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Catalogna, campanello d’allarme per il Psoe
Nel novembre 2003 i socialisti catalani, che erano sempre arrivati secondi in voti nelle elezioni regionali dietro il partito regionalista moderato Convergenza e Unione, mentre arrivavano sempre primi alle elezioni politiche, realizzarono il sorpasso, con poco più di un milione di voti, sopra la barra del 31 per cento, anticipando di pochi mesi il successo di Zapatero alle politiche. Domenica scorsa, invece, si sono fermati a 570 mila voti, poco più del 18 per cento, un risultato peggiore delle più pessimistiche previsioni.
Anche stavolta si prefigura il risultato delle politiche, che si terranno tra un anno e mezzo? Dello stato di salute del Psoe (oltre a quello degli altri principali partiti del centrosinistra europeo) si era discusso venerdì alla Fondazione Democratica, prefigurando già lo scenario che si è aperto col voto, dibattendone con l’intellettuale catalano Josep Maria Carbonell, già deputato regionale socialista e già presidente dell’Authority sulle comunicazioni.
Hanno certo pesato fattori locali: una certa scontentezza per i sette anni di governo regionale, anche per alcune estremizzazioni degli alleati di Esquerra Republicana, usciti dimezzati dal voto, e, soprattutto, i riflessi della sentenza della corte costituzionale sullo Statuto che ha compresso l’autonomia. Tutti fattori che hanno spinto verso i regionalisti moderati di Convergenza e Unione.
Non c’è dubbio, però, stanti le dimensioni del crollo, che sia stato anche e soprattutto un voto-sanzione contro il governo nazionale. Due le ragioni fondamentali: la crisi economica che il governo aveva per lungo tempo negato, tranne ricorrere poi a provvedimenti di emergenza e a un rimpasto con elementi più esperti, che avevano già lavorato negli esecutivi Gonzalez tra anni ’80 e ’90. La minimizzazione dei problemi non paga.
C’è però anche una seconda causa, il bipolarismo etico, utilizzato in larga parte per distogliere inutilmente l’attenzione prioritaria dalla crisi. Per una certa fase esso aveva anche funzionato perché una parte della Chiesa cattolica, a cominciare dalla radio Cope e da alcuni settori più tradizionalisti, lo aveva a sua volta alimentato e si era trascinata dietro un Partito popolare momentaneamente indebolito dalla sconfitta elettorale.
Tuttavia, ripresosi dallo choc, il Pp su quei temi si è poi distanziato dai settori più intransigenti, ha centrato le sue critiche sulla crisi economica, li ha relegati a punti secondari dell’agenda e ha comunque promesso di non adottare atteggiamenti revanscisti.
Per di più in Catalogna, dove c’è un “consenso centrista” sui temi eticamente sensibili e nei rapporti Stato-Chiesa (l’anticlericalismo è molto meno marcato del resto della Spagna e il cattolicesimo montiniano è in quel contesto egemone nella Chiesa) quelle posizioni di Zapatero potevano solo nuocere ai socialisti catalani e favorire Ciu. Sono lezioni valide solo per la Catalogna?

Stefano Ceccanti

1 Comment

  1. Alessandro Canelli ha detto:

    Virginio Merola, candidato PD alle primarie di Bologna:

    Qual è la sua ricetta sul welfare?
    «Bisogna riformarlo aprendo alla partecipazione dei privati siano essi profit, no-profit, cooperative. Non bastano i buoni sentimenti, bisogna dire la dura verità e reperire risorse. Ho proposto di fare un’unica azienda di servizi alla persona e secondo me dovrebbero entrarci anche i privati».
    Entriamo nel concreto. Cosa pensa di fare per aumentare i posti negli asili nido?
    «Credo che ci debba essere un sistema integrato pubblico-privato, dove sono le istituzioni a tenere la regia. Ai privati bisogna riconoscere un ruolo pubblico, una vera sussidiarietà.».

    Cavolo!

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