La Fiom come ideologia


Mirafiori e Pomigliano. Due esempi di una questione assai più ampia: il rapporto tra la politica e il lavoro. Il lavoro cambia, la sinistra no, titola oggi il Corriere della Sera. E, aggiungo io, il PD tenta un’improbabile terza via: né con la FIOM né con Marchionne. Certo, nel PD si fanno sentire anche i democratici doc, quelli che vogliono muoversi e non restare fermi guardando al passato. Ma sono minoranza: il cuore del gruppo dirigente del PD batte altrove, insegue il mito del nessun nemico a sinistra. Insomma, una filiera di minoranze (FIOM, CGIL, la leadership PD) tiene in scacco la credibilità del riformismo di sinistra. E’ utile dunque andare a vedere come stanno le cose.

 Innanzi tutto sgombriamo il campo da un primo problema. Si parla di “incubo autoritario” a proposito del modello di relazioni industriali che emerge dalla strategia FIAT e, più in generale, a proposito di alcune forme di istituzionalizzazione del conflitto. Ebbene si tratta in realtà di un modello del tutto compatibile con il quadro legale attuale, sia sotto il profilo della distribuzione dei poteri contrattuali sia sotto quello dei diritti sindacali. Certo, si tratta di un modello pluralista che si regge sull’effettività del potere di contrattazione sindacale e non sulla protezione del legislatore statale. Un modello che ha non pochi punti di incertezza, soprattutto in termini di efficacia dei contratti collettivi, ma non certo un modello illegale né lesivo di diritti costituzionali. La costituzione ha un ampio margine di flessibilità sul punto. Un conto quindi il dissenso sul modello, del tutto lecito, un conto l’accusa di uscire dal quadro costituzionale, del tutto fuori luogo.

 Occorre poi fare chiarezza su un secondo elemento. All’incubo autoritario viene associata la presunta imposizione di un modello corporativo frutto dell’accordo tra imprese, sindacato e governo. Anche in questo caso è opportuno distinguere. Un conto il neocorporativismo come forma macro di regolazione degli interessi organizzati garantito da governi prolabour; un conto le forme pluralistiche di cooperazione tra sindacato e impresa nella gestione delle relazioni industriali. L’efficacia di un modello cooperativo di relazioni industriali dovrebbe essere misurata sui risultati e non su pregiudiziali di carattere ideologico. Né, d’altra parte, si può sostenere si tratti di un modello che guarda al passato. Al contrario è un modello che guarda al futuro, che inserisce il sindacato in un quadro più ampio di responsabilità, che lo mette in relazione con la qualità della produzione, che cerca di estrarre il massimo vantaggio collettivo dalla flessibilità, che punta alla crescita e non alla difesa dell’esistente. E’ il modello del XXI secolo come dice Bob King, il leader sindacale USA. E’ il modello della competizione globale.

 Si dice poi che la sinistra dovrebbe riscoprire le centralità politica del lavoro, restituendo la sovranità perduta al tema della tutela dei diritti. E’ su questa base che il caso Mirafiori viene in qualche modo generalizzato e trasformato in metro di giudizio della qualità del riformismo di sinistra. Di questa riscoperta la FIOM sarebbe l’esempio da sostenere. Ma il punto è: di quale lavoro si sta parlando? E non è certo una domanda nuova per il sindacalismo italiano e per la sinistra italiana. Nel 1980 Aris Accornero si chiedeva quanto si fosse disposti ad accettare – con tutte le sue conseguenze – l’idea  che il lavoro determina ormai solo una parte dell’identità, rispetto ad un contesto sociale ben più influente. In altri termini, diceva Accornero, evitiamo di mantenere in vita un’ideologia del lavoro e, si direbbe oggi, cerchiamo di individuare le reali fratture, i reali punti di conflitto, non quelli appartenenti a rappresentazioni definitivamente tramontate. Vedremo allora che altri conflitti attraversano, incapsulandoli, quello tra lavoratori e datori di lavoro. Il conflitto tra insider ed outsider, quello tra imprese e lavoratori dei settori protetti e imprese e lavoratori dei settori esposti alla concorrenza internazionale, quello territoriale tra aree che producono reddito e aree che dispongono di redditi frutto di intermediazione politica, quello generazionale tra i baby boomers e i loro figli. E scopriremo che sono questi i conflitti sui quali il riformismo di sinistra deve posizionarsi se vuole avere chance di governo.

 Lo stesso passaggio dall’ideologia al realismo potrebbe essere chiesta a quanti vedono nella vicenda Mirafiori i tratti di una sorta di neomedievalismo istituzionale, nel quale verrebbe travolto l’universalismo dei diritti e ripristinata l’epoca delle appartenenze e degli status. Certo, si concede, c’è un indubbia crisi della sovranità, effetto della globalizzazione. Ma di un “centro” ordinatore non si dovrebbe fare a meno – si dice – se non si vuole tornare indietro e rinunciare all’età dei diritti. Il punto è che ciò che viene definito neomedievalismo è per molti osservatori – al contrario – niente altro che una fase nuova nella quale viene meno non il diritto ma lo stato. La fase del diritto globale; delle funzioni pubbliche svolte da forme private di regolazione; del diritto senza stato; delle amministrazioni senza stato, e così via. E’ la fase dell’ordine poliarchico. Il realismo – e la storia di molti ordinamenti giuridici – ci dicono che stato e diritto hanno destini diversi nelle società ad alta differenziazione: l’ideologia ci dice che senza lo stato il diritto moderno ha i giorni contati.

 Non è un caso che la gran parte di questo dibattito sia già tutta contenuta nel documento preparatorio della Settimana sociale dei cattolici di Reggio Calabria dello scorso ottobre. Quel documento ha un fortissimo impianto poliarchico e con quell’impianto affronta le questioni del lavoro e del diritto. Al n.17 si legge infatti che la regolazione sociale in materia di lavoro ha certamente una pluralità di fonti. E che tuttavia in questo settore va riconosciuta l’esistenza di un ruolo sostanziale del sindacato e delle imprese “soprattutto di quelle che per dimensione godono di margini di autonomia e iniziativa nella gestione del personale. Possiamo quindi ritenere che in tale ambito spetti al sistema delle relazioni tra le parti la responsabilità di affrontare questi problemi. In questo senso si deve ritenere che la questione presenti un grado rilevante di poliarchia”.

 E’ dunque alla poliarchia che dobbiamo ancora una volta tornare per leggere la vicenda Mirafiori nel modo più efficace. E sostenere lo sguardo verso il futuro. E’ il compito delle nuove classi dirigenti del paese, produrre obiettivi e visioni per il futuro. Alle generazioni più mature spetta il compito di sognare, direbbe Carlo Maria Martini citando il profeta Gioele, non di conservare il passato.

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