Non sono un pentito delle primarie, sono un critico intransigente della vocazione minoritaria


Non sono un pentito delle primarie, sono un critico intransigente della vocazione minoritaria
Ho avuto varie critiche e varie richieste di spiegazione perché in una dichiarazione, riportata con qualche forzatura dal “Corriere”, ho sostenuto che le primarie vanno bene solo se se inserite in una ribadita vocazione maggioritaria. L’ho detto, come avrebbe dovuto essere chiaro, non per contribuire a eliminare le primarie, ma per rilanciare la vocazione maggioritaria.
Chi mi conosce, anche solo superficialmente, non può pensare che io sia un pentito delle primarie, che rientrano nella categoria degli strumenti e non in quella dei fini, ma che non sono uno strumento qualsiasi: per la loro funzione antioligarchica esse contribuiscono a definire l’identità stessa del PD. Esse collocano la questione della leadership individuale, senza la quale non c’è innovazione politica stabile ed efficace, in un quadro di responsabilità collettive attraverso il metodo democratico. E’ l’alternativa alla anomalia di leadership padronale berlusconiana che veniva dopo la crisi della prima fase della Repubblica, dovuta alle sue degenerazioni oligarchiche, e rispetto alle incapacità del centrosinistra di superarla (crisi del 1998 e del 2008).
Ovviamente ciò non significa che, scelto lo strumento delle primarie, il risultato sia di per sé sempre corrispondente all’elettorato potenziale: è possibile che candidati più spostati sull’estrema in alcuni casi, per una mobilitazione prevalente dell’elettorato più ideologizzato, possano vincere, ci riuscì Goldwater nei Repubblicani (antesignano dei Tea Party) e ci riuscì Mc Govern nei Democratici, dopo di che quel partito, che è caduto in questo errore, perde le elezioni vere e impara, senza mettere in discussione lo strumento.
Il problema, nel nostro contesto, è diverso: è casuale che in questo periodo nelle varie primarie che si preannunciano, a partire da Milano, quella che dovrebbe essere un’eccezione, la prevalenza di un candidato più radicale, diventi la norma? La risposta è no perché le primarie si collocando dopo una chiara “vocazione minoritaria”. Si è infatti perseguita l’idea di confinarsi all’ambito della sinistra, delegando il problema della conquista dell’elettorato di centro agli eventuali alleati.
Cito semplicemente alcuni degli atti più emblematici:
-si è denominato “nuovo Ulivo” un’alleanza di sinistra-sinistra con i soli Idv (che nel 2001 andò da solo contribuendo a far perdere l’Ulivo nelle ultime elezioni in cui usò tale sigla) e Sel (guidata da Vendola che nel 1998 alla Camera fu determinante nel far cadere il Governo dell’Ulivo), addirittura prefigurando gruppi parlamentari unici con essi soli, regredendo al gruppo Progressisti-federativo successivo al cartello dei Progressisti del 1994 da cui si era usciti con l’Ulivo e poi col Pd che era la trasposizione dell’Ulivo in partito;
-il segretario va in televisione a parlare dei “valori della sinistra” quando, com’è noto, il Pd ha sempre adottato l’autodefinizione di centrosinistra perché nel contesto italiano la definizione “sinistra” copre solo una parte dello spettro delle storie convergenti nel Pd (il termine sinistra è il riferimento identitario di un altro partito, Sel: o si cambiava il termine o si invitava Vendola e non Bersani), ed utilizza in tale intervento per definire gli elettori a cui si riferisce il partito come “progressisti”, esattamente come nel 1994, e mai come “democratici” (per inciso in altre occasioni il medesimo segretario si rivolge ai militanti come “amici e compagni” e mai come “democratici”, rimarcando le differenze precedenti e mai la nuova identità che andrebbe alimentata);
-per inciso il contesto della trasmissione televisiva in cui avviene l’intervento rispecchia anche una posizione strutturalmente minoritaria rispetto ai temi cosiddetti “eticamente sensibili” che contribuisce a restringere lo spazio del Pd, che deve essere aperto a quell’approccio minoritario così come a quello opposto (in un Pd a vocazione maggioritaria ci deve essere spazio anche per radicali e per teodem) ma che deve esprimere un orientamento generale maggioritario più equilibrato e il cui segretario, quando va in un contesto così caratterizzato, deve essere in grado di evidenziare.
E’ del tutto ovvio che se si persegue una funzione di partito di sinistra che delega ad alleati di centro la questione del Governo, nel bacino ristretto della sinistra vincono di norma e non come eccezione i candidati più limpidamente di sinistra. Il Pd allestisce primarie il cui risultato è di smentire la funzione originaria del Pd. Bisogna quindi riconfermare lo strumento delle primarie, ma esse, per essere conformi alle finalità che si prefiggono, vanno realizzate o dentro il partito a vocazione maggioritaria o dentro coalizioni coerenti con la vocazione maggioritaria del Pd. Non lo sarebbe in alcun modo per le prossime elezioni politiche nazionali, un’alleanza Pd-Idv-Sel.

5 Comments

  1. Carlo Riviello ha detto:

    Caro Stefano, io non so chi ti abbia mosso le citate critiche, però a mia volta credo, da spettatore grezzo ma interessato, e che ad esse non ha mai partecipato, che le “primarie” importate dal PD, in un contesto come quello italiano, siano state finora una boiata.
    Perchè, dalla prassi, mi pare siano servite:
    a) o a legittimare ex-post, sotto le mentite spoglie di una mobilitazione sia pure genuinamente “popolare”, leadership di fatto già selezionate o pre-costituite in altre sedi, dunque soltanto macchinose prese in giro in luogo di limpide – e finalmente sanguinose – competizioni, con i risultati che son seguiti in termini di solidità e durata dei beneficiati;
    b) oppure, quando pure cominciate ad una libera ed autentica competizione, a premiare “comunque” i candidati più radicali, solitamente eccentrici rispetto alle “ragionevoli” ambizioni maggioritarie, tanto buoni a scaldare i cuori dei militanti quanto successivamente a perdere le elezioni generali, il contrario cioè della “vocazione maggioritaria”.
    Il fatuo caso Vendola, al di là del pittoresco, deve molto alla divisione del centro-destra in quella regione, il cui elettorato rimane di fondo moderato, com’è probabile che avvenga a Milano in caso di candidatura terzopolista (e dove alle primarie, pensa te, avrei senz’altro votato il garantista e bravo Pisapia piuttosto degli esponenti professionali delle varie borghesie cinico-riflessive).
    Dopodichè, e sempre a stare al medesimo tema, unito a quello delle (connesse) coerenze anti-ribaltoniste: prenderei pure per buone le tue dichiarazioni, però che sembrino un po’ archiviate anche da te non solo le primarie, ma anche il modello di soggetto unico, in favore di “coalizioni” a vocazione maggioritaria (e uno), rischia di diventare qualcosa di più di un sospetto, soprattutto se lo si lega alle prospettate soluzioni di governi di “emergenza europea” (e due) che dovrebbero subentrare all’attuale.
    Lasciamo pure perdere le fantasiose ipotesi di monoscioglimento, cosi come è del tutto comprensibile l’appello alla responsabilità – e lo potrei capire anche nelle vesti di voi parlamentari – ma, pure con i dovuti adattamenti, non devo stare a ricordartelo io che alla fine tutto si tiene nel binario ritornello da sempre propugnato: leadership contendibili e carismatiche – e persino, aggiungo, auspicabilmente e onestamente un poco “padronali” – alla testa di partiti pigliatutto soprattutto al centro – e di governi d’investitura – tutti a casa se si cade – per una nuova verifica del patto elettorale – ecc ecc ecc. grossomodo, o no?
    Se no, meglio dirlo, che non stiamo né potremmo mai andare a Westminster e nemmeno a Francoforte, ma forse che stiamo – ahitutti – per tornare, non dico a Roma, ma più gravemente a Bisanzio.
    Dove, com’è noto, un mercante vale l’altro (e dove forse si potrebbe trovare modo e tempo, qualche volta, di tornare a ragionare persino di politica…) .
    Dico bene?

  2. Stefano Ceccanti ha detto:

    io dico questo che di quella responsabilità europea qualcuno si deve fare carico con una maggioranza ampia in grado di farvi fronte. O si ricompone il centrodestra o si crea un governo con una solida base parlamentare che comprende anche larga parte della maggioranza attuale o costruiamo un’alleanza elettorale capace di fare ciò (quindi non Sel e Idv). L’ipotesi di un Governo fatto da noi, finiani e qualche transfuga raccattato con pochissimi voti di maggioranza non starebbe né in cielo né in terra: sarebbe un ribaltone di breve durata, dopo di che Berlusconi rivincerebbe alla grande le elezioni. In ogni caso non lo consentirebbe il Quirinale.

  3. silva madricardo ha detto:

    Grazie Stefano dell’analisi che mi sembra del tutto condivisibile.
    Sintetizzando, a costo di tagliare un po’ con la scure, il punto è IL PARTITO; le primarie riescono ad essere strumento efficace solo se sono espressione del suo DNA maggioritario, altro rispetto a quello dell’attuale PD.
    Ora, la precisazione da parte tua sulle primarie era dovuta lucida e, ripeto, almeno da me apprezzata…ma a quando il partito?

  4. Carlo Riviello ha detto:

    meno male che Giorgio c’è.

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