Funiciello su Europa


Se Casini smentirà Bersani
Che accada prima della fiducia del 14 dicembre o dopo, ormai è chiaro che la possibilità di un ingresso di Casini nella maggioranza è un tema concreto. Morbido o a gamba tesa, più probabile il primo caso, il ritorno dell’Udc nello spazio politico in cui quel partito è nato e ha trascorso gran parte della sua vita politica (12 anni) è, a questo punto, un evento ragionevolmente plausibile. Certo, non sarà facile trovare una sintonia con la Lega, visto che proprio Casini è stato il maggiore avversario di quel federalismo fiscale che doveva essere il tratto distintivo della legislatura.
Non sarà facile ma, si sa, la politica è quella cosa che comincia dopo le dichiarazioni di principio, federaliste e antifederaliste che siano.
In fondo, Casini non ha mai osteggiato ideologicamente la riorganizzazione federalista dello stato: ha sempre contestato che “questo” federalismo non andava. L’Udc non si è mai erto a partito paladino del centralismo amministrativo. Sia perché spesso ha fatto incetta di voti in regioni (la Sicilia) dove l’autonomismo amministrativo è una bandiera issata da molto prima che altrove; sia perché, considerato il fallimento conclamato di sessant’anni di gestione centralizzata della macchina dello stato, l’Udc non avrebbe fatto molta strada se avesse scelto il centralismo come propria identità politico- culturale.
Insomma, Casini potrebbe rientrare. Per il centrodestra il suo rientro rappresenterebbe soltanto un rafforzamento numerico e un’estenuazione dell’attuale fase. Ma consentirebbe anche di tirare avanti fino al 2012 o, chissà, fino al 2013, permettendo al centrodestra di lavorare a un’uscita di scena razionale del Cavaliere e a costruire un nuovo patto per il dopo. In fondo, nonostante il fallimento sostanziale di una stagione politica che doveva fare la rivoluzione liberale e ha, invece, reso il sistemapaese ancora più pesante e accartocciato su se stesso, il centrodestra è ancora in Italia maggioranza elettorale.
Senno vorrebbe che i suoi dirigenti se ne facessero carico e provassero, anche solo per salvaguardare le loro carriere, a trovare uno sbocco positivo al pantano d’improduttività politica in cui si sono cacciati.
L’unica variabile che potrebbe far saltare il tavolo è, viceversa, un’altra costante d’improduttività politica: il centrosinistra.
Bolso, afono, svigorito, lo spazio politico da cui dovrebbe naturalmente venire l’alternativa, è inchiodato alle proprie inadeguatezze e, da un anno, all’attesa di quel Casini che, intanto, si appresta a tornare a casa.
Se così dovesse andare, nel centrosinistra sarebbe impossibile non aprire una franca discussione su cosa fare di se stessi. Bersani ha vinto il congresso dell’anno scorso (e saldato la sua maggioranza interna con l’ingresso del suo ex sfidante Franceschini) su una linea chiara: non è più tempo per vocazioni maggioritarie di alcun genere; tocca battere Berlusconi e, per farlo, è necessario costruire una rete di alleanze più larga possibile.
Corollario: il calo di consensi del partito è accettabile se i consensi perduti si ridistribuiscono in favore degli alleati e l’alleanza cresce. E, siccome per costruire questa alleanza non basta né il Partito democratico, né l’Idv, né la resurrezione coatta di tutto il vivaio dei cespugli di sinistra, è indispensabile indirizzarla verso l’Udc. Magari pure dando a Casini la premiership.
Questa strategia è stata messa alla prova alle scorse regionali e ha sbattuto il muso: dove il Pd si è alleato con l’Udc, ha perso; dove il Partito democratico non si è alleato con l’Udc, ha vinto Vendola.
Se Casini dovesse, prima o dopo il 14 dicembre, rientrare nel centrodestra, questa linea politica sarebbe sconfessata ulteriormente.
Per assorbire un tale smacco, non basterà essere in tanti a piazza san Giovanni l’11 dicembre.
Eravamo tantissimi il 25 ottobre del 2008 al Circo Massimo e, nonostante ciò, dopo un paio di mesi non avevamo più un segretario.
Se Casini torna a casa, il Pd deve fare l’unica cosa che, dopo una tanto eclatante sconfitta di linea politica, si fa nei partiti seri: un congresso.
Antonio Funiciello

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