A picture is worth a thousand words


1 Comment

  1. Alessandro Canelli ha detto:

    Ognuno sceglie da che parte stare, ma la storia recente della Bindi somiglia troppo alla foto che avevo postato: ovvero con lei che punta tutto sul tentativo di legittimarsi agli occhi del vecchio establishment post-PCI tagliando sempre più i ponti con quel retroterra che la legittimava politicamente. Risultato, non essendo più nè carne nè pesce, non serve più a nessuno.
    Prova ne sia l’eccessivo cerchiobottismo di questo comunicato in cui sembra costretta a dire qualcosa sulla faccenda Fazio, ma più che equilibrata, risulta eccessivamente tiepida nei confronti del cosiddetto fronte pro-vita. Decisamente faceva più bella figura a non dire nulla – o a scrivere solo l’ultimo paragrafo.

    26 Novembre 2010

    Un elenco per la laicità e il pluralismo
    di Rosy Bindi

    Sarebbe davvero triste se l’unico bipolarismo praticato in Italia fosse il bipolarismo etico. Purtroppo, al di là della volontà di Fazio e Saviano, la decisione di raccontare solo un punto di vista sull’esperienza di fine vita sta portando molta acqua al mulino di chi si ostina a rappresentare l’Italia come un paese diviso tra un ipotetico “partito della vita” e un ipotetico “partito della morte”.

    “Vieni via con me” non è una tribuna politica ed è sciocco ragionare come se ci fosse l’obbligo di risarcire una parte. Ma è pur sempre un programma del servizio pubblico. E la Rai, nonostante i tentativi di snaturare la sua missione, ha il dovere di rappresentare le tante facce della realtà italiana. A maggior ragione quando ci si inoltra in un territorio come quello della malattia e della fine della vita, così difficile e ricco di implicazioni etiche e sociali. Questa ricchezza è fatta di persone, famiglie, associazioni, esperienze, convinzioni e punti di vista che meritano di essere riconosciuti e valorizzati.

    Credo che nel racconto delle speranze e delle attese degli italiani, che costituisce la trama del programma, ci starebbe benissimo anche un elenco delle ragioni di chi continua a sperare contro ogni speranza di guarigione, di chi vuole vivere contro ogni apparente ragione di vita. Non per accontentare questo o quello schieramento ideologico, questo o quel leader di partito, ma per far sentire nuovi suoni e nuove sensibilità. Più semplicemente e laicamente, per rispettare la pluralità della società italiana.

    Non penso che gli elenchi proposti da papà Englaro e Mina Welby fossero uno spot “pro morte”. E provo ancora tristezza per la violenza con cui furono giudicati. E provo ancora sofferenza per il divieto che fu imposto al funerale religioso di Piergiorgio Welby. Entrambi rischiano però di diventare due bandiere della battaglia in favore della legalizzazione dell’eutanasia. E grazie alla ribalta televisiva la loro testimonianza umana rischia di trasformarsi in un manifesto politico se accanto a loro non avranno voce quei familiari o quei malati che hanno fatto una scelta diversa ma altrettanto piena di amore e dignità.

    Perché mai chi sceglie di non interrompere l’attesa della fine di una persona cara deve trovarsi schiacciato, suo malgrado, in uno schieramento politico? Ripeto, non si tratta affatto di un problema di par condicio. Al contrario, si tratta di sottrarre i temi della vita e della morte, che interpellano nel profondo ciascuno di noi, allo schema avvelenato delle contrapposizioni ideologiche. Per evitare gli anatemi reciproci e aiutare invece il paese a crescere nella laicità e nel valore delle differenze.

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