Il potere della parola contro tutti i poteri. E’ morta Adriana Zarri teologa senza paramenti


di Valerio Gigante
 
Raccontare la parabola umana ed ecclesiale di Adriana Zarri significa ripercorrere il grande slancio politico, teologico e ecclesiale compiuto in Italia dagli anni ‘60 in poi, quando il movimento conciliare, assieme a quello operaio e studentesco, cambiarono in profondità il Paese e la sua cultura. Significa attraversare l’epoca della disillusione, gli anni in cui si diffuse la percezione della sconfitta, il periodo del “riflusso” e quello, purtroppo ancora in atto, della restaurazione. E questo non soltanto per la veneranda età di Adriana, spentasi serenamente il 18 novembre scorso all’età di 91 anni, a Strambino, in provincia di Torino. Adriana, infatti, tutte quelle stagioni le aveva vissute da protagonista, divenendo componente essenziale di quell’avanguardia progressista che, nella riflessione teologica come nell’azione politica e sociale, aveva portato una parte del laicato cattolico a schierarsi con decisione e passione per una Chiesa ed una teologia diversa, per il protagonismo politico a sinistra, di credenti e non credenti, fuori da ogni protezione o benedizione del potere ecclesiastico; ma, soprattutto, fuori da ogni “partito dei cattolici”.
Il prezzo del Concilio

Teologa, saggista, giornalista, scrittrice, Adriana Zarri, nata nel 1919 a San Lazzaro di Savena (Bo), fu la prima donna ad infrangere il monopolio del pensiero teologico maschile. Come per molti della sua generazione, fu l’evento conciliare a rappresentare per lei lo spartiacque tra la Chiesa “vecchia”, da ripensare criticamente e in gran parte da archiviare, e quella nuova, tutta da costruire.

Un impegno che la spinse a schierarsi da subito a fianco di tutti quei testimoni della Chiesa popolo-di-Dio-in-cammino che in quegli anni subivano le prime conseguenze di un potere clericale che non si rassegnava a mettere in discussione i propri privilegi. A fianco della comunità dell’Isolotto e di don Enzo Mazzi, cacciato dalla parrocchia per aver difeso i giovani cattolici che avevano occupato il duomo di Parma nel settembre del 1968, Adriana Zarri prese una posizione altrettanto chiara e pubblica, anche a favore di Giulio Girardi, espulso dall’Università salesiana per aver sostenuto la possibilità teorica e la necessità pratica di un dialogo tra marxismo e cristianesimo. Come fu a fianco di tanti altri preti e teologi che negli anni successivi furono ridotti al silenzio, cacciati dalle loro cattedre o emarginati dai loro vescovi per aver scritto o agito in nome di un Vangelo che non vedevano incarnato nelle strutture e nelle pratiche del potere ecclesiastico.

Nel 1970, Adriana fu tra i cattolici che si schierarono a difesa della legge sul divorzio. In quel periodo (v. Adista del 21 febbraio 1970) chiedeva alla Chiesa di non aver “paura della responsabilità, della maturità, della scelta cosciente”, di non preferire “il gregge nell’ovatta che sceglie per scelte già prefabbricate”: “Si sa benissimo che si perdono i fedeli già persi e invece si recuperano quelli che attendono una prova di responsabilità”. Coerentemente con questa posizione, sostenne con convinzione il fronte dei cattolici per il no al referendum voluto da Gabrio Lombardi e sostenuto, oltre che da una gerarchia ecclesiastica compattamente schierata, da Dc ed Msi per abrogare quella legge. Fu la prima, clamorosa vittoria di quel fronte ampio che in Italia rompeva con la secolare tradizione di arretratezza ed acquiescenza allo status quo ed al predominio clericale e che pochi anni dopo ottenne un’altra significativa vittoria per la modernizzazione del Paese attraverso la vittoria nel referendum sull’aborto. Anche in questo caso, seppure in maniera più sofferta, Adriana Zarri contribuì sul piano teologico, insieme a figure come quelle di Enrico Chiavacci e Leandro Rossi a dare fondamento teologico e sostegno politico a coloro che rivendicavano il primato della coscienza, il diritto di scelta delle donne, la necessità di una legge che contrastasse la piaga dell’aborto, ma non al prezzo di criminalizzare le donne, minacciandone la salute, oltre che la libertà.
Una fede “nuda”

Nel 1975, intanto, Adriana aveva fatto la scelta della vita eremitica. Prima ad Albiano di Ivrea (“una dimora che mi segnalò monsignor Bettazzi, compagno d’infanzia”), poi al Molinasso, nel comune di Carmagnola, infine a Crotte, comune di Strambino. Una scelta di libertà, di chi non aveva mai reclamato per sé privilegi canonici o accademici (anche per questo non volle mai farsi suora). Del resto, anche in politica Adriana non aveva mai posseduto tessere (non fu mai iscritta alla Dc e nemmeno al Pci), né aveva mai goduto di sponsor o protezioni. E come “eremita-donna” si impegnò sui temi dell’emancipazione femminile e del ruolo della donna nella Chiesa. Di questo e di molto, molto altro (Concordato, rapporti Chiesa e politica, morale sessuale, ruolo dei laici, celibato ecclesiastico, riforma della Chiesa, nuove teologie) scrisse su tutti i giornali e le testate cattoliche più prestigiose: da quelle “istituzionali”, come l’Osservatore Romano, Studium, Rivista di Teologia Morale, a quelle dell’area progressista, come Concilium, Servitium, Rocca, Il Regno, Settegiorni. E Adista, per la quale scrisse diverse “Omelie Fuoritempio” (alcune delle quali pubblicate anche nella raccolta uscita per i tipi dell’editore Di Girolamo) e tante, tante pagine di interventi, commenti, interviste. Fin dai primi anni di vita dell’agenzia. Ma Adriana scrisse anche su molti giornali laici. Il Manifesto, anzitutto, con il quale ha avuto una collaborazione lunghissima (ed un’amicizia profonda con Rossana Rossanda e tutto il gruppo di comunisti “eretici” che si ritrovava ogni anno nell’eremo camaldolese di Montegiove a discutere e confrontarsi con Adriana ed altri intellettuali cattolici, come Giuseppe Barbaglio e Benedetto Calati) ed una rubrica fissa, “Parabole”, divenuta negli anni, assieme agli articoli di Filippo Gentiloni, punto di riferimento per tutta l’area della sinistra interessata alle vicende vaticane, lette da un’ottica laica e non “romanocentrica”, oltre che da quella della teologia al femminile. Del resto, lo aveva scritto lei stessa, “la fede non è necessariamente credere nell’esistenza di Dio, nella divinità di Cristo, nella risurrezione, nei cosiddetti contenuti di fede. La fede è soprattutto un atteggiamento di ascolto, di disponibilità”. E proprio perché riteneva indispensabile il confronto con non credenti e “diversamente credenti” Adriana veva anche partecipato alla ambiziosa ma sfortunata esperienza di Avvenimenti il “settimanale dell’Altritalia” su cui assieme ad esponenti della sinistra ecclesiale come Ernesto Balducci, Lidia Menapace, mons. Luigi Bettazzi, Piero Pratesi assieme ad esponenti della sinistra laica e libertaria, come Claudio Fracassi, Diego Novelli, Dario Fo, Lucio Manisco, Alfredo Galasso. Scrisse diversi libri e perfino di qualche romanzo. Tra i tantissimi titoli, È più facile che un cammello (Gribaudi, 1990), Il figlio perduto (La Piccola, 1991), Nostro Signore del deserto (Cittadella, 1991), l’autobiografico Erba della mia erba (Cittadella, 1999), Il Dio che viene (La Piccola, 2007),. Vita e morte senza miracoli di Celestino VI (Diabasis, 2008).
 

Il sogno di Celestino VI

Tenace polemista negli anni del pontificato di Giovanni Paolo II, durante i quali rappresentò un solido punto di riferimento teologico per coloro che non si volevano arrendere all’archiviazione di tutte le principali novità ecclesiali e pastorali introdotte dal Concilio, continuò a battersi per il sacerdozio femminile, la revisione del celibato ecclesiastico, la contraccezione, una più aperta morale sessuale, il protagonismo dei laici cattolici nella Chiesa e nell’azione politica. Anche alla morte di Wojtyla, nel 2005, Adriana rifiutò l’“enfasi celebratoria che rasenta il fanatismo idolatrico” di chi esaltava acriticamente il papa venuto dall’est, ribadendo con puntualità tutti i suoi rilievi a Wojtyla ed alla sua teologia (“posto che teologia si possa dire ciò che fu una semplice norma pastorale”, precisò). Firmò per questo l’appello di teologi e teologhe che chiedevano al Vaticano di non beatificare Wojtyla (v. Adista n. 87/05).

Medesimo atteggiamento critico Adriana lo mantenne anche nei confronti di Ratzinger, la cui elezione salutò con scetticismo, sebbene in molti, anche nel mondo cattolico progressista, ritenevano che l’arrivo di un papa-teologo potesse imprimere una svolta di rigore morale alla Chiesa e potesse preludere ad una decisa riforma della Curia romana.

In un testo del 2008, Vita e morte senza miracoli di Celestino VI, Adriana prefigurava il Conclave che si terrà dopo la morte di Benedetto XVI narrando l’elezione di un semplice prete al soglio pontificio, papa Celestino VI, che avrebbe affrontato con animo libero le questioni più “scottanti” della Chiesa: “Il celibato dei preti, l’infallibilità del papa imposta da Pio IX, il potere dei cardinali, l’emarginazione del popolo di Dio, il continuo ricorso all’istituto della canonizzazione, l’elezione dei vescovi, il controllo delle nascite, il cerimoniale obsoleto più adatto a un re che a un vescovo (ché il papa è un vescovo)”.

Un impegno riformatore mai abbandonato e mai affievolitosi, né con gli anni né con la malattia (una brutta caduta l’aveva ormai da tempo costretta a letto). Ancora in uno degli ultimi interventi nella sua rubrica sul manifesto (16 ottobre 2010), discutendo sulla rilettura fatta a distanza di decenni dai pontefici della Breccia di Porta Pia, ritenuta da Paolo VI “un fausto evento per la storia della Chiesa”, Adriana chiedeva provocatoriamente: “Giungerà mai il tempo in cui, a parti rovesciate, si giudicherà se non proprio una sciagura, quanto meno una grave zavorra storica l’11 febbraio 1929?”.

(articolo tratto da “Adista notizie”, n.90 del 27 novembre 2010)

Leave a Comment