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Poliarchia, bene comune, cattolicesimo responsabile
Settimane sociali: la vocazione maggioritaria di quel cattolicesimo conciliare che si sa rinnovare
di Stefano Ceccanti | pubblicato il 27 ottobre
Per capire la Settimana sociale di Reggio Calabria bisogna tenere in conto la distinzione di un intellettuale cattolico catalano, Josep Maria Carbonell, che in un intervento( leggibile sul blog www.landino.it ), ha segnalato come sia in realtà tuttora maggioritario, a patto che si sappia lasciar interrogare dalle novità successive al Vaticano II, il cattolicesimo che chiama montiniano e che subisce da un lato, anche con alcuni avalii autorevoli, la critica del “Cattolicesimo da tea-party” (che rischia di trasformare la Chiesa in un insieme di sette intransigenti) e, dall’altra, la critica ribellistica del cattolicesimo della diaspora che in nome della purezza evangelica rischia di dissolvere la Chiesa. Si tratta quindi di affermare la vocazione maggioritaria del cattolicesimo montiniano aderendo all’intera agenda dei nostri tempi, con i criteri e la vocazione profetica richiesti alla Chiesa.
Su Reggio Calabria molto si è già scritto e chi ha partecipato, come me, è rimasto stupito positivamente soprattutto per alcuni passaggi simbolici, primo fra tutti il fatto che il limite tassativo di tre minuti nei gruppi di studio era applicato indistintamente a tutti, che fossero vescovi, arcivescovi, deputati, senatori o l’ultimo animatore di una Caritas parrocchiale.

In questa sede, però, non ritorno su quell’evento, ma su uno che l’ha preceduto e che consente di interpretarlo molto bene, il convegno delle Chiese dell’Umbria del dicembre 2009, i cui atti sono ora stati meritoriamente pubblicati da “Il Mulino” col titolo “Poliarchia e bene comune. Chiesa, economia e politica per la crescita dell’Umbria”, a cura di Silvia Angeletti e Giorgio Armillei. In quel convegno le Chiese umbre, con l’ausilio di diverse competenze disciplinari hanno esaminato le caratteristiche della Regione valutandole dal punto di vista del bene comune, ovvero della propensione a valorizzare pluralismo e poliarchia col concorso delle responsabilità di ogni attore sociale e politico.

Angeletti e Armillei spiegano il quadro concettuale odierno in cui non è possibile prescindere dal concetto di poliarchia, ripreso recentemente anche dalla “Caritas in Veritate”, quale divisione sociale dei poteri, per valorizzare in modo dinamico il pluralismo e il bene comune.: “c’è bisogno di un modello policentrico di società che racchiude un’istanza di relativizzazione del potere politico”, mettendo in crisi “l’invasività sociale della politica”. Dalla sua angolatura pastorale mons. Vincenzo Paglia decina questa impostazione sottolineando la connessione intima tra Eucarestia e Città contro un’astorica retorica dei soli princìpi: “Alla Chiesa non viene bene cominciare da princìpi. Al fondamento della Chiesa non ci sono princìpi..al principio e alla fine della Chiesa c’è Qualcun altro. C’è una persona che si rende presente in maniera alta nell’Eucarestia. Per i credenti l’Eucarestia è principio e fondamento, forza e luce di rinnovamento della polis..A nessuno è affidata l’esclusiva sul bene comune, a tutti è chiesta la corresponsabilità..La Chiesa non si limita unicamente a proclamare princìpi, accetta piuttosto la sfida della costruzione storica assieme agli uomini di buona volontà perché la Città sia più giusta e più umana”. Di conseguenza per il vescovo di Terni “La Città aperta alle operazioni di bene comune è una Città della sussidiarietà verticale e orizzontale, in cui la politica non è autorizzata a far altro che il proprio prezioso ma limitato compito, e così l’economia, la scienza, la famiglia e via dicendo”.
Gli economisti e gli istituzionalisti seguono questa traccia di concetti e ne traggono le conseguenze per le loro aree disciplinari. Pierluigi Grasselli invita a individuare puntualmente l’area del bisogno, stimando nel 7% delle famiglie umbre la quantità di “nuovi poveri”, mentre Giuseppe Croce segnala le esigenze di una maggiore selettività nel sostegno alle imprese al di là di confusi obiettivi generalisti e di una moderna cultura della valutazione col coinvolgimento di agenzie professionali e autonome anche per “rafforzare la capacità di resistenza delle amministrazioni pubbliche alle pressioni che chiedono di perpetuare la dispersione dei sussidi”. Nello stesso senso Paolo Piselli sostiene che “la selettività impone una nuova governance della programmazione regionale e del processo decisionale, meno centralista o neocorporativa e aperta al confronto continuo e alla verifica dei risultati”. Francesco Clementi sottolinea che nel nuovo quadro istituzionale regionale segnato da una forma neo-parlamentare con elezione diretta del Presidente bisogna concepire i contropoteri non in una classica logica assemblearistica ormai superata, ma in tre modi convergenti: assicurare una certa autonomia ai singoli eletti col collegio uninominale maggioritario, rafforzare gli organi di garanzia indipendenti e distinguere nettamente la minoranza più grande, l’Opposizione, da quelle ulteriori, dandole specifiche prerogative e risorse. Il sociologo Luca Diotallevi segnala l’esigenza di realizzare anche un bilancio critico della cultura politica dei cattolici rispetto ai concetti di bene comune e poliarchia: segnala eccessive propensioni per un ruolo invasivo della politica nell’economia diffuse al di là delle diverse collocazioni politiche, una scarsa assimilazione dei modelli di democrazia competitiva, che è legata esistenzialmente ad accontentarsi nei vari schieramenti di ruoli secondari senza particolari ambizioni, di rendite di posizione peraltro calanti. Questi limiti a perseguire una visione poliarchica di istituzioni decidenti di una politica non invadente, sono legati anche a una prassi ecclesiale di “consumo religioso”, di “devozionismo protetto” che rende meno capaci di assumere responsabilità. In conclusione, anche sulla base elle esperienze positive legate soprattutto all’Azione Cattolica, “In Umbria il laicato cattolico avrà una bella fetta di responsabilità rispetto alla fuoriuscita o meno della società regionale dalla semisecolare egemonia del politico ed ha una responsabilità non inferiore rispetto alla fuoriuscita o meno dal regime socio religioso di devozionismo protetto. E si tratta di due responsabilità con alcuni punti in comune”. Questi sono stati d’altronde anche i compiti su cui ha insistito in modo convincente la Settimana di Reggio Calabria e che ora debbono essere sviluppati.

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