Una lettura pragmatica e realista


Una lettura ideologica e moralistica della crisi finanziaria del 2008 non è certo rara nel mondo cattolico italiano. Ad onor del vero una versione sofisticata di questa lettura come quella presentata nel corso di una delle sessioni della recente settimana sociale di Reggio Calabria non ha poi riscosso molto successo. Dire infatti – come si è detto – che la crisi ha origine, in ultima analisi, nella diffusione delle ideologie relativistiche della denatalità sembra avere poco a che fare con il reale andamento delle cose. E questo i delegati presenti a Reggio Calabria l’hanno capito immediatamente, restituendo a chi si stava inerpicando tra grafici e tabelle più concrete domande sui comportamenti degli attori finanziari e sulle regole che occorrerebbe ritoccare. E’ questa lettura pragmatica e realista della crisi ad aver costituito uno dei segnali di maggiore novità della settimana sociale. E questa novità può essere colta nel confronto con un’altra lettura pragmatica e realista oggetto in queste settimane di grande dibattito. La radice prima della crisi, ci dice infatti Raghuram Rajan, ex capo economista del FMI, è nel comportamento della politica. La crisi non nasce dall’egemonia delle logiche economiche e finanziarie quanto dalla volontà della politica di rimediare, alimentando pericolose scorciatoie nel settore finanziario, a problemi di carattere sociale. In primo luogo alle forti diseguaglianze sociali. Non solo, dice Rajan. Non è la troppa globalizzazione a creare problemi. Al contrario la mancata omogenea globalizzazione dei mercati finanziari costituisce un ostacolo al superamento della crisi. Come anche la presenza di modelli di crescita basati sull’esportazione e su mercati interni protetti e inefficienti alimenta il meccanismo perverso degli squilibri commerciali. Come si esce dallo stallo? Facendo funzionare meglio i mercati. E’ la prima ricetta, purché si sia convinti del contributo insostituibile dell’economia finanziaria e dell’innovazione finanziaria alla crescita e all’uscita dalla povertà. Quindi per un verso più globalizzazione (apertura commerciale, sviluppo imprese multinazionali, circolazione dei capitali e delle persone) e per l’altro più regolazione e più forza alle autorità che la presidiano. E poi investimenti massicci nell’istruzione e riforma dei sistemi di welfare. Di certo meno politica: meno protezioni implicite e garanzie nascoste dei governi; meno presenza del governo nel mercato finanziario per gli investimenti immobiliari; meno circolazioni improprie tra incarichi di governo e incarichi manageriali nel mondo finanziario. Un approccio pragmatico e realista, appunto. Lo stesso di Reggio Calabria.

1 Comment

  1. giuseppe croce ha detto:

    La fine del pregiudizio anti-mercato dei cattolici è una buona notizia e la settimana di Reggio Calabria è stata una tappa significativa in questa direzione.
    L’opzione pro-mercato, però, deve mantenere un carattere “realistico”, appunto.
    Perché contrapporre alla lettura moralistica della crisi un’altra in cui se ne attribuisce univocamente alla politica la radice prima? La riflessione sulla crisi del 2008 è forse meno semplice ed è anche bene che come tale sia riconosciuta. Per esempio: secondo l’interpretazione riportata da Giorgio, la politica ha piegato il sistema finanziario a obiettivi a esso estranei, nel tentativo di rimediare alle forti disuguaglianze sociali. La politica monetaria, quindi, come politica sociale. In effetti, potremmo aggiungere, la mancanza di un sistema di welfare esteso negli US induce la politica monetaria a un notevole attivismo, la rende sensibile agli obiettivi occupazionali. Al contrario, l’Europa, forse anche per effetto del suo malandato sistema di welfare, può permettersi una politica monetaria ben più rigorosa e indipendente dalla politica. Sono due diversi mix istituzionali che rispondono alla medesima esigenza di stabilizzazione dell’economia. E ancora: quali le cause di quelle forti disuguaglianze sociali negli US? Causate anch’esse dall’invadenza della politica? No. Causate dalla globalizzazione (che non va demonizzata, ma fa le sue vittime) e da quei meccanismi di mercato, che spingono il potente dinamismo di quell’economia ma impongono i loro costi. Virtù e costi del mercato vanno entrambi riconosciuti.

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