalità costituzionale»; «prepotenza legislativa che costringe alla ricerca di «asilo politico»; ritorno di «un fantasma, un soggetto astratto immune dalle contaminazioni della realtà, decorporalizzato». Auguri per il dialogo che certamente verrà…
    2)Nessuno può ovviamente immaginare che possa esserci vera autonomia contro il principio di autodeterminazione. Ma il ruolo di Kant è importante almeno quanto quello di Montaigne nella storia dell’uscita dell’uomo dallo “stato di minorità”. Pensare l’autonomia con Kant significa pensare e volere in essa anche la filigrana dell’universale, pensare la sfida di doveri perfetti (cioè assoluti) verso se stessi e il proprio corpo come parte integrante di una educazione insieme coraggiosa e lieta alla libertà. Il Pd si orienta una volta di più ad una declinazione ristretta, per quanto pienamente legittima, dell’autonomia e della dignità della persona. Dà l’impressione di voler chiudere la porta in faccia a coloro che nell’esperienza di
    relazione e di legame cercano e magari trovano qualcosa di più del consenso informato a cui rinvia Rodotà. A tutti coloro che ben conoscono la forza del mercato e proprio per questo investono ancora sul dono. Molti continueranno di conseguenza a pensare che nel Pd non c’è uno spazio che non sia retorico e puramente ornamentale per modi diversi e ugualmente appassionati di vivere la libertà…
    3)La biopolitica rischia da tempo di diventare l’alibi di una politica rattrappita, che non sa più guidare i grandi processi di trasformazione e gestire le faglie profonde dell’ingiustizia e della disuguaglianza, finendo così col concentrarsi su questioni identitarie e casi limite. L’Italia è un paese nel quale il diritto di tutti ad una assistenza sanitaria rispettosa della dignità della persona e di standard di efficienza ed efficacia all’altezza di una società avanzata non è più scontato, mentre l’onda apparentemente inarrestabile del federalismo rischia di portare con sé il federalismo (cioè l’asimmetria, per chiamare finalmente le cose con il loro nome) di fondamentali diritti di cittadinanza, a partire appunto dal diritto alla tutela della salute. Sarebbe stato più utile cominciare da qui, perché questa è oggi la priorità dell’agenda della giustizia e del bene comune. Il Pd, almeno in questo caso, sembra invece voler rimarcare la propria identità intorno ai tubicini dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali. Si comporta come la Chiesa cattolica…
    Un’ultima osservazione la merita il tempismo di questa pubblicazione, diffusa nel momento in cui non è difficile immaginare che proprio questa sarà la calamita utilizzata dal Pdl per rafforzare la sua periclitante maggioranza. Qualcuno potrebbe anche pensare ad un involontario sostegno alle ragioni del “terzo polo”, che potrebbe
    continuare a pescare fra gli insoddisfatti dell’opzione libertaria. O addirittura pensare che nella mossa del Centro Studi del Pd non c’è proprio nulla di involontario…

  3. stefano ceccanti ha detto:

    I colleghi senatori Bosone e Giaretta

    cari Colleghi,
    concordo perfettamente con la riflessione di Stefano Ceccanti.
    Non si può limitare il dibattito culturale dentro il partito a una sola se pur rispettabile posizione, ma tutta la pluralità delle idee deve essere sempre rappresentata, soprattutto su temi molto delicati come la concezione della vita e i suoi eventuali aspetti di regolamentazione legislativa.
    Voglio sommessamente ricordare che il PD è nato con la grande ambizione di creare una nuova cultura politica, che provi a far sintesi fra la concezione “giudaico-cristiana” dell’uomo inteso come “persona” e una concezione illuministica dell’uomo inteso come individuo.
    Mi chiedo a che punto di questo sforzo culturale siamo arrivati, mi chiedo a quanti interessi ancora farlo, oppure se è rimasta solo la posizione illuminista e il resto è solo un fastidio sulla via della presunta modernità.
    Alla fine la domanda cui dobbiamo tutti rispondere è se il PD sia un progetto superato, ovvero se ci crediamo ancora. A giudicare da questa prima uscita del centro studi del partito, così parziale nella sua rappresentazione culturale, vien da chiedersi se si tratti, in ordine di gravità, di ingenua superficialità ovvero di inutile provocazione nei confronti dei cattolici del PD o ancor peggio di una consapevole affermazione del fatto che il Partito democratico è diventato semplicemente di sinistra, libertario nella concezione della vita e tutt’oggi ancorato al socialismo nei rapporti socio-economici.
    Risposte chiare da parte dei nostri vertici alla riflessione proposta da Ceccanti e alle mie domande aiuterebbero tutti a far meglio comprendere che il PD è un grande libro aperto nella storia del Paese e che tutti con eguale responsabilità siamo chiamati a scriverlo insieme, nel rispetto reciproco e nella crescita comune.
    Cordialmente
    Daniele Bosone

    Condivido le osservazioni di Ceccanti e Bosone, Se esiste un centro studi produca intanto del materiale che rappresenti la complessità della discussione sul tema, che non va rinchiuso nell’angustia di categorie ottocentesche o di steccati laici/cattolici. Sono temi complessi, di cui molto si discute ed in modo interessante oltre le appartenenze imbalsamate. E comunque forse le priorità sono altre
    Paolo Giaretta

    • silvia madricardo ha detto:

      Di fronte ad un senso di crecente disorientamente rispetto ai recenti
      posizionamenti del PD – del disappunto sulla discussione sulla fiducia in
      Parlamento ho già lasciato traccia, il disagio rispetto agli argomenti fatti circolare dall’Ufficio Studi è di ieri – sono tornata al manifesto; proprio all’inizio
      viene posta la questione della vocazione maggioritaria che – cito – “si
      manifesta nel pensare se stesso (il partito ndr), la propria identità e la
      propria politica non già in termini di rappresentanza parziale di segmenti più
      o meno grandi della società ma come proiezione della sua profonda aderenza alle
      articolazioni e alle autonomie civili, sociali e istituzionali proprie del pluralismo
      della storia italiana e della complessità della società contemporanea…” e
      poco oltre si richiama alla laicità della politica come senso del limite della
      stessa.

      A me pare che, invece, l’ipotesi sottesa all’intervento di Rodotà, i cui
      specifici contenuti sono stati oggetto di precedenti interventi, sia quella di
      partito con funzioni di rappresentanza identitaria; il che è perfettamente
      coerente con le posizioni espresse nel corso del voto di fiducia ed è, ahimè,
      coerente con la continua rilevata mancanza di proposte significative per il
      Paese.

      In un orizzonte proporzionale, i programmi si negoziano nel palazzo, non
      si sottopongono agli elettori.

      In un partito “normale”, invece, lo statuto vale qualcosa…

  4. stefano ceccanti ha detto:

    PD. BOSONE, CECCANTI, GIARETTA, PRIMA USCITA CENTRO STUDI PD NON IN LINEA CON SINTESI PROMESSE

    “Registriamo con stupore il fatto che proprio la prima pubblicazione del Forum Centro Studi Pd presenti sui temi della vita dei contenuti ispirati a una visione unilateralmente individualista e al solo principio di autodeterminazione. Il fatto che essa sia densa dell’indubbio spessore culturale di Stefano Rodotà non è un elemento che sminuisca la nostra preoccupazione, anzi, la rafforza e finisce col veicolare l’idea che si tratti di una precisa scelta politica”. Lo dichiarano i senatori del Pd Daniele Bosone, Stefano Ceccanti e Paolo Giarettan che poi continuano: “Il centro studi di un partito come il Partito democratico è chiamato a produrre materiale che rappresenti la complessità della discussione sui temi e che tenda a produrre nuove sintesi, oltre l’angustia di categorie ottocentesche o di steccati laici/cattolici. Ci attendiamo pertanto non generiche risposte o giustificazioni, ma decisioni conseguenti, stavolta coerenti alle sfide che il Pd deve affrontare”.

    Roma, 16 dicembre 2010

  5. Carlo Riviello ha detto:

    Ottimi e abbondanti, senza dubbio.
    Sarà interessante, poi, leggere le repliche dal Bottegone.

  6. stefano ceccanti ha detto:

    Mi scrive e mi autorizza a divulgare Emma Fattorini

    Caro Stefano,
    leggo solo ora le tue osservazioni critiche sul libro di Rodotà. Sono completamente d’accordo nel metodo e nel merito: è ( anche) per le ragioni che tu esponi molto bene che io mi sono allontanata dal pd.
    un abbraccio e solidarietà
    emma

  7. Luca ha detto:

    E’ davvero impressionante come la linea elaborata da Rodotà e sostenuta dalla istanza ufficiale del Pd sia PEREFFETTAMENTE OPPOSTA a quella emersa durante la Settimana Sociale.
    * Assoluta arbitrarietà dell’individuo sulla vita
    ** e dello stato sull’individuo (monarca assoluto dello spazio pubblico),
    nel testo del Pd,
    * eccedenza della vita che genera la costitutiva responsabilità della persona
    ** e relativizzazione di ciascuna istituzione (in uno spazio pubblico poliarchico),
    da Reggio Calabria.

    Dal Pd non è ragionevole aspettarsi le riforme che ci porteranno oltre il Novecento politico, anche perché ha la franchezza di non prometterle neppure in linea di principio.

  8. Stefano Ceccanti ha detto:

    posto la replica di Gianni Cuperlo

    Roma, 17 dicembre

    Al Sen. Stefano Ceccanti

    Ai Deputati del Gruppo Pd

    Ai Senatori del gruppo PD

    Caro Stefano,

    ti ringrazio per la lettera e per le tue osservazioni. Ne ho apprezzato la ricchezza dell’argomentazione e la competenza che del resto ti è consueta. Potrei aggiungere che sarebbe stato naturale parlarne direttamente e ciò magari avrebbe chiarito alcuni aspetti della pubblicazione e diradato alcune tue perplessità. Hai scelto legittimamente una strada diversa, con una lettera a me indirizzata e rivolta al contempo a una vasta platea di interlocutori, il che mi suggerisce di seguire la medesima procedura. Ho letto, a seguire, le risposte dei senatori Bosone e Giaretta. Assai interessanti entrambe anche se un tantino diverse nel tono. Il primo, in particolare si chiede se quella che egli definisce la prima uscita del centro studi del Pd (ma che tale non è) sia frutto “in ordine di gravità, di ingenua superficialità ovvero di inutile provocazione nei confronti dei cattolici del PD o ancor peggio di una consapevole affermazione del fatto che il Partito Democratico è diventato semplicemente di sinistra, libertario nella concezione della vita e tutt’oggi ancorato al socialismo nei rapporti socio-economici”. Non conosco il senatore Bosone e sono incuriosito dal suo linguaggio e da una perentorietà così priva di dubbi. Ragionerò, come ovvio, sulla terna suggerita per motivare la scelta di pubblicare una lectio del professor Rodotà. D’istinto, tra le opzioni avanzate (superficialità, provocazione, tardo-socialismo) quel tanto di autostima che conservo mi indurrebbe a privilegiare la terza, ma se devo essere sincero nessuna delle tre corrisponde al mio pensiero. Coerenza vorrebbe, invece, che se il senatore Bosone fosse davvero convinto delle sue parole, egli chiedesse anche le mie dimissioni dall’incarico (io almeno al posto suo lo farei) perché non mi piacerebbe affatto lasciare il centro studi del mio partito nelle mani di un ingenuo superficiale o, peggio, di un provocatore libertario.

    Vedo comunque che le tue e le loro considerazioni si sono tradotte in una dichiarazione congiunta alla stampa (sono uscite diverse agenzie al proposito) che si chiude con una dichiarazione ferma. Questa: “Ci attendiamo pertanto non generiche risposte o giustificazioni, ma decisioni conseguenti, stavolta coerenti alle sfide che il Pd deve affrontare”.

    Naturalmente non è mia intenzione fornire generiche risposte (o almeno tenterò di evitarlo). Ancor meno penso di dovermi giustificare per la semplice ragione che non reputo affatto le decisioni assunte sin qui incoerenti rispetto “alle sfide che il Pd deve affrontare”.

    E vengo al merito. Quando abbiamo pensato di dar vita alla piccola collana delle “Note”, avevamo in mente, come credo sia detto nella breve introduzione che accompagna il volumetto, di seminare qualche spunto di riflessione, suscitare qualche occasione di confronto e di elaborazione. Di favorire, insomma, una discussione aperta su alcune delle sfide che stanno di fronte non solo al PD, ma alla politica tutta.

    Questa è la ragione che ci ha indotti a scegliere un tema, quello della laicità, che rappresenta, come tu stesso riconosci, uno dei nodi più complessi attorno al quale si esercitano le riflessioni degli studiosi. Un nodo che, pure nelle diverse declinazioni e aggettivazioni (alcune riprese da te), viene posto più o meno da tutti a fondamento dello Stato democratico.

    La scelta è caduta sul testo “Laicità e governo sulla vita” esattamente per le ragioni che tu stesso ricordi: la chiarezza, il rigore, la profondità con cui Rodotà ci offre le sue considerazioni ci sono sembrate il modo migliore per avviare una riflessione schietta e naturalmente non esaustiva della questione.

    E qui vengo a una seconda precisazione. Ciò che la collana “le note” non intende essere (sottolineo il “non”) è una sorta di Bignami programmatico del Partito Democratico o un prontuario di facile consultazione per risalire alla posizione ‘ufficiale’ del PD su taluna o talaltra questione. Insomma non è il traguardo di una riflessione. Al contrario, si propone di esserne l’avvio.

    E’ per questa ragione che non trovo fondata la tua osservazione riguardo alla inconciliabilità del testo di Rodotà “con l’obiettivo di una nuova sintesi tra laici e cattolici”. Infondata perché se l’obiettivo che tu indichi corrisponde a una delle sfide più alte che stanno di fronte al PD, non è pensabile che esso sia affidato al contributo, pur autorevolissimo, di un singolo (peraltro non appartenente al PD) e non invece a una elaborazione corale da parte di tutto il partito che resta una comunità aperta e plurale di persone.

    Per la stessa ragione, credo non sia corretto porre il tema delle future pubblicazioni nei termini di una “correzione” del pessimo input iniziale. Sarà del tutto naturale (e sarebbe ragione di conforto per l’attività del nostro piccolo Centro studi) ricevere e raccogliere contributi diversi, anche come frutto di uno stimolo autorevole quale quello dal quale in questo caso si originerebbe il dibattito. Aggiungo che c’è da augurarsi che ogni volume riesca a promuovere, come è successo nel tuo caso, una riflessione attenta e una occasione di accrescimento culturale per tutto il partito. Ti propongo fin d’ora di pubblicare sul sito del Centro studi il tuo commento insieme alla versione scaricabile del volumetto invitando chi lo volesse ad animare un forum di discussione.

    Per finire, non voglio sottrarmi al merito di alcune delle questioni che sollevi. Non sono un giurista, ma sento pienamente la responsabilità della sfida che il pluralismo etico, culturale e religioso della contemporaneità – emblematicamente incarnato dai temi che con brutta espressione si dicono “eticamente sensibili” – ha lanciato alla politica e, in fondo, a ogni cittadino. Quel passaggio cruciale dall’etica dei principi all’etica della responsabilità che consente, o dovrebbe consentire, di ‘tradurre’ nel linguaggio del discorso pubblico, della ‘ragione pubblica’ vorrei dire, convinzioni, valori, fedi, culture. Tutto ciò che dà senso alla vita di ciascuno e che, al di fuori di quel discorso può restare confinato nell’esperienza sterile del ‘non negoziabile’, mentre nel confronto democratico può essere la linfa di quello che chiami un ethos condiviso.

    Ma il punto è che una volta esperito fino in fondo il metodo democratico, e fatta una legge il più possibile condivisa (fosse anche unanimemente condivisa), rispettosa delle minoranze e dei diritti di tutti i soggetti coinvolti, ispirata insomma a quella laicità inclusiva e a quel consenso per intersezione che pure autorevoli studiose e studiosi da te ricordati hanno evocato, una volta fatto tutto questo ci si dovrà confrontare, come tu stesso affermi, con l’impossibilità di una “condivisa valutazione del fondamento di quell’ agire finalizzato ” che fa di un individuo una persona.
    Quel “per” che definisce così bene una libertà moderna e responsabile, ci dice in fondo che il senso ultimo di un’esistenza sarà sempre e comunque una scelta individuale. Il che non significa, certo, negare l’importanza di tutto ciò che quel senso ha contribuito a determinare (relazioni, affetti, religioni, ideologie, culture, etiche). Ma, come tu mi insegni, non è data scelta morale senza autonomia e autodeterminazione e tutto sommato mi convince l’idea che la libertà morale sia la più ‘umana’ delle libertà. Insomma c’è un limes oltre il quale l’individuo è solo di fronte alle scelte fondamentali della propria vita.

    Un habeas corpus (e mi riferisco al testamento biologico) un territorio nel quale l’autodeterminazione, direi proprio assoluta, della persona è la chance – il rischio per alcuni – che non si può fare a meno di giocare se la posta è davvero la straordinaria possibilità di costruire liberamente il nostro stare al mondo. Qualunque altra presenza, in quello spazio irripetibile, inenarrabile e dunque indecidibile da un ‘sovrano’ che non sia il soggetto stesso, sarebbe una violazione, un’invasione, un arbitrio. Questo credo sia il senso profondo di quell’articolo 32 della nostra Carta costituzionale e questo è il principio che ha ispirato le leggi più equilibrate e più sagge su temi delicatissimi come la 194 del 1978. In tutta onestà, credo che questo sia anche lo spirito che permea la Lectio di Rodotà quando pone la laicità tra i principi di governo della vita da parte di un soggetto che si riappropria, anche storicamente, di un potere ‘istituzionale’ attraverso autonomia e autodeterminazione cui la laicità rinvia, certo, ma con le quali non si identifica totalmente. Mi pare, ancora una volta, che questa visione non segni l’esclusione di ogni presenza ‘pubblica’, semmai il passaggio da una “presenza aggressiva alla presenza consapevole” che sa e vuole tener conto proprio del vissuto reale di ogni persona che, in virtù di esso, è molto più di un individuo astratto.

    Per tutte queste ragioni, che ho provato a condividere con te, sono convinto che il testo che abbiamo pubblicato non precluda alcunché e ponga, al contrario, le premesse per una discussione serena e onesta.

    In attesa di sentirti presto, buone cose.

    Gianni

  9. stefano ceccanti ha detto:

    Mi scrive Giovanni Bachelet

    Caro Stefano,

    l’altroieri non ho risposto al tuo messaggio urbi et orbi perché ho da tempo verificato, da autore, che l’efficacia di un email è inversamente proporzionale sia al numero dei destinatari cui viene inviato, sia al numero di messaggi che l’autore manda in media ogni settimana, sia alla lunghezza del messaggio spedito.

    Ieri però, ascoltando Rodotà parlare di La Pira, Lazzati e Dossetti alla presentazione del libro “Quando si faceva la Costituzione. Storia e personaggi della Comunità del porcellino”, ho formulato un pensierino e ora, avendo visto qualche altra risposta, mi è venuta voglia di scrivere anch’io, per una volta, un email urbi et orbi.

    Contrapposizioni che sembravano insanabili negli anni trenta e quaranta del secolo scorso hanno trovato nella Costituzione una straordinaria sintesi. Alcune di queste contrapposizioni vengono periodicamente risuscitate da chi (nella Chiesa e in Parlamento) non ha (ancora) digerito la Costituzione repubblicana; questi rigurgiti anticostituzionali non hanno, ovviamente, cittadinanza nel nostro partito. Ce l’ha, invece, il contributo di Rodotà, del tutto appropriato al nostro dibattito: dibattito fecondo, che ha già prodotto frutti notevoli come, un annetto fa, un testo sul testamento biologico condiviso da tutto il PD, inclusa Paola Binetti, allora non ancora migrata all’UDC.

    Poiché poi i testi prodotti dal Centro Studi di un partito democratico non hanno lo stesso grado di autorevolezza di quelli licenziati dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, dopo la tua tempestiva sottolineatura di ciò che ti sembra dividere insanabilmente il punto di vista laico da quello cattolico su alcune questioni tecnologicamente o socialmente imprevedibili nel 1946, mi piacerà un giorno leggere, nella stessa collana di Cuperlo, una tua piú distesa riflessione su ciò che invece li unisce e ci aiuterà a trovare nuove sintesi alla luce della nostra vecchia, cara Costituzione.

    Buon Natale,
    Giovanni
    http://www.giovannibachelet.it/

    mia replica

    Carissimo,
    ti ringrazio, ma tu mi attribuisci una cosa che non ho detto.
    Io non ho affatto sottolineato ciò che separa il punto di vista cattolico da quello laico, io ho sottolineato, facendo riferimento a quesi testi ciò che separa le argomentazioni di Rodotà rispetto in particolare a quelle volte alla sintesi di Barbera, Mancina e Semplici.
    Le basi costituzionali comuni sono chiarissimamente esposte nel testo di Barbera citato nella lettera. Io non saprei scriverle meglio di lui.
    Stefano

    —–“

  10. Giorgio Armillei ha detto:

    Il punto della discussione non è la vitalità del quadro costituzionale. Per altro bisognoso di consistenti manutenzioni, nonostante la diversa e diffusa opinione del “conservatorismo costituzionale” di molto PD. Il punto è la linea politica del PD in materia di rapporti tra diritto e etica pubblica. E quindi il posizionamento strategico del PD. La mia opinione è che si vada affermando nel PD un’egemonia veterolibertaria del tutto minoritaria se guardiamo alle posizioni della sinistra che vince (e non di quella che perde o che declina) e a quelle dell’opinione pubblica italiana. Tutto qui.

  11. Alessandro Canelli ha detto:

    Per quel che vale il mio parere qui, io non riesco a vedere le cose in modo così irenico come le vede Bachelet.
    Se lui è mosso da nobilissima volontà di dialogo, non così mi pare la “controparte”.
    Non mi pare esistano premi “supercattolico dell’anno”. Mentre il premio “laico dell’anno” è unicamente configurabile in funzione negativa, anticlericale a dir poco. Ma sappiamo che ormai non è il clero l’obiettivo, ma la stessa idea di uomo, come Armillei e Ceccanti bene individuano.
    Forse abbiamo dimenticato che dalla Costituzione ad oggi è passato ormai un tempo paragonabile a quello che passò dallo Statuto Albertino alla Costituzione Repubblicana. Ed il mondo è decisamente cambiato molto di più in questa seconda parte dei 160 anni in questione. E dimentichiamo come la Costituzione fu scritta tra parti che misero in campo non solo patrimoni ideali ma anche rapporti di forza, senza i quali le idee rimangono nobili auspici e niente più. Ora sappiamo bene che le forze organizzate nel PD non stanno certo dalla parte di chi propugna le idee di Ceccanti e Armillei, bensì dalla parte di chi osanna i “laici dell’anno” e pensa la politica solo come strumento per la realizzazione del modello antropologico da essi proposto. Non vedo infatti il medesimo impeto integralista animarli per una migliore organizzazione istituzionale, amministrativa, economica, del lavoro, dell’istruzione o altro. Tutte cose in cui il buono dal cattivo politicamente si distingue unicamente dal colore di chi ha fatto la proposta e non dai contenuti (i nostri dicono cose buone, gli altri cattive, anche quando ridicolemnte entrambe dicono la stessa cosa).
    Senza una organizzazione politica (dentro o fuori PD o altro) di chi propugna idee diverse saremo sempre in balia dei neo-patti Gentiloni proposti all’elettorato dal Berlusconi di turno, che recidono ogni dialogo con la maggior parte dell’elettorato cattolico – o meglio non laicista.
    Di più: anche coloro che provengono da aree diverse da quella laicista e meno integralistico-identitarie saranno costretti dalla minorità politica interna a piegarsi a posiizioni sempre più succubi verso la leadership laicista, costretti a legittimarsi a suoi occhi per ottenere uno straccio di ruolo interno – lampante l’esempio Bindi.
    Un piccolo aneddoto bolognese per illuminare in che prospettiva ci muoviamo: Bologna è sede di una delle più attive e militanti comunità omosesssuali d’Italia. Ora tra i candidati alle primarie PD uno è notoriamente omosessuale, ma non fa di questo un punto programmatico. Il candidato più organico al partito invece, come primo luogo di incontro del gruppo dei sostenitori più stretti sceglie la sede storica del movimento omosessuale militante di Bologna, segnalando in questo modo non una sensibilità sui temi dell’emarginazione (non possiamo indicare come emarginato un gruppo che al suo livello organizzato ha espresso il capogruppo PD al consiglio comunale, quasi più potente del sindaco in un partito con la maggioranza assoluta in consiglio), ma una adesione ad una visione antropologica che ha visto coincidere programmaticamente laicismo militante e movimento omossessuale. E’ questo il modello politico del PD? Su che base andrà poi a gestire la politica locale, se non si cura di anteporre le questioni amministrative a quelle di bandiera ideologica? Non si segnala in tal modo agli elettori che il PD è lo strumento politico del movimento laicista? Che sintesi posso aspettarmi? Anche perchè poi, secondo lo schema Rodotà, sarà costretto dalla CGIL o chi per lei a privilegiare tutto ciò che è formalmente pubblico rispetto a tutto ciò che è sostanzialmente tale, a partire dagli asili comunali etc.

  12. stefano ceccanti ha detto:

    replica a Gianni Cuperlo

    Carissimo Gianni,

    ti ringrazio della tua lettera cortese e dialogica, oltre che, come sempre, puntuale. Ovviamente ti do pieno mandato di pubblicare qualsiasi mio intervento.

    Mi permetto solo qualche chiosa perché ritengo le mie obiezioni politiche (amncor prima che giuridiche) non superate.

    1. Non ho scelto la strada che tu ritenevi più ‘naturale’ di un dialogo diretto perché a un atto pubblico, la pubblicazione di un opuscolo, si risponde ‘naturalmente’ in pubblico. In realtà non ci sarebbe stato molto da chiarire sul piano strettamente politico perché l’Autore sostiene da anni una posizione coerente e costante, adatta a un partito analogo a quello Radicale o comunque di matrice laico-libertaria che si può alleare con altri partiti espressione di altre culture. Preciso che su altri temi, diversi da questi, ho invece consensi con Rodotà, tant’è che in materia di privacy ho presentato una proposta parlamentare coi colleghi Marini e Sanna ripresa da una sua elaborazione in sede di Commisione Bozzi, anche per bilanciare estremizzazioni giustizialiste emerse nella battaglia contro la legge sulle intercettazioni.

    2. Il punto è che in un dialogo l’imprinting iniziale è gran parte del tutto: è ovvio che una collana di un partito come il Pd non può essere un catechismo laico, un bignami programmatico, ma l’imprinting dà il tono complessivo e chiarisce il senso politico. Non è un bignami, ma costituisce un serio posizionamento. Continuo a ritenere che un testo che ruota tutto e solo intorno al principio di autodeterminazione come principio non negoziabile e assoluto non fosse affatto adatto, così come non lo sarebbe stato, per fare un esempio, un testo di un auore cattolico più tradizionalista nel caso in cui avesse affermato il diritto alla vita come unico principio non negoziabile e assoluto. Anche l’esempio che tu fai della legge 194 non conferma affatto quell’impostazione, ma il suo esatto contrario perché lì non c’è affatto il principio di autodeterminazione in modo assoluto come proponevano i radicali che erano contrari alla 194 (e che promossero per primi un referendum abrogativo) perché essa, in uno dei possibili bilanciamenti tra diritto alla vita e diritto all’autodeterminazione, prevede che in alcune circostanze l’aborto sia depenalizzato.

    3. Ciò ha delle precise conseguenze anche sul tema del testamento biologico perché se si parte dal solo principio di autodeterminazione si finisce col dover depenalizzare qualsiasi forma di eutanasia e di suicidio assistito, così come se si parte dal solo diritto alla vita si finisce volenti o nolenti nell’arrivare a legittimare l’accanimento terapeutico. Non a caso in Senato sia noi sia i radicali abbiamo presentato due diverse pregiudiziali di costituzionalità che sostenevano tesi legittimamente divaricanti, ma una era del Pd, l’altra era dei radicali con cui io non ho alcun problema a stare nello stesso gruppo o in varie altre iniziative (come quelle sul collegio uninominale), ma che non hanno legittimamente la medesima aspirazione maggioritaria.

    In ogni caso martedì esce un mio libro, anche su questi temi, che ti farò avere prontamente per proseguire con passione questo dibattito.

    Carissimi saluti

    Stefano

  13. Stefano Ceccanti ha detto:

    La replica del prof. Rodotà

    Caro Gianni,
    ho letto con sbalordimento crescente l’attacco al piccolo libro nel quale hai voluto pubblicare una mia lezione torinese con una prefazione (presumibilmente tua). Non sono colpito dalle critiche in sè (ammesso che alcune affermazioni possano essere ritenute tali). Ho un abito scientifico che mi fa da sempre ritenere le critiche vere un aiuto, e non ho mai risposto, invece, a chi prendeva qualche mio scritto a pretesto per affermazioni immotivate. Non voglio entrare nelle questioni interne del Pd, partito rispetto al quale, come ben sai, sono del tutto “esterno”. Ma sono colpito da due fatti.
    Il primo riguarda la fragilità culturale e politica messa in luce da quegli interventi. Davvero un partito non può sopportare un piccolo scritto di un vecchio professore senza alzare barricate, abbandonarsi all’intolleranza delle ripulse scritte tutte in lettere maiuscole, invocare argomenti d’autorità (contrasto con quanto emerso dalla settimana sociale dei cattolici: ho, peraltro, memoria viva di ben altre settimane), travisare o non comprendere le altrui tesi? So che non sono affari miei, ma volevo segnalarlo.
    Il secondo fatto riguarda la riduzione del mondo cattolico alle tesi espresse dagli intervenuti nella discussione (per fortuna Giovanni Bachelet ha riportato saggezza). Ora, scrivendo da molti anni libri su questi temi (La vita e le regole, Dal soggetto alla persona, Perché laico), ho avuto un ricchissimo dialogo con altissime personalità della Chiesa e della politica cattolica, le cui posizioni, anche quando manifestavano critiche, erano improntate al rispetto reciproco e, soprattutto, all’attenzione per l’altro. Ne ho tratto giovamento e incitamento. In una autorevolissima rivista cattolica il mio lavoro è stato addirittura additato come contributo importante al dialogo. Inoltre, se avessi tempo, potrei passare quasi ogni giornata in qualche luogo del Pd, tante sono le quotidiane richieste (soprattutto da parte dei tanto corteggiati giovani) di parlare di questi temi, sui quali si lamenta il silenzio del partito. Chi fa politica ufficiale, dunque non io, non dovrebbe evitare ogni forma di riduzionismo, e partire dall’opposta premessa di quanto ricco e variegato sia il mondo cattolico e quanto ricco e variegato lo stesso Pd?
    Nel merito delle critiche, o piuttosto invettive, non entro, se non per qualche precisazione. Mi si accusa di usare “epiteti”. Debbo pensare che i miei critici condividano la cultura espressa dalle macabre rappresentazioni inscenate negli ultimi giorni di vita di Eluana Englaro ponendo pane e bottiglie d’acqua sul sagrato delle chiese e davanti alla clinica? L’”abbandono della legalità costituzionale” non è forse tema quotidiano della polemica politica del Pd? Sono turbati dal ricorso all’antica formula dell’alleanza tra Trono e Altare per definire il malsano e strumentale rapporto tra Berlusconi e le gerarchie vaticane? Hanno capito che la prepotenza legislativa si riferiva alla legge sulla procreazione assistita, giustamente fatta a pezzi dalla Corte costituzionale, oppure, avendolo capito, si arroccano a difesa di quella legge? Si riesce a intendere che la denuncia del rischio del ritorno al “soggetto astratto, decorporalizzato” va esattamente nella direzione opposta a quella che i critici mi imputano? Che con quella espressione, e con buona parte del mio scritto, si cerca di ricostruire una persona che vive nel contesto storico, nel sistema delle relazioni sociali, che esprime profondi bisogni materiali e spirituali, e che proprio in questo ambiente matura il necessario rispetto dell’autodeterminazione?
    Politici accorti, peraltro, dovrebbero sapere che il riconoscimento dell’autodeterminazione come diritto fondamentale della persona non è una mia forzatura, ma quanto è scritto nella sentenza della Corte costituzionale n. 438 del 2008, citata nel testo, bellamente ignorata in tutta questa discussione e che, per esempio, ci dice che l’attuale disegno di legge sul testamento biologico è del tutto incostituzionale. Il percorso costituzionale, inoltre, tocca l’intero governo della vita, con due sentenze di quest’anno, quella relativa alla fecondazione assistita, di cui così sono stati fatti cadere gli aspetti più marcatamente proibizionisti e limitativi della libertà delle scelte procreative, e quella sulle unioni tra omosessuali, in cui si afferma che queste persone hanno il “diritto fondamentale” a veder riconosciuta la loro scelta. Invece di polemizzare, gli autorevoli parlamentari non dovrebbero improntare la loro azione proprio a questa esplicita linea costituzionale, partendo ad esempio dal riconoscimento di quelle unioni in cui si manifesta un diritto fondamentale che attende il suo obbligato riconoscimento? Le pur rispettabili opinioni personali possono portare all’oblio dei diritti formalmente riconosciuti? E si possono ignorare i limiti che sempre la Corte costituzionale ha posto alla discrezionalità del legislatore?
    Ancora. Denuncio i rischi della prepotenza del potere politico e mi trovo accusato dell’opposto, d’essere sostenitore d’uno stato monarca assoluto dello spazio pubblico. Mi si fa una lezioncina sui problemi che incontra la persona, sui rischi d’una politica rattrappita, quando tutto nel mio scritto sottolinea l’importanza della dignità e di tutto ciò che è necessario per assicurarne il rispetto. Si immiserisce il discorso sull’autodeterminazione con i soliti riferimenti al casco per i motociclisti o alle misure di sicurezza sul lavoro, quando invece quel diritto fondamentale riguarda il governo della vita in sé, non le attività che si svolgono in contesti più ampi e che implicano un necessario rapporto con gli altri. Si ignora quel che scrivo sull’individualismo e sulla prepotenza del mercato. Potrei continuare. Ma così va il mondo (e non va bene).
    Mi vedo additato come fautore di una “miscela di azionismo e socialdemocrazia (e dossettismo)”. Cogliere sulla bocca di cattolici il dossettismo come orizzonte pericoloso mi illumina su molte cose. E mi fa venire nostalgia della figura del vecchio monaco di Monteveglio, impressa nella mia memoria da uno straordinario incontro, l’uomo che volle uscire dal suo isolamento per difendere “la Costituzione più bella del mondo”. Possibile una dimenticanza così forte?
    Un abbraccio
    Stefano

  14. Alessandro Canelli ha detto:

    Un bel cazzotto nei denti accademico….

  15. silvia madricardo ha detto:

    Perdonate, qualcosa non mi torna…
    L’eccezione non è stata sollevata – nè la discussione verteva – sulle idee del prof. Rodotà.
    Si ragionava: sul PD; sull’opportunità che la pubblicazione dell’intervento a cura dell’Ufficio Studi potesse in qualche modo essere interpretata come un position paper del PD; sulla coerenza della posizione nel medesimo intervento espressa con il progetto del PD.

  16. Alessandro Canelli ha detto:

    “Mi si accusa di usare “epiteti”. Debbo pensare che i miei critici condividano la cultura espressa dalle macabre rappresentazioni inscenate negli ultimi giorni di vita di Eluana Englaro ponendo pane e bottiglie d’acqua sul sagrato delle chiese e davanti alla clinica?”
    …mi pare di vedere la faccia….
    Lampi di scomunica che escono dagli occhi…
    ;-D

  17. Alessandro Canelli ha detto:

    Altra chicca: il rimprovero verso chi cattolico non condivide il Dossettismo. Sembra L’Isola del Tesoro di Stevenson, quando Long John Silver rimprovera il pirata di avere usato la Bibbia per scrivere la sua condanna.
    State al vostro posto o marrani! Non toccate l’intoccabile!
    Inchinatevi al laico supremo!
    ;-D

  18. stefano ceccanti ha detto:

    Gianni Gennari da “Avvenire” di oggi. Ricordo a chi non lo conosce che Gennari sui temi della vita è un teologo “di frontiera”: è stato ad esempio uno dei pochi a difendere il testo della legge 194 anche rispetto al referendum del Movimento per la Vita….

    Gesù arruolato dal Pd alla scuola di Rodotà?
    «Inutile sperare che la gerarchia si schieri dalla parte di Gesù, e dunque a sinistra- È una gerarchia triste, capace di interessarsi solo nelle Encicliche alla vita dei più deboli- contro l’insegnamento di Gesù nel cui nome loro dicono di parlare». Ieri “Unità” (p. 20) queste delicate righe dopo che Santa Sede e Cei avrebbero manifestato qualche soddisfazione perché nella presente situazione socioeconomica e di valori si è evitata una crisi di governo e l’acuirsi dello scontro anche elettorale da tanti punti di vista temibile. Ovvio: punti di vista, ma nel testo, a parte insulti e disprezzo evidente per Chiesa e cattolici non allineati con la redazione, sorprende l’arruolamento secco di Gesù «a sinistra». Poi proprio lì accanto (p. 21) trovi l’appello esplicito per l’eutanasia legale: «Biotestamento e cure palliative: non fermiamoci»! Che dire? Che sempre ieri sul “Corsera” (p. 6) trovo questo titolo: «Napolitano invoca stabilità: oggi il primo discorso dopo la fiducia all’esecutivo». Ma come? Anche Napolitano per la stabilità, come Santa Sede e Cei! Domani certamente saranno insulti e accuse su “L’Unità”: un presidente che non «si schiera dalla parte di Gesù»! A proposito, sempre ieri leggo che il professor Rodotà replica sdegnoso ad alcune critiche «cattoliche» (cfr. qui, 17/12, p. 9) per l’adozione ufficiale da parte del Pd di un suo opuscolo con tesi individualiste su vita e famiglia, opposte all’essenza della visione cattolica, e scrivendo al partito rivendica una sua personale infallibilità, senza incrinature. E il Pd? Tacerà. Arruolato Gesù dalla loro parte, hanno ormai la certezza che con vera Chiesa e veri cattolici ogni problema è risolto-

  19. Alessandro Canelli ha detto:

    Come ai vecchi tempi…
    Gesù è il primo socialista, ma solo se risponde alle direttive del comitato centrale.
    Ovvero: le idee hanno bisogno di organizzazioni per fare strada. Non è detto che debbano essere partiti, ma senza non si va da nessuna parte.
    Il tono di disprezzo usato da Rodotà e il fatto che la lettera non fosse nemmeno indirizzata a Ceccanti, indica che le presenze non allineate sono solo mal sopportate. E a destra si preferisce trattare senza mediatori.
    Mah!
    Il livello intellettuale e scientifico in politica poco aiuta senza organizzazione, e mi dispiace dovere ricordare che la sinistra DC, con cooperative bianche e Cisl a fianco, non c’è più, seppellita anche dal proprio appagamento e da chi la considerava troppo poco “pura”, a cominciare dagli smarriti Bertani del caso.

  20. stefano ceccanti ha detto:

    la mail del collega Paolo Giaretta

    Caro Gianni,
    ti ringrazio della risposta. Non vorrei ulteriormente disturbare i colleghi sul tema, ma mi sembra giusto intanto ringraziarti per il dialogo che si è aperto su un tema rilevante. Condivido totalmente, come dici nell’introduzione al saggio di Rodotà, “l’ambizione di seminare pensieri ed annotazioni senza un ordine rigido e con grande curiosità”. Penso anzi che il venir meno in un certo modo di una sufficiente curiosità nel capire i cambiamenti ed organizzare risposte innovative sia una delle ragioni delle difficoltà del PD e della tentazione di rinchiudersi in orizzonti già conosciuti. Certo non penso che una collana di saggi come strumenti di lavoro politico debba rinchiudersi nel territorio della ovvietà o del politicamente corretto o peggio in una contabilità delle posizioni. Però il tema laicità e governo della vita è uno dei più complessi e potenzialmente divisivi all’interno del PD e va maneggiato con una certa cura. Penso che sarebbe stato più utile un testo che segnasse un tentativo di sintesi sul tema o che rendesse conto delle diverse posizioni in campo, quelle naturalmente che hanno solidi fondamenti culturali e non siano il riflesso di pretese clericali (che come è noto non albergano solo nei dintorni delle Chiese, ma a volte sono egualmente presenti tra i campioni della “laicità”). In ogni caso ben venga ogni strumento che ci invita alla riflessione e all’approfondimento.
    Cordialità
    Paolo Giaretta

    P.S. La stizzita risposta del prof. Rodotà dimostra che si può ricevere il Premio di Laico dell’anno ma essere appunto molto clericali per la mancanza del dubbio e del rispetto delle idee diverse dalle proprie. Perfino Benedetto XVI nell’ultimo libro restringe di molto il campo dell’infallibilità del Papa.
    Anche perchè, con buona pace del prof. Rodotà, propria sulla vicenda Englaro la battaglia politica fatta al Senato ci ha visti molto distanti da alcune pretese clericali e molto impegnati nel trovare ragionevoli sintesi rispettose della libertà della persona. E quanto a Dossetti magari qualcosa ha lasciato anche nella nostra formazione…

  21. Stefano Ceccanti ha detto:

    Stefano Semplici mi prega di postare questo suo testo:

    Ha ragione Rodotà: non giova la scelta di usare la colorata tavolozza dell’invettiva piuttosto che la pazienza del ragionare pacato. Così va il mondo e davvero non va bene?
    È in questo spirito che raccolgo due spunti dalla lettera con la quale è intervenuto in questo dibattito:
    -è proprio perché tutti cerchiamo di essere attenti alla persona «che vive nel contesto storico, nel sistema delle relazioni sociali, che esprime profondi bisogni materiali e spirituali», che può apparire riduttivo concentrare sull’autodeterminazione (non negoziabile?) la misura del rispetto che questa ricchezza impone. Lasciamo pure stare i riferimenti da addetti ai lavori (Kant e la necessità di non pensare l’autonomia soltanto come autodeterminazione) e restiamo alla questione delle priorità dell’agenda anche politica. L’ultimo documento prodotto dal Comitato Internazionale di Bioetica dell’Unesco è il Rapporto sulla responsabilità sociale e la salute. Perché non cominciare da qui per ritrovare le ragioni del camminare insieme?
    -tengo molto ai caschi dei motociclisti e alle misure di sicurezza sul lavoro. Contesto che il tema del «necessario rapporto con gli altri» sia estraneo alla bioetica. Eugenio Lecaldano, che non può certo essere considerato un alfiere del clericalismo, scrive per esempio che, proprio quando si riflette sulla responsabilità di fronte alla domanda eutanasica, non si possono perdere di vista «gli ulteriori
    problemi legati al fatto che si chiama in causa la volontà di un’altra persona». Riportiamo davvero l’autodeterminazione alla concretezza
    delle sue relazioni. Si vedrà che si tratta di stabilire non ‘se’ essa debba avere dei limiti, ma ‘dove’ collocarli. La Corte costituzionale
    non ha peraltro ancora cancellato l’art. 5 del Codice civile e la sua pesante limitazione degli «atti di disposizione del proprio corpo»…
    Nel mio libro sulla bioetica di qualche anno fa citavo proprio il prof. Rodotà a supporto della mia tesi che il corpo rimane il limite della legge. Continuo a pensare che questa consapevolezza sia una conquista proprio in virtù della complessità e anche della possibile
    divaricazione dei suoi significati. Così come continuo a pensare che sia una conquista, leggendolo e difendendolo tutto intero, l’art. 32 della nostra Costituzione. Un articolo che ci impone di affrontare
    soprattutto alcuni casi al limite senza l’ansia dell’applicazione di principi sempre uguali a se stessi e con l’illusione che se ne possa
    applicare uno come il passepartout che apre tutte le porte e risolve tutti i problemi.

  22. Giorgio Armillei ha detto:

    Stefano Rodotà si duole del tono della discussione sul landino. Mi dispiace: che un autorevole interlocutore non si trovi a proprio agio in una discussione sul landino non è una buona notizia. Non lo è per i promotori del blog. Meno che mai per chi, come me, è stato suo studente in affollate e vivacissime lezioni alla Sapienza. A me sembra, però, che ci sia un fraintendimento: la discussione sul suo testo ha, infatti, tutte le caratteristiche di una discussione pacata e articolata. Con punte polemiche, come si conviene all’ambiente che la ospita. Sintetica, come può essere una discussione in un blog. Piena in ogni caso di argomenti e di domande. A qualche domanda Rodotà risponde. Altre domande restano senza risposta. Una parte di domande, la più importante, riguarda il PD. E su questa parte Rodotà, a ragione, si chiama fuori pur non mancando di esprimere qualche giudizio di passaggio.

    Provo a rilanciare alcune di queste domande cominciando dal tema laicità e stato. È l’idea di un ambiente totalmente laicizzato a richiamare la funzione dello stato monopolista dello spazio pubblico. Quella idea di laicità e quella funzione dello stato vanno insieme. Il che non vuol dire che si stia – per ciò solo – predicando a favore di uno stato intrusivo, cioè di più stato e meno diritti. Al contrario, vuol dire che si sta evocando implicitamente uno stato che relega nello spazio privato le questioni etiche e le visioni del mondo, stabilendo una cesura netta – ma in realtà impossibile – tra diritto e morale. Tutte nello spazio privato tranne quella, beninteso, della laicità medesima. In questo senso la laicità che monopolizza lo spazio pubblico (un ambiente totalmente laicizzato) è come la politica in forma di stato che si pensa come totalità dello spazio pubblico. Un conto è la differenziazione tra le sfere sociali, politica, religione, diritto, economia, scienza, tutte autonome e distinte anche se in relazione l’una con l’altra; un conto la rivendicazione per una sola di esse di un ruolo pubblico a fronte della privatizzazione delle altre. Un conto la differenziazione un conto la privatizzazione.

    I dubbi su questa visione della laicità – e i suoi punti di debolezza – non mi sembra possano essere affrontati come espressione di rigurgiti confessionalistici. Sono i dubbi – e molto di più – di Dworkin, di Habermas e di altri. Sono i dubbi di chi non riconosce come fondabile un’autonomia assoluta del diritto dalla morale. Di chi tematizza i diritti morali. E quindi non può immaginare uno spazio, altrettanto assoluto, per l’autodeterminazione come principio giuridico non suscettibile di bilanciamenti.

    Quanto al dossettismo, il cui richiamo era da leggersi nell’economia di un post, le cose stanno in maniera assai semplice. C’è come un’analogia tra la deriva monopolista di questo concetto di laicità (un ambiente totalmente laicizzato) e certi tratti integralistici e confessionalistici di Dossetti che giungeva, almeno in una fase del suo pensiero politico, all’idea di una reformatio del corpo sociale come funzione della politica in forma di stato. Tratti di confessionalismo e integralismo evidenziati da Scoppola – da ultimo nelle sue “lezioni sul novecento”. La novità, sulla quale Rodotà sembra sorvolare senza fermarsi troppo a riflettere, è che c’è oggi una generazione di cattolici, riformisti, di sinistra ma non dossettiani. Una generazione, in un certo senso, post cattolico democratica. Per la quale non vedo perché sia necessario nutrire preoccupazioni.

    Da ultimo le domande politiche che Rodotà sfiora prendendone, comprensibilmente dal suo punto di vista, le distanze. Ma il dibattito partiva proprio di lì. E le domande sono: la linea di Rodotà è la linea del PD? E’ la linea elettoralmente vincente? E’ la linea più coerente con la sua identità fondativa? Domande che conducono al punto cruciale: non c’è ragione, politicamente parlando, di avviare il cantiere del difficile e delicato lavoro di bilanciamento tra diritto e morale partendo da una posizione oggettivamente radicale, per quanto coerente e rigorosa. Farlo vuol dire spostare il baricentro indentitario del PD verso un punto dal precario equilibrio. Un equilibrio che riflette una leadership incerta e sbiadita che ha perso la bussola della vocazione maggioritaria. E cioè dell’anima stessa del progetto del PD.

  23. Luca Diotallevi ha detto:

    Il Pd – legittimissimamente – propone Rodotà.
    Il Papa propone Alexis De Tocqueville. (Cfr. sotto)
    Quali conclusione possiamo trarne?

    —-
    Dal recente discorso di Benedetto XVI alla Curia Romana per gli auguri di Natale.

    Mi piacerebbe parlare dettagliatamente dell’indimenticabile viaggio nel Regno Unito, voglio però limitarmi a due punti che sono correlati con il tema della responsabilità dei cristiani in questo tempo e con il compito della Chiesa di annunciare il Vangelo. Il pensiero va innanzitutto all’incontro con il mondo della cultura nella Westminster Hall, un incontro in cui la consapevolezza della responsabilità comune in questo momento storico creò una grande attenzione, che, in ultima analisi, si rivolse alla questione circa la verità e la stessa fede. Che in questo dibattito la Chiesa debba recare il proprio contributo, era evidente per tutti. Alexis de Tocqueville, a suo tempo, aveva osservato che in America la democrazia era diventata possibile e aveva funzionato, perché esisteva un consenso morale di base che, andando al di là delle singole denominazioni, univa tutti. Solo se esiste un tale consenso sull’essenziale, le costituzioni e il diritto possono funzionare. Questo consenso di fondo proveniente dal patrimonio cristiano è in pericolo là dove al suo posto, al posto della ragione morale, subentra la mera razionalità finalistica di cui ho parlato poco fa. Questo è in realtà un accecamento della ragione per ciò che è essenziale. Combattere contro questo accecamento della ragione e conservarle la capacità di vedere l’essenziale, di vedere Dio e l’uomo, ciò che è buono e ciò che è vero, è l’interesse comune che deve unire tutti gli uomini di buona volontà. È in gioco il futuro del mondo.

  24. stefano ceccanti ha detto:

    Ricevo dal prof. Enzo Di Nuoscio

    Scriveva H.D. Thoreau: “se sapessi che qualcuno sta venendo a casa mia con l’idea di farmi del bene, scapperei a gambe levate”. Essendo la via dell’inferno lastricata di buone intenzioni, è quantomeno lecito diffidare dei benefattori, soprattutto quando il benefattore è uno Stato che vuol decidere sul destino ultimo della vita dell’individuo. Ha ragione Rodotà quando sostiene che l’autodeterminazione è magna pars della laicità. E autodeterminazione, e anche su questo concordo, non è arbitrarietà, bensì la capacità di decidere sulle proprie sorti dentro una quadro di regole stabilite, che garantiscono l’autenticità e il rispetto dell’intenzione del singolo.
    L’errore che spesso si commette, è quello di andare alla ricerca di regole ge-nerali, di principi universali, in base a cui tracciare i confini della assoluta sovra-nità dei singoli; di questa difficoltà se ne era reso ben conto John Stuart Mill, quando provò a separare i self regarding acts dagli other regardings acts. Anziché cercare inesistenti fondamenti in base a cui stabilire quali azioni lasciare alla li-bera determinazione dei singoli e quali limitare in nome di interessi collettivi, sa-rebbe bene rendersi conto che ogni confine è sempre e necessariamente tracciato in base a scelte di valore soggettive, razionalmente infondabili, che non hanno nulla di necessario. Esse sono sempre, in ultima istanza, decisioni morali che si propongono ma che non si fondano, e che non cessano di essere tali anche quan-do diventano, mediante procedure stabilite, leggi di uno Stato. E ciò vale sia per le azioni che impattano sugli altri, sia per quelle che non hanno prevedibili conse-guenze su soggetti diversi da chi le pone in essere. Quando si è giustamente vie-tata la fecondazione eterologa, si è fatta una precisa scelta di valore: si è ritenuto che il diritto dei figli di conoscere chi è il padre biologico fosse un diritto premi-nente rispetto a quello di avere un figlio a tutti i costi. Nessuno può dimostrare che il primo diritto è oggettivamente superiore all’altro; è stata una scelta di valore condivisa a maggioranza, che non trova altro fondamento nelle coscienze indi-viduali. Parimenti, indossare il casco o vendere un proprio organo, pur non le-dendo diritti altrui, sono azioni imposte o proibite sulla base di scelte etiche, che le procedure democratiche hanno tradotto in norme.
    Credo che la discussione bioetica possa guadagnare molto evitando la sem-pre in agguato tentazione giustificazionista di trovare un punto di appoggio ar-chimedeo (dai fattori biologici al diritto naturale, a precetti religiosi) su cui collo-care valori ritenuti superiori, e ammettendo invece che le nostre posizioni sono scelte, senza fondamenti, ma non senza ragioni, che sottoponiamo alla discussio-ne critica. La libera discussione, il compromesso tra le differenti prospettive etiche, religiose, ideologiche, e quindi l’accordo per regolare aspetti così delicati delle vite individuali, sarà tanto più facile quanto più si resiste a questa tentazione fondazionistica. Chi pretende di possedere principi assoluti non cerca il consenso. E proprio questo è il compito del laico: riconoscere che la conoscenza è fallibile, l’etica è infondabile e la coscienza è inviolabile, e, di conseguenza, aumentare i margini di libertà individuale e scegliere la discussione critica come mezzo per la soluzione dei problemi, assicurando a tutti la libertà e il diritto di criticare tutti e tutto; a una condizione: che la critica sia sempre ad rem e mai ad hominem, che cioè si critichino le idee rispettando le persone che le sostengono.
    Alla luce di queste considerazioni non posso che concordare pienamente con la posizione autenticamente liberale e ispirata ad un sano relativismo etico espressa da Rodotà: dobbiamo agire finché le nuove possibilità tecnologiche, che di per sé non sono né buone né cattive, diventino una opportunità di realizzazione individuale, ampliando i margini di autodeterminazione, attraverso un’etica che, verrebbe da dire con Hans Jonas, al “principio di speranza” e al “principio di di-sperazione” opponga un sano “principio di responsabilità”.

    Enzo Di Nuoscio

  25. stefano ceccanti ha detto:

    segnalo che il dibattito si espande sul sito della fondazione Scuola di Politica http://www.scuoladipolitica.it con interventi di Claudia Mancina e Giorgio Armillei

  26. Stefano Ceccanti ha detto:

    un intervento di Nino Labate

    Caro Rodotà, approfitto di questo supporto e mi inserisco in punta di piedi.
    Sono dispiaciuto della piega presa dal dibattito con Ceccanti, Diotallevi e molti altri, tutti comunque da stimare per il loro indubitabile profilo laico, benché credenti. Convinto della sua nota disponibilità a comprendere le ragioni altrui, da calabrese a calabrese cito un grande calabrese che lei conosce meglio di me.
    Tommaso Campanella, precursore di Internet (!?), un utopista” che nacque dal Senno e di Sofia, sagace amante del ben,vero e bello…” ,non certo curiale e clericale, autentico uomo di fede ma forse anche lui da meritare il “Premio Laico” in quanto innamorato delle scienze naturali e del pascaliano “esprite de gèomètrie” , a ridosso di quella Riforma che specie con Calvino ha messo al centro la coscienza individuale del singolo credente separandolo dalle istituzioni, dai legami sociali e dallo spazio pubblico – caratteristiche della persona in relazione – subito dopo quel Machiavelli che ha separato la morale dalla politica, ma prima di Hobbes, Locke, Smith, sino a Nozick e al suo neoliberismo anarchico con lo Stato minimo ma con l’individuo e la laicità massimi, ebbene questo nostro conterraneo aveva forse le idee chiare sulle conseguenze dell’autodeterminazione e dell’autonomia individualistica.
    Forse frà Tommaso chiedeva all’uomo rinascimentale un poco di umiltà.
    Forse si aspettava che quest’uomo ponesse accanto al “meraviglioso” progresso della scienza e della tecnica , “alle magnifiche sorti”, un poco di consapevolezza sulla sua fallibilità in assenza della quale veniva spinto a collocarsi al centro dell’universo creando integralismi che anche se rivestiti di razionalità e buon senso sempre tali rimanevano.

    Credulo il proprio amor fè l’uom pensare
    Non aver gli elementi, né le stelle
    (benché fusser di noi più forti e belle)
    Senso ed amor , ma sol per noi girare (…).
    (Dalle Poesie filosofiche : “Contra il proprio amore”)

    A me pare che tutto il marxismo ideologico, non quello di Marx, e poi il leninismo, il trozkismo e lo stalinismo, ereditando il peggio della rivoluzione illuminista e praticando senza dubbi il materialismo storico, abbiano un poco risentito di questo dogmatismo laicista: in fondo l’autonomia del pensare li ha fatti troppo innamorare di loro stessi. Abbiano cioè anche loro messo al centro dell’universo l’individuo razionale e abbiano fondato la loro azione rivoluzionaria sull’auto-organizzazione del proletariato arrivando implicitamente a legittimare l’isolamento borghese che contraddittoriamente collocano accanto all’anelito universalistico dell’unità del popolo proletario. Analogo percorso sull’individuo, atomo razionale ripiegato sull’ombelico delle proprie weltanshauung o sui propri interessi, ha seguito una certa filosofia liberista assieme al liberalismo politico ed economico che hanno privilegiato la libertà a scapito della eguaglianza e solidarietà. In questo senso condivido allora la citazione della nostra Carta costituzionale come esempio di mediazioni tra valori diversi e di magistrale sintesi di “ragioni diverse” ma finalizzate al c.d. bene di tutti. Un metodo che auguro ai politici e intellettuali Pd per evitare irrigidimenti e devastazioni poiché secondo un sondaggio Ipsos. P.A., la faccenda sta in questi termini:
    il 23% circa di elettori che nelle elezioni del 2009 hanno votato, hanno votato Pd e sono cattolici praticanti assidui (il 7% di questi ha votato Idv ) ; ( il 41% ha votato Pdl e il 9 % Lega; mentre il 10% circa ha votato Udc).
    La domanda sospesa è: cosa vuole fare il Pd con questa quota di elettori, sicuramente dopo il caso Boffo e la mancanza di sobrietà escortista del capo Pdl aumentati?

    Con stima. Buon Natale. Nino Labate – Roma

Leave a Comment