dal riformista di oggi


Sciogliere una sola Camera. Se il compagno Silvio segue l’esempio Pci
di Stefano Ceccanti
Perché mai nel testo originario della Costituzione si era prevista l’incongruenza di una Camera di durata quinquennale e di un Senato di sei anni? In molti me l’hanno chiesto dopo la recente querelle sulla possibilità di sciogliere una sola Camera, ancora prevista dal testo, anche se implicitamente abrogata dopo la riforma del 1963 che ha parificato la durata. Infatti, come risulta dai lavori preparatori (seduta pomeridiana del 24 ottobre 1947), l’inserimento nell’articolo 88 di quella possibilità era puntualmente motivato dal relatore Tosato sulla base di quello sfalsamento.
I lavori preparatori, letti a sé stanti, soprattutto in relazione alla seduta pomeridiana del 9 ottobre, forniscono risposte indirette. Le motivazioni dichiarate si rifacevano a due orientamenti convergenti. Il primo più conservatore, che vedeva nel Senato una certa continuità con quello regio, di nominati, per cui anche nel nuovo quadro il Senato doveva assicurare una certa continuità temporale, superiore a quella della Camera, analoga ad altri correttivi “aristocratici” al suffragio universale come i senatori di diritto e a vita: così il liberale Nitti, avversato dal socialdemocratico Ruini secondo cui si trattava di “nostalgie di un organo ormai superato del vecchio regime”. Il secondo, prevalente, di importazione americana, connesso all’idea di rinnovamento parziale, un terzo ogni due anni, anche per evitare che l’intero Parlamento venisse meno nello stesso istante: il liberale Corbino e il comunista Di Vittorio, che vi aggiungeva considerazioni assemblearistiche, sulla costante corrispondenza dell’Assemblea ai mutamenti dell’opinione pubblica, contrastati dal dc Piccioni per il quale negli Usa ciò aveva senso per l’assenza di rapporto fiduciario, ma metteva costantemente a rischio la stabilità del Governo in un sistema parlamentare.
Tuttavia l’aspetto interessante è che l’idea di mantenere una durata sfalsata sia prevalsa anche dopo la bocciatura del principio della rinnovabilità parziale, da cui era difficilmente separabile ed è dubbio che la motivazione convincente possa essere ritrovata nella diversità dei sistemi elettorali, proporzionale di lista o con collegi uninominali, come esposto dal monarchico Lucifero, che invitava a evitare “l’incrociarsi e il confondersi delle due lotte politiche” strutturalmente diverse. La spiegazione complessiva la fornisce Giuseppe Dossetti che parla, dopo la rottura della collaborazione antifascista della primavera 1947, di un “garantismo eccessivo” con particolare riferimento alla configurazione del bicameralismo, che maturò appunto a ottobre, tra centristi e socialcomunisti “tutti e due per eccesso di paura dell’altro”. Ciò si svela nelle vicende successive, negli scioglimenti anticipati del 1953 e del 1958, dove ritroviamo, soprattutto nel primo caso, sui due fronti opposti i protagonisti dell’ottobre 1947. I Dc e i socialdemocratici sono con De Gasperi per votare contestualmente in modo che il traino dell’elezione con premio di maggioranza alla Camera (fortemente voluto da Ruini Presidente del Senato) si riversi anche al Senato, confermando il 18 aprile 1948. Nitti e Corbino stanno invece nella composita alleanza con le sinistre per impedire che il premio scatti e tutti insieme lottano perché il Senato non sia sciolto anticipatamente. Analogo scontro si verificò nel 1958 con l’opposizione comunista che polemizzò duramente in Aula e che diresse un’interrogazione al Presidente del consiglio Zoli, abilmente dribblata, contro quella che riteneva un’elusione della scelta costituzionale, ma che era in realtà la messa tra parentesi di un’incongruenza pericolosa per un sistema parlamentare. La battaglia si concluse con la revisione costituzionale del 1963 che la eliminò definitivamente, pur lasciando l’eventualità nell’articolo 88 del possibile scioglimento di una sola Camera. La cosa divertente è che nel 2010 il Presidente del consiglio Berlusconi e larga parte del Pdl l’abbiano riscoperta richiamandosi di fatto alle proteste per lo più comuniste del 1953 e del 1958.

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