Quando la sinistra perde


In attesa di capire meglio perché Obama ha perso le elezioni di midterm – per colpa sua? per colpa delle sue politiche? per colpa, come penso più probabile, della dannosa egemonia della sinistra liberal sul partito democratico? – continuano ad uscire analisi delle elezioni britanniche dello scorso maggio. Sono analisi che rafforzano sempre di più l’impressione che alla base del risultato ci sia stata la disastrosa leadership di Brown sul governo uscente e sul partito laburista; che poi, in Gran Bretagna, è la stessa cosa. E’ il giudizio dell’elettorato su Brown ad aver trascinato i cambiamenti nelle preferenze elettorali, facendo vacillare la fedeltà dell’elettorato new labour, gonfiando il consenso per Clegg, al dunque del voto non poco ridimensionato, provocando smottamenti verso l’area del non voto e, non ultimo, anche spostamenti da labour a tory. Abbiamo prove dirette e prove indiziarie per sostenere questa tesi che semplifica, certamente, ma sembra cogliere il cuore della questione.

 Innanzi tutto Brown non è mai riuscito a convincere a proposito delle qualità chiave di un leader: capacità decisionale, competenza, efficacia mediatica. Ha soddisfatto la fascia old labour del ridotto dei militanti ma non ha mai seriamente messo in crisi il primato di Cameron. Un primato per altro tutt’altro che solidissimo, tanto che per un breve ma intenso periodo della campagna elettorale Clegg aveva sfondato soprattutto tra l’elettorato più giovane. Ma la sconfitta di Brown viene da lontano. Non solo dalla dannosa competizione con Blair, mai sopita anche negli anni dell’apparente accordo tra i due, ma soprattutto dalla sua costante azione di intralcio rispetto alle policy più innovative del governo new labour, al netto ovviamente delle negative ricadute elettorali della crisi finanziaria e della recessione. E’ dunque Brown ad aver perso le elezioni e non tanto i Tory ad aver battuto il Labour. Nonostante Cameron, il red torysm e la big society, idee comunque buone che hanno consentito ai Tory buone performance tra l’elettorato mobile.

 Il Labour ha tenuto nei suoi insediamenti tradizionali, geografici e sociali. Ha guadagnato qualcosa in Scozia, dove ha drenato voto di protesta contro il governo locale del partito nazionalista scozzese, ma è tracollato nel resto del paese: fino a 11 punti in meno in qualche zona, e ben 8 punti in meno nelle aree più ricche del sud. Ha tenuto nei collegi caratterizzati dal suo retroterra old labour (lavoro dipendente e pubblica amministrazione) ma ha perso appeal nei collegi del terziario e dell’economia della conoscenza. Ha realizzato pessime performance tra i nuovi candidati nei suoi collegi a causa della cattiva qualità del sistema di scelta delle candidature. Insomma ha tenuto i voti old labour ed ha perso quelli new labour. E’ tornato indietro, scontando un mix di errori, di leadership e di politiche. D’altra parte l’ascesa di Brown è stata il frutto di un accordo oligarchico interno al gruppo dirigente e non l’espressione di un mutamento di preferenze dell’elettorato. Sono le politiche ad essere determinate dai sistemi di selezione della leadership e non viceversa. E il caso Labour ne è una conferma.

 Un’ultima nota sul sistema elettorale. Avremo tempo per giudicare la qualità delle performance del governo di coalizione e gli effetti “costrittivi” e virtuosi del sistema istituzionale britannico sul comportamento della coalizione. Per il momento possiamo restare un passo indietro e notare come le prestazioni del sistema elettorale (nessun partito ha ottenuto la maggioranza dei seggi necessaria a sostenere un governo) siano dovute ad un insieme di fattori. Tra i quali non va dimenticato il cattivo dimensionamento dei collegi elettorali. In altri termini a parità di partecipazione elettorale, un seggio costa ai Tory molti più voti di quanto costi al Labour. In presenza della medesima distribuzione del voto, un dimensionamento corretto dei collegi avrebbe probabilmente consentito la formazione del tradizionale governo di un solo partito. Con i noti vantaggi in termini di responsabilità di chi governa e di coerenza dell’azione di governo.

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