Quando il liberismo non basta alla libertà (in Cina e anche altrove)


Qual è la vera causa dei gravi squilibri economici globali, in primis tra Cina e US? Alesina e Zingales oggi (http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-12-08/salari-consumi-liberta-cina-214038.shtml?uuid=AYGXu7pC&fromSearch) ci ricordano che il vero problema sono i livelli di consumo ancora troppo bassi in Cina. Ciò che serve, dicono, è più libertà in Cina…
Ma in cosa si sostanzia questa loro richiesta? In alcune riforme che potremmo dire di impronta keynesiana: costituzione di liberi sindacati, politiche di riduzione delle disuguaglianze dei redditi, programmi pubblici di assistenza sociale. Una conferma che ciò che conta è il mix equilibrato di istituzioni, soggetti, politiche. E questo mix difficilmente può essere ridotto al mero contrasto liberismo/statalismo, che rischia di appiattire e distorcere una questione ben più articolata. In fondo, non è questa la poliarchia?

3 Comments

  1. Luca ha detto:

    Secondo me sì.

    Con tre precisazioni.
    1. Se per liberismo intendiamo il primato sociale dell’economia, liberismo e statalismo sono entrambe monarchia, dunque contraddittori a poliarchia. Se per liberismo intendiamo resistenza alla soggezione dell’economia alla politica allora non può sol per questo il liberismo essere considerato pretesa di monarchia (quale invece lo statalismo è in ogni caso). Resta però che, anche in quest’ultima e per me positiva accezione, il lberismo è condizione necessaria ma non sufficiente di poliarchia.
    2. E’ analiticamente utile definire “costituzione di liberi sindacati, politiche di riduzione delle disuguaglianze dei redditi, programmi pubblici di assistenza sociale” come richieste keynesiane. Compaiono prima della comparsa del keynesismo …
    3. Io rinuncerei ad ogni aspirazione all’equilibrio, e mi accontenterei di una azione di vigilanza e correzione degli effetti negativi degli squilibri …

  2. Giorgio Armillei ha detto:

    Concordo con Luca. Le teorie economiche del sindacato non hanno bisogno di spiegazini macro keynesiane. O sbaglio? Quanto ad Alesina e Zingales mi sembra che chiedano l’abbandono dello strabico statalismo cinese. E diversi sono i modelli di welfare ai quali ispirarsi. Più o meno statalisti, più o meno societari. Il nostro servizio sanitario nazionale non è la stessa cosa della riforma sanitaria di Obama. Detto questo, Giuseppe ha ragione. Poliarchia non fa rima con economia. La poliarchia è divisione dei poteri sociali e quindi specializzazione delle funzioni di questi poteri. La poliarchia, in un certo senso, suppone strutturalmente i fallimenti di quella particolare istituzione economica che è il mercato, come i fallimenti dello stato, come i fallimeni della scienza. E così via…

  3. giuseppe croce ha detto:

    sì d’accordo, ma la sostanza, mi sembra, è che il superamento dell’iper-statalismo cinese non si risolve in una sua sostituzione con il puro mercato; si può discutere delle forme che queste “istituzioni” possono assumere ma alcune di esse possono essere solo pubbliche (alcune assicurazioni sociali come i sussidi di disoccupazione, la redistribuzione dei redditi) e altre (il sindacato) causano “distorsioni” (benefiche in questo caso) del mercato.
    Mi sembra interessante – per le cose di cui di tanto in tanto discutiamo – notare che quando si ragiona in concreto l’opposizione statalismo/liberismo diventa troppo “povera”…

    nel ragionamento dell’articolo, libertà sindacale, assistenza sociale, diminuzione delle disuguaglianze sono “keynesiane” in quanto funzionali ad aumentare i consumi facendo di questi, e non dei vantaggi di prezzo e dell’export, il motore della crescita cinese (e la soluzione degli squilibri gobali).

    (il problema è che queste riforme richiedono un bel po’ di anni e intanto gli squilibri possono divenire insostenibili… e quindi mi sa che serve anche un apprezzamento della valuta cinese)

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