Settimane sociali. Un ottimo documento per partire col piede giusto ed evitare gli errori del passato


Settimane sociali. Un ottimo documento per partire col piede giusto ed evitare gli errori del passato

di Stefano Ceccanti (in corso di pubblicazione su “La Società”)

  1. 1.       I tre pregi fondamentali e i due passaggi-chiave del documento preparatorio

Il primo pregio fondamentale del Documento preparatorio per la settimana sociale di Reggio Calabria è quello di assumere l’orizzonte largo dell’agenda reale del Paese. Discutiamo di un testo che rimedia a un restringimento di orizzonti. Negli ultimi anni parlare di un testo della Chiesa cattolica in Italia significava entrare quasi solo in querelle su principi non negoziabili e tematiche di bioetica e sessualità. Qui si torna a problemi politici nella loro ampiezza di cultura di governo, a criteri per scegliere tra soluzioni alternative diverse e a far propria come agenda quella che è l’agenda del Paese. E’ un terreno più esigente per tutti. Gli autori non sembrano caduti nel vizio denunciato con ironia da De Gasperi    nel suo intervento alla settimana sociale del 1945 rispetto ad alcune relazioni segnate da una cultura intransigente, da “atmosfera ossigenata”. Affermava De Gasperi: “Non sempre quando si scende dall’alta montagna è possibile mantenere la stessa atmosfera ossigenata e direi non sempre la stessa prospettiva può essere attuata quando si tratti di dover fissare una pratica di convivenza civile che tiene conto delle opinioni altrui e che deve cercare una via di mezzo fra quelle che possono essere le aspirazioni di principio e le possibilità di azione”.

Il secondo pregio è la comprensione che le scelte sulle istituzioni hanno a che fare col bene comune. Il documento ha il coraggio di andare contro una cultura sostanzialistica e poco liberale, presente trasversalmente. Le scelte sulle istituzioni, sul modo di chiudere la transizione, sono tra le priorità del bene comune. Il federalismo solidale e la democrazia competitiva non fanno direttamente, ma sono indispensabili perché le cose si possano fare, perché la crisi si affronti con interventi strutturali incidenti. Guai a quelle forme di benaltrismo che vorrebbero saltare il problema istituzionale o a quelle forme di nobile conservatorismo che difendono un centralismo che ha da tempo esaurito la sua spinta propulsiva per l’unità del Paese e che parlando di difesa della Costituzione confondono la validità dei principi con la storicità delle forme organizzative e, soprattutto, con la salvaguardia dei poteri di veto. Le deformazioni della logica competitiva che vediamo non sono il male da sopprimere tornando indietro, sono la malattia che segnala l’esigenza di nuove regole. Questo ci provoca seriamente come parlamentari di opposizione: abbiamo insistito a sufficienza sul fatto che la polemica sui decreti, sulle fiducie, è seria solo se accompagnata alla consapevolezza che ci debbono essere tempi certi per l’attuazione in Parlamento del programma di Governo e, simmetricamente, per votare le proposte alternative dell’opposizione? Siamo consapevoli che la nuova fisiologia non può essere una forma rinnovata di assemblearismo?

Il terzo pregio è la consapevolezza che non c’è perseguimento adeguato del bene comune se si rimane in un paradigma statalista e da economia chiusa . Il documento ha il merito di spiegare che non c’è un monopolio del bene comune da parte di chi ha responsabilità politica. Esso risulta da un insieme di processi che vedono coinvolti, anche in forma competitiva, vari attori. Ci sono qui alcune consapevolezze che vengono anche dal magistero recente e che non sembrano ancora patrimonio condiviso. E’ difficile, ad esempio, non segnalare che, al di là dell’iniziativa in sé dei referendum sull’acqua contro una liberalizzazione mal congegnata, essa si basa culturalmente sull’equazione bene comune-gestione pubblica, mentre coi criteri indicati nel documento si accede alla visione di un servizio pubblico integrato, come nella scuola e nella sanità. Così pure dal documento in relazione alla globalizzazione si ricava l’impossibilità di continuare a ragionare sul mercato del lavoro in termini di protezione sul concreto posto anziché in termini di flexicurity e dove la inevitabile gradualità nel passaggio non può significare un cammino incerto, col solo timore di scontentare la propria constituency tradizionale.

Riporto poi per intero, ai fini del prosieguo dell’analisi, quelli che reputo i due passaggi-chiave del testo:

“Anche se la globalizzazione non produrrà spontaneamente le risposte che cerchiamo, la relativa maggiore indipendenza degli ambiti e dei livelli costituisce una condizione favorevole alla loro realizzazione”(cfr CV 21). Il rischio non è certo costituito da una redistribuzione globale delle forze o da un qualsiasi mutamento degli equilibri strategici, senza voler considerare quelli “occidentali” come i modelli sociali perfetti. Un rischio molto serio è invece costituito dal frequente difetto di quel realismo che dovrebbe far riconoscere in queste società, con tutti i loro limiti e le loro gravi responsabilità, l’offerta migliore finora avvenuta e più facilmente universalizzabile delle migliori condizioni vita e del maggiore – per quanto mai pienamente soddisfacente – riconoscimento della dignità della persona umana.” (par. 2)

“Oggi però comprendiamo meglio che se nessuna delle manifestazioni di quel pluralismo sociale di cui s’è detto può vantare il monopolio di competenza sul bene comune (non la politica, non altre), ciascuna ha un contributo specifico da recare, e che, insieme a tutte le altre, ciascuna partecipa all’incessante opera di composizione nella quale un certo grado di competizione e persino di conflitto svolge un ruolo positivo e permanente.” (par. 10).

  1. 2.       Per capire i pregi un breve flash-back su eredità e limiti della cultura politica di ispirazione cristiana attraverso i lavori della Costituente

 

I pregi del documento si colgono meglio con un rapido flash-back su eredità e limiti della cultura politica di ispirazione cristiana.

I periodi di crisi come l’attuale sono infatti occasioni perfette per mettere in discussione verità date per scontate, ma comportano anche il rischio di scorciatoie. Da questo punto di vista nessuna cultura politica sfugge alle contraddizioni. Nel caso della cultura di ispirazione cristiana essa non appare affatto uniforme né ugualmente aliena da questi rischi, anche nel filone del personalismo degli anni ’30, forse il più fecondo nell’elaborare i concetti più validi con cui i cattolici si prepararono già durante la Resistenza ai ruoli di Governo nell’Europa post-bellica, senz’altro molto più fecondi di alcuni riflessi anti-moderni del Magistero di allora, ancorato ad alcune nostalgie corporativistiche e confessionalistiche.

Paul Ricoeur lo spiegò molto bene nel 2000 al Convegno per il cinquantenario dalla scomparsa di Mounier. Un certo tipo di cultura cristiana degli anni Trenta, pur in via di emancipazione dai paradigmi anti-moderni, a causa di una lettura ideologizzata della crisi, condivideva con fascismi e comunismi, sia pure con premesse e conclusioni diverse, un eccesso di critica alle democrazie liberali. “Non avevamo ancora letto e meditato Tocqueville” dice Ricoeur e anche con la Liberazione proseguiva poi la spinta culturale rivoluzionaria che, in connessione alla “lettura economicistica” dell’epoca, svalutava il “liberalismo politico” e vedeva nel fascismo “il destino dei riformismi”. Quell’eredità si può ancora assumere, concludeva Ricoeur, a patto di espungerne quindi con chiarezza due limiti: il “catastrofismo iniziale” e “l’eccitazione rivoluzionaria”.

Per questo oggi che più di ieri dall’esterno della Chiesa cattolica si commentano encicliche, prese di posizione sulla globalizzazione, si cercano alleanze per superare la crisi, occorre evitare una messa in comune tra matrici diverse proprio di questi due difetti, anziché abbeverarsi alle realtà che sono state maggiormente in grado di farvi i conti e di superarli.

Vari filoni del cattolicesimo politico italiano, sin dalla Costituente, hanno affrontato con esiti diversi questo nodo. Negli anni scorsi si è diffusa una vulgata, che ha visto concordi “revisionisti” di destra (spesso statalisti di sinistra pentitisi nel frattempo) e “difensori” della Costituzione di sinistra tesi in sostanza a dire che gli articoli della Costituzione economica sarebbero il risultato di un compromesso “cattocomunista” difforme rispetto alla concreta azione di Governo realizzata soprattutto negli anni della Ricostruzione, forse omogenea nelle intenzioni solo alla programmazione economica degli anni ’60 e poi di nuovo smentita dalla costruzione europea (fermo restando che quest’ultima ha avuto poi una dinamica propria). Per questo ora si tratterebbe secondo i revisionisti di destra di allineare la Costituzione sulla realtà, facendo cadere la “Rivoluzione promessa”, mentre secondo i “difensori” di sinistra si tratterebbe invece di compierla, approfittando della crisi, ripudiando concetti quali merito, efficienza, liberalizzazioni. In realtà, in uno splendido contributo su “Diritto Pubblico” del 2000, Luigi Gianniti ha radicalmente smentito quella ricostruzione con una puntuale analisi dei lavori preparatori della Costituzione e, in parallelo, delle decisioni governative di quegli anni. C’è sostanziale coerenza tra l’operato dei Governi della Ricostruzione e l’Assemblea Costituente che lavora in parallelo, è del tutto evidente l’influenza di de Gasperi (dietro le quinte) e del suo vice Einaudi (più esplicita) sui lavori, c’è una chiara egemonia culturale di democristiani, liberali, repubblicani e socialisti riformisti (che dopo la scissione approderanno ai socialdemocratici) nella stesura di quegli articoli, che diventa più chiara dopo la crisi del maggio 1947, con un atteggiamento di collaborazione responsabile dei comunisti, anche per reazione comune contro lo statalismo autarchico fascista, con qualche dose critica in più che cresce tra di loro dopo l’estromissione dalle responsabilità di Governo. Non è irrilevante segnalare che l’intervento più estremo sia stato quello di un cattolico, Gerardo Bruni, unico eletto del Partito Cristiano Sociale, che confluì poi nella Sinistra cristiana di Franco Rodano e che parlò di necessità di “liquidazione del sistema capitalistico” (6 maggio 1947). Viceversa Togliatti aveva già affermato in I sottocommissione sin dal 16 ottobre 1946 con chiarezza e realismo: “Si sta scrivendo una Costituzione che non è una Costituzione socialista..La lotta che si conduce non è contro la libera iniziativa e la proprietà privata dei mezzi di produzione in generale, ma contro quelle particolari forme di proprietà privata che sopprimono l’iniziativa di vasti strati di produttori e, particolarmente contro le forme di proprietà monopolistiche, specie nel campo dei servizi pubblici”. Le spinte più forti all’intervento diretto dello Stato vengono rapidamente e ripetutamente messe in minoranza. Questo accadde al comunista Pesenti che aveva esordito come relatore nella III sottocommissione e che aveva mostrato eccessive aperture sulle nazionalizzazioni, subito arginato dall’altro relatore, il democristiano Dominedò che le costruì nell’art. 43 come eccezioni alla regola, circondandole di varie cautele, cresciute poi nel passaggio in Aula, avvenuto significativamente il 13 maggio 1947, lo stesso giorno della caduta dell’ultimo Governo che comprendeva socialisti e comunisti, da altri emendamenti di Dominedò (che sostituiva il “coordinamento delle attività economiche” con “fini di utilità generale” e il dc Taviani (che inserì un “può” nello stesso articolo trasformando nazionalizzazioni e riserva originaria come una soluzione tra le tante). Così erano già caduti nei giorni precedenti vari emendamenti, tra cui il 9 maggio uno del comunista Montagnana che parlava in modo molto incisivo di pianificazione (“per coordinare e dirigere l’attività produttiva secondo un piano che dia il rendimento massimo per la collettività”) e che era stato rilanciato significativamente dopo l’uscita dal Governo, mentre nella fase precedente, dopo un tentativo di Togliatti nella I sottocommissione, il leader comunista in quella sede l’aveva di fatto lasciato cadere. Quella discussione è dominata, oltre che dal dc Taviani (a cui si deve il termine soft “programmi” nell’art. 41 al posto di “piani”), dai liberali Corbino ed Einaudi, dai socialdemocratici Arata (che il 13 maggio scomoda per motivare un ruolo significativo ma non intrusivo una citazione di Von Hayek, altro che cattocomunismo!) e Ruini (che difende il comma 3 dell’art. 41 per i suoi “effetti garantistici” sulla libertà economica).

Fermo restando quindi il dato altamente positivo e niente affatto scontato della prosecuzione della collaborazione comune alla Costituente rispetto alla rottura di Governo, non c’è dubbio che l’asse culturale degli articoli della Costituzione economica sia stato improntato da una netta delimitazione tra “economia sociale di mercato” (accolta) e pianificazione dirigistica (esclusa, debolmente sostenuta dai comunisti, soprattutto dopo la rottura di Governo per segnalare una posizione di minoranza sempre dentro il realismo fissato ab origine da Togliatti). Tra i democristiani in quella discussione non furono protagonisti Dossetti e La Pira, che lo erano stati nella I sottocommissione a proposito della Prima Parte, ma lo fu quasi solo il pragmatico Taviani. Difficile poi non vedere dietro Einaudi, Vice-Presidente del Consilio, e forse anche dietro il suo l’ex-Ministro Corbino, la sintonia di fondo con de Gasperi.

  1. 3.       Due filoni di diversa vitalità rispetto alle sfide odierne

Al termine di una nota intervista pubblicata da “Il Mulino”, “A colloquio con Dossetti e Lazzati” queste sono pertanto le puntuali e convergenti riflessioni dei due intervistatori di eccezione, Pietro Scoppola e Leopoldo Elia.

Per Scoppola ” Dossetti parte, com’è noto, da una forte polemica contro lo Stato liberale, del quale non vede o sottovaluta l’evoluzione in senso democratico, così da giungere ad auspicare una forte discontinuità; discende da questa polemica la risoluta affermazione di una concezione finalistica dello Stato, diretta alla realizzazione di un obiettivo che lo Stato non definisce esso stesso ma recepisce in quanto ‘è già definito dall’essenza dell’uomo e dello stato e consiste necessariamente nel provvedimento di tutte le condizioni necessarie e favorevoli al bonum humanum simpliciter” (citazione testuale dalla relazione del 1951 ai giusti cattolici); viene riproposto cioè, in quella relazione, quel tradizionale concetto di un bene comune in sé definito e non frutto della dialettica delle realtà presenti nella società.”

Per Leopoldo Elia “Dossetti manifestava un giudizio fortemente negativo sui ceti medi, sul capitalismo e sulla stessa libertà di iniziativa economica..considera superata di fatto ‘la c.d. libertà dell’iniziativa privata nell’economia occidentale’ (citazione testuale di Dossetti) e successivamente .. ritiene che ‘nella forma degenerata il blocco anticomunista tende sempre più a coincidere col capitalismo..

Difficile negare che nel caso di De Gasperi ci si muovesse del tutto fuori dai limiti segnalati da Ricoeur e che, invece, nel caso di Dossetti essi fossero in larga parte presenti. E’ pertanto profondamente diverso affrontare la crisi odierna del capitalismo muovendosi a partire dalla prima o dalla seconda eredità. Non a caso Elia, per contrapporre i due, usa una citazione di De Gasperi del 1944, analoga per vari apsetti a quella già richiamata in aperura, che potrebbe essere presa come una definizione ante litteram di approccio poliarchico alla politica, che ne segnala l’autonomia relativa rispetto agli altri sottosistemi: “Noi non ci presentiamo come promotori integralisti di una palingenesi universale, ma come portatori di una propria responsabilità politica specifica, ispirata sì al nostro programma ideale, ma determinata anche dall’ambiente di convivenza in cui esso deve essere attuato”.

Vale la pena di contrapporre una citazione più ampia dal richiamato testo di Dossetti del 1951:

” Conseguenza di quanto ora si è detto è la rivendicazione da parte dello Stato di una funzione non solo di mediazione statica tra le forze sociali esistenti, ma di sintesi dinamica, e quindi di reformatio del corpo sociale: non pura mediazione, non puro equilibrio, non puro arbitrato, ma sintesi propulsiva in questo Stato moderno. Lo Stato, abbiamo detto prima, non crea gli uomini e non crea la società, ma fa la società. Data una società con alcune forme primigenie o storicamente cristallizzate, ma che rappresentano ormai un qualcosa di informe rispetto a quello che dovrebbe essere in quel determinato momento storico il compito concreto dell’azione statale, lo Stato deve fare la società, traendo il corpo sociale dall’informe. Accettare questo corpo sociale in alcune realtà incomprimibili, che sono quelle prima dette, ma poi reformare quelle e le altre. Questo richiede un’analisi sociologica che si ponga, in una determinata situazione storica, con una spietata sincerità, con uno smascheramento di tutte le ipocrisie, di tutti i luoghi comuni usati anche in buona fede per la tranquillizzazione della nostra coscienza. L’analisi sociologica che deve essere assunta a base di questa scelta deve essere veramente uno di quei momenti supremi di verità in cui si adempie il nostro dovere cristiano. Solo a questo patto si può, allora, assicurare la genuinità del potere politico, altrimenti si potrebbe dire che questo regna, ma non governa. ”

Ad ulteriore conferma, nel bel libro di Silvia Scatena sulla dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa, “Dignitatis Humanae”, il testo più poliarchico del Concilio Vaticano II, in quanto di prevalente ispirazione nordamericana, troviamo documentate le forti riserve su di essa di Giuseppe Dossetti, vista come troppo segnata da una matrice culturale “empirista e individualistica di marca anglosassone” che svalutava lo Stato e quindi le “esigenze oggettive del bene comune in una polis ordinata”.

  1. 4.       La coerenza del Documento con le più recenti acquisizioni del Magistero

 

Va infine ricordato che il Documento esprime una coerenza di fondo col Magistero recente, che è invece spesso utilizzato con citazioni slettive in chiave “monarchica”, in cui la critica ai processi reali degli scorsi decenni è orientata in un orizzonte statalista e ripercorrendo i difetti segnalati da Ricoeur. Difficile ignorare nell’interpretazione complessiva la critica ai rischi totalitari della politica trascinatisi da alcune impostazioni più ideologiche degli anni ’60 che dall’Istruzione della sacra Congregazione per la Dottrina della Fede “Libertatis Conscientia” del 1986 (in particolare nei paragrafi da 72 a 80) giungono poi ai paragrafi 35, 42 e 48 della “Centesimus Annus” sulle degenerazioni assistenzialistiche ai paragrafi 36 e 57 della Caritas in Veritate sull’agire economico, la sussidiarietà e la poliarchia. Gli stessi problemi che Ricoeur, nel citato contributo, segnalava anche lui come riattualizzati, dopo il periodo caldo della Liberazione negli anni ’60, quando nelle Chiese riformate, come ricorda, la parola Riforma suscitava “sarcasmi” rispetto alla possibile Rivoluzione.

Accostarsi con equilibrio alla crisi, da sinistra verso l’insegnamento sociale della Chiesa impone quindi, per non ripetere errori già fatti, di tener conto delle cautele di Ricoeur. Il Documento lo fa molto bene. Last but not least, non casualmente, tra i cristiani impegnati in politica cita solo Alcide De Gasperi e Luigi Sturzo.

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