La relazione Diotallevi a Reggio Calabria


Il processo, l’agenda, l’attualità.

Rapporto alla prima sessione plenaria della 46a Settimana Sociale

di Luca Diotallevi

vicepresidente del Comitato Scientifico e Organizzatore

delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani

Carissimi Vescovi, illustri autorità, amiche e amici,

1. preparando gli appunti per questo intervento, e tornando con la mente a queste ultime e tanto intense settimane, così come agli ultimi due anni, mi è parso chiaro che c’era un punto preciso dal quale era necessario cominciare.

Credo che noi tutti del Comitato desideriamo, ma prima ancora dobbiamo, dirvi un grande grazie. Dobbiamo un sincero ed intenso grazie a voi, ma anche a coloro, tanti davvero, che abbiamo incontrato in questi due anni di discernimento in preparazione di questa Settimana Sociale di Reggio Calabria.

Non è della partecipazione che vi ringraziamo, con essa, infatti, voi avete corrisposto ad un dovere di battezzati ed esercitato un vostro diritto di fedeli (LG nn.32-37). I vescovi avevano chiesto di allargare il coinvolgimento ecclesiale alle Settimane Sociali. A noi è toccato registrare una straordinaria disponibilità nell’accogliere questo invito. È per altro che vi ringraziamo. Vi ringraziamo perché in questi due anni, certo non facili, né per il Paese né per la Chiesa, ci avete dato la testimonianza confortante di una Chiesa vitale, non senza acciacchi o ferite, ma piena di fantasia e di intelligenza, di grande forza spirituale, una Chiesa che sa sperare nell’oggi, nei giorni facili e nei giorni difficili che il Signore ci dona da vivere. Le fatiche che abbiamo affrontato sono state più che ripagate dalla edificazione che da voi abbiamo ricevuto, come da tutte e tutti coloro che questa sera non sono qui.

Anche grazie a voi la nostra fede è cresciuta. Grazie!

Con la stessa cordialità sentiamo di dovere un grazie grande alla Chiesa ed alla città di Reggio Calabria, un grazie che si allarga a tutte le Chiese di Calabria ed alla intera comunità civile di questa regione.

Grazie per come ci avete accolto da subito. Grazie per come il vescovo di questa Chiesa, le autorità civili e tutte le amiche e gli amici di Reggio Calabria hanno fatto di questa 46a Settimana Sociale la loro Settimana Sociale.

Credo di poter dire che il nostro cuore e quello di tutti coloro che sono qui questa sera è pieno di rispetto e di ammirazione per voi e per la vostra storia. Siamo pieni di ammirazione per coloro che qui ogni giorno lottano, e non di rado rischiano, in difesa della vita, dei suoi diritti, del suo futuro; di coloro che lottano contro la ‘ndrangheta e contro ogni forma di criminalità organizzata e di coloro che lottano per fare educazione vera, crescita economica vera, sviluppo civile vero, vera difesa del diritto e dei diritti. Noi siamo qui anche per dire che questo vostro impegno corrisponde ad una responsabilità che è anche nostra e per la quale anche noi saremo giudicati. Le Chiese che sono in Italia non hanno dimenticato le parole «di singolare veemenza» pronunciate da Giovanni Paolo II ad Agrigento il 9 Maggio 1993 e le hanno di recente riproposte e sviluppate[1], e tutti noi abbiamo ancora nel cuore e nella mente le parole di Benedetto XVI pochi giorni or sono a Palermo. Nessuno di noi può dire di non sapere e di non dovere.

Essere questa sera a Reggio Calabria ed essere nel Mezzogiorno d’Italia per tutti noi significa che dobbiamo fare meglio ed ancora di più: contro la mafia, contro la camorra, contro la ‘ndrangheta e contro ogni forma di negazione della vita, plateale o nascosta, che uccida contemporaneamente corpo e mente, o che lasci sopravvivere per un po’ un corpo privato di intelligenza e di volontà libere.

Lo spirito e lo scopo di questo contributo

2. È bene chiarire subito il senso e dunque i limiti di questo intervento.

La struttura stessa di questa Settimana Sociale, così come le modalità di preparazione, dipendono da una scelta precisa: fare di questa occasione una opportunità per contribuire al dovere di declinare il bene comune, un dovere sempre urgente, ma probabilmente, a causa della crisi che attraversiamo, avvertito in questo momento da una porzione di opinione pubblica più grande che nel recente passato. Cosa può significare oggi, in Italia, per noi cattolici e per la Chiesa tutta, servire il bene comune? E, in termini moralmente ancor più stringenti: da dove è realisticamente possibile cominciare a servire il bene comune del Paese in questa stagione nuova e tanto difficile?

Questa domanda, vale la pena ricordarlo, dipende direttamente dal cammino della Chiesa universale e da quello delle Chiese che sono in Italia. Dipende dall’invito che abbiamo ricevuto dal IV Convegno Ecclesiale di Verona a praticare nell’oggi lo sperare cristiano e dipende dalla ripresa della attenzione al bene comune operata con chiarezza dalla Settimana Sociale del Centenario. Dipende dal nesso forte tra il cammino della Chiesa italiana in questo decennio ed in quello appena trascorso, nesso che passa anche attraverso il riconoscimento nella pratica del discernimento ecclesiale di una essenziale occasione educativa[2], di un modo decisivo per affrontare con coraggio la sfida educativa. Ma certamente ben poco di questa Settimana e della «agenda» sarebbe comprensibile se non alla luce dell’insegnamento sociale di Benedetto XVI attraverso la Caritas in veritate, ma anche in tante altre occasioni. Al suo pressante invito a guardare la globalizzazione come una grande opportunità (CV n.33), una sfida da affrontare con uno straordinario sforzo di rinnovamento della fede (CV n.42), del pensiero e della azione (CV n.78), si sono aggiunti per noi italiani interventi come quelli di Cagliari[3] e di Viterbo[4] nei quali ha espresso l’auspicio di una generazione nuova di cattolici capaci di assumere le proprie responsabilità in ogni settore dello spazio pubblico.

Non era possibile evitare che al centro di questa Settimana e del discernimento che l’ha preparata ci fosse la domanda: cosa può significare oggi, in Italia, per noi cattolici e per la Chiesa tutta servire il bene comune? In questo momento, da dove è realisticamente possibile cominciare?

Questa è la domanda che ci siamo posti tutti insieme, questa è la domanda che spiega l’«agenda», questa è la domanda che guiderà il confronto delle prossime giornate. Ma, proprio per il rispetto dovuto al lavoro comune, questo interrogativo non sarà in alcun modo oggetto del mio intervento che invece resta un contributo indiretto al confronto che si è autorevolmente aperto con le parole di mons. Arrigo Miglio e la prolusione del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana cardinale Angelo Bagnasco che abbiamo appena ascoltato.

Per tanto, in una sorta di rapporto mi limiterò a ricordare tre passaggi cruciali che di norma hanno scandito tutte le occasioni di discernimento che abbiamo alle spalle e che anche a Reggio non potremo evitare di affrontare.

Primo passaggio critico: la posta in gioco

3. In tutte le occasioni è apparso evidente che la attenzione al bene comune genera una prospettiva esigente e selettiva. Non di rado tralascia luoghi comuni e getta luci penetranti verso coni d’ombra. Diversamente non potrebbe essere, se teniamo ferma la «dignità, unità e uguaglianza di tutte le persone» e se per bene comune intendiamo «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente»[5].

La forza analitica di questa prospettiva è emersa innanzitutto nel largo convergere verso la individuazione di una stessa questione pratica come cornice di tutte le altre poi finite nell’«agenda». Senza alcuna esitazione possiamo affermare di aver registrato una larga convergenza nella individuazione di una medesima posta in gioco.

4. È inutile attardarsi in pietosi giri di parole: in questo momento la posta in gioco è l’Italia.

Riconoscerlo con chiarezza non può che aiutare ogni passo successivo.

Lei, Cardinale Bagnasco, pochi giorni orsono ha detto ai Suoi confratelli vescovi: «nel nostro animo di sacerdoti, siamo angustiati per l’Italia»[6]. Posso assicurarLe che la Sua angustia è la angustia di tutti noi. Non solo fatica, non solo preoccupazione, ma – proprio come Lei ha detto – angustia, poiché in gioco non sono solo interessi, ma anche affetti e parti della nostra stessa identità.

E come Lei crediamo che «bisogna fare presto»[7].

La posta in gioco è l’Italia perché vediamo il nostro paese attraversato da dinamiche divaricanti non adeguatamente riconosciute ed affrontate.

Nessun paese europeo conosce al proprio interno differenziali territoriali (economici e non solo economici) paragonabili ai nostri. Le dinamiche economiche, le morfologie sociali, gli assetti istituzionali procedono con velocità diverse ed anche in direzioni sempre più divaricate. Sotto certi profili, la crisi seria in cui versa un numero sempre maggiore di aree del Centro Italia riflette la radicalità del processo in atto. Questa dinamica di divaricazione non è invenzione di alcuna forza politica.

Tuttavia quella territoriale è solamente una delle dinamiche divaricanti che spingono il paese verso la frammentazione. Altrettanto radicale è la divaricazione tra generazioni con una continua sottrazione di opportunità a danno dei giovani e della quale il declino demografico è la sintesi più fedele e più dura. Stiamo illudendo i giovani, promettendogli qualsiasi cosa come un diritto, e stiamo derubando i giovani – soprattutto i migliori – privandoli del diritto a giocarsi alla pari i loro talenti. Altrettanto drammatica è la divaricazione tra la qualità di vita di chi lavora in aziende che “stanno” sul mercato e quella di chi vive in nicchie protette, tra chi studia in severe istituzioni educative e chi invece è parcheggiato o accoccolato presso contenitori in cui non si istruisce, non si educa e non si fa ricerca. Il gusto di scoprire studiando con fatica e di costruire lavorando duramente è ormai un raro privilegio. Altrettanto drammatica – più sottile e dunque più tagliente – è la divaricazione crescente tra legge come comando dello stato e diritto come diritto della persona[8]. Potremmo continuare, naturalmente, ma sarebbe superfluo.

Sia chiaro, quando parliamo di Italia non parliamo di simboli o di confini, non parliamo neppure di uno stato, ma di valori divenuti costumi e reti istituzionali (tutte, naturalmente: politiche, giuridiche, familiari, scientifiche, economiche, religiose, ed altro ancora). È tutto questo che è sottoposto a tensioni già straordinarie, a volte negate o addirittura sfruttate.

Queste tensioni non hanno radici recenti, ma di nuovo oggi c’è che quasi tutti i veli con cui quelle tensioni erano state occultate si sono lacerati[9]. Per tutti valga la misura del debito pubblico – parziale, certo, ma non impropria –. Le sue dimensioni e le sue dinamiche sono tali da rendere impraticabili i vecchi trucchi. Come non è più possibile il ricorso all’inflazione così non è più possibile il ricorso al narcotico della spesa pubblica (“malabestia”[10] clientelare, assistenzialistica, e spesso spacciata per solidarietà anche quando destinata a finanziare una impropria intermediazione politica). Se a vietarci i vecchi trucchi è anche qualche vincolo esterno, forse converrà pensarci due volte prima di biasimarlo.

La speranza cristiana non è umano ottimismo, non vive di retorica, non ha paura dei fantasmi, affronta le sfide dell’oggi, di ogni oggi. Così, chi, oggi, in questo paese, ha a cuore il bene comune non si nasconde che la posta in gioco è l’Italia.

Secondo passaggio critico: la domanda necessaria

5. Se quella appena fatta è una affermazione dura, ancora più dura è la domanda che segue, alla quale però non ci siamo mai sottratti sinora.

Se la posta in gioco è l’Italia, ciò che ci dobbiamo chiedere è: serve l’Italia al bene comune?

La domanda è molto dura, ma l’alternativa è un silenzio ipocrita e soprattutto una passiva accettazione dei processi di divaricazione in atto. Noi dobbiamo invece lasciar risuonare una domanda tanto radicale; se serve, dobbiamo lasciare che scandalizzi e che ci scandalizzi. Diversamente non si formerà alcuna determinazione pratica vera e salda. I martiri cattolici dell’unità, dell’indipendenza, della repubblica e della democrazia italiane, quelli del Risorgimento e della Prima Guerra mondiale, i “ribelli per amore” della resistenza alla dittatura fascista, alla occupazione nazista o alla concreta minaccia del totalitarismo comunista, e – più vicino a noi nel tempo – coloro che sono caduti nell’esercizio della propria responsabilità per il bene comune sotto i colpi del terrorismo e della criminalità organizzata hanno affrontato con consapevolezza e con generosità la prova perché nella loro coscienza e attraverso la loro preghiera avevano affrontato questa domanda. Non sono morti senza frutto anche perché non sono morti per caso.

Ora tocca a questa generazione chiedersi se l’Italia serve al bene comune.

La forza della risposta positiva che potremo dare dipende dalla serietà del cammino attraverso cui l’avremo raggiunta.

Ben sappiamo che la risposta non può essere immediata, istintiva, e neppure espressione solo di memorie positive e di buoni sentimenti. Ancor prima di questa domanda, infatti la nostra responsabilità morale deve affrontare da un lato il dovere verso il prossimo (cfr. Lc 10, 36) e dall’altro il dovere per il bene comune globale[11]. Tutto quello che “sta in mezzo”, che come le istituzioni di un Paese sta tra il volto di chi ci è più vicino ed il respiro globale della nostra responsabilità per il bene comune, può avere un valore decisivo, ma richiede una acuta vigilanza.

Inoltre, proprio perché in questo 150° anniversario ci riconosciamo “soci fondatori” anche dell’Italia contemporanea e unitaria, portiamo, noi tutti prima del diritto, il dovere di una tale vigilanza. E se questo dovere impone una domanda difficile, che ormai in pochi si pongono[12], non per questa ragione siamo esentati dall’esercizio di intelligenza e di coraggio che essa richiede.

Orientati dalla nozione di bene comune insegnata dalla Chiesa (che parla di «condizioni …»), la nozione stessa di Italia si precisa, cessa di essere un concetto vago o mitico. Non semplicemente simboli o ricordi, ma valori divenuti costumi ed istituzioni, ovvero reti istituzionali  (famiglia, mercato, democrazia, pubblica amministrazione, tribunali, scuola e università, diocesi e parrocchie, e altro ancora). Senza veli dobbiamo guardare a questi costumi e a queste istituzioni così come sono, con uno sguardo d’amicizia, e dunque anche con lucidità e franchezza, e dobbiamo chiederci: tutto questo serve al bene comune? E se no, oppure solo in parte, dobbiamo chiederci se ci sono realisticamente le condizioni per una serie di azioni di riforma che riportino questi costumi e queste istituzioni ad essere – almeno in una misura accettabile – «condizioni della vita sociale che – producendo e ridistribuendo opportunità – permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente».

A questa domanda non c’è scampo. Tanto meno altri se la pongono nell’unico modo conveniente che è quello del libero dibattito pubblico[13], quanto più dobbiamo farlo noi. E tante comunità ecclesiali in questi due anni l’hanno fatto, con ciò suscitando anche la sincera ammirazione di chi ci guardava “da una certa distanza”. Questa domanda («serve l’Italia al bene comune?») costituisce una parte dell’ordine del giorno di queste giornate di Reggio Calabria.

6. È evidente che questo passaggio è cruciale per la veracità e la qualità del discernimento. Ma quella appena ricordata è solo una delle ragioni. L’importanza di questo secondo passaggio ha almeno un’altra ragione di peso non certo inferiore.

Quando come Chiesa e come cattolici ci chiediamo se e in che misura quell’insieme di costumi e di istituzioni che è l’Italia serve al bene comune, dobbiamo già aver chiarito un punto. Visto qual è l’oggetto (indubbiamente sociale) della domanda che ci poniamo, e visto che lo affrontiamo all’interno di un discernimento ecclesiale, dobbiamo aver chiaro il nesso – spesso confuso, a volte negato – tra “questione antropologica”[14] e questione sociale. E dobbiamo anche aver compreso la ragione per cui proprio in questa fase storica tutte le voci del Magistero ecclesiale insistono in modo speciale sulla importanza di questo nesso (cfr. CV n. 16). O, detto diversamente, dobbiamo aver compreso il significato e le ragioni del forte costante richiamo al primato dell’etica in ogni ambito sociale (politica, economia, scienza, affetti, religione, ecc.).

La delicatezza del punto richiede particolare chiarezza. È decisivo fissare che quello del bene comune non è un principio primo. Infatti, come la Chiesa insegna, esso «deriva» dalla «dignità, unità e uguaglianza di tutte le persone» (CDC n. 164). La dignità della persona umana è un principio di ordine superiore rispetto al bene comune.

Le «condizioni della vita sociale» vanno costruite e giudicate in vista di un fine che è la dignità della persona umana e delle sue relazioni. Dunque, i costumi e le istituzioni non solo sono contingenti, perché del tutto interne al regime ed alla natura che caratterizza quello che s. Agostino chiamava il saeculum[15] (diversamente dalla vita umana che è aperta e già partecipe alla realtà che eccede l’orizzonte del saeculum[16]), ma sono anche relative, ovvero da valutarsi sempre in funzione della capacità che effettivamente dimostrano di servire la dignità della persona umana in condizioni date. Per tanto, ogni volta che un potere o un sistema di poteri si fa assoluto (occultando la propria contingenza) ed autonomo (negando la propria relatività), la dignità della persona umana è messa radicalmente a repentaglio e non c’è più alcuna possibilità di bene comune[17]. Per questa ragione quanto all’ordine sociale i cristiani si rivelano «né anarchici né zeloti»[18] e come i loro fratelli maggiori ebrei restano indisponibili a sacralizzare qualsiasi autorità terrena[19].

Questo non significa in alcun modo che le istituzioni sociali, contingenti e relative, siano prive di valore: esse infatti sono condizioni di una umanità effettivamente vissuta per quanto possibile nel saeculum. Altrimenti non si capirebbe perché Benedetto XVI parli di «via istituzionale alla carità» (CV n. 7): «impegnarsi per il bene comune è prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma (…) di città» (ivi).

Il primato della persona umana e della sua dignità già nel saeculum si distingue dalla contingenza e dalla relatività, e conseguentemente dalla irriducibile pluralità, delle istituzioni sociali nelle quali prende forma (o non prende forma) il bene comune. Per questo il Compendio insegna che «la socialità umana non è uniforme, ma assume molteplici espressioni. Il bene comune dipende, infatti, da un sano pluralismo sociale» (n. 151; cfr. anche DH n. 6); per questo la Caritas in veritate ricorre alla nozione di poliarchia (n. 57) e Benedetto XVI sottolinea che «il bene comune è composto di più beni»[20] di genere diverso e ciascuno frutto di istituzioni specializzate ed insostituibili. Ciò implica che ciascuno di questi ambiti istituzionali (politico, economico, ecc.), ed a maggior ragione il loro insieme, debba essere costantemente riformabile e regolato da poteri limitati, bilanciati, responsabili, come ha ripetuto da ultimo, come meticolosa precisione, Benedetto XVI a Londra circa un mese fa[21]. Di qui l’importanza accordata dal magistero sociale della Chiesa al principio di sussidiarietà, anche in relazione alla nozione di bene comune, e la necessità di una sua declinazione tanto “verticale” quanto “orizzontale”. Di qui l’insistenza sulla nobiltà della politica, ma anche sui suoi limiti e sulla specificità del suo compito[22].

Di qui il senso del primato dell’etica in ogni ambito sociale: nessuna dinamica istituzionale può pretendere una auto-nomia assoluta, né l’esercizio di alcun potere può sottrarsi a specifiche forme di responsabilità ed ad un efficace regime di imputabilità. Ecco perché dignità della vita, famiglia, libertà educativa e libertà religiosa possono essere detti «valori primi e costitutivi della società. Beni che sono il fondamento che garantisce ogni altro necessario valore, declinato sul versante della giustizia e della solidarietà sociale»[23]. Perché il bene comune ha come fine la dignità che la persona con la vita acquista per sempre ed il cui godimento è un diritto  (GE nn. 1-2) cui corrisponde un dovere della famiglia e poi di altre istituzioni educative. Ecco perché famiglia e Chiesa[24] vanno riconosciute come istituzioni pubbliche titolari di un contributo essenziale ed insostituibile al bene comune: già con la sola loro presenza nello spazio pubblico esse impediscono che questo sia preda del monopolio di qualsiasi altro potere, ad esempio della politica nella forma ab-soluta di stato. Ancora per questo, come la Chiesa insegna e come alcune storie costituzionali testimoniano, la libertà religiosa (“non imporre, non impedire”, cfr. DH n. 6[25]) si rivela e non solo teoreticamente la pietra angolare di ogni diritto e di ogni libertà.

Ecco perché è cruciale, e per nulla alternativo ad uno schietto realismo né ad un saggio pragmatismo[26], che sia una chiara gerarchia di principi a guidarci quando ci poniamo la dura domanda: «serve l’Italia al bene comune?».

Terzo passaggio critico: la risposta provvisoria

7. Abbiamo ricordato come nel corso del discernimento sia emerso che in questo momento la posta in gioco è l’Italia e che siamo di conseguenza costretti a chiederci quale sia la capacità di bene comune di quelle reti di costumi e di istituzioni per cui usiamo il nome di Italia. Tuttavia sappiamo bene che il nostro discernimento non si è limitato a questo ed un terzo passaggio cruciale va ricordato.

Il documento preparatorio testimonia che alla domanda appena ricordata una risposta è stata data, per quanto provvisoria e affidata in questa forma al confronto di queste giornate di Reggio Calabria.

Alla domanda se l’Italia serve o può servire al bene comune l’agenda fornisce una risposta, ed è senz’altro opportuno che il significato di questa risposta sia chiaro perché il confronto sia utile.

Alla domanda se l’Italia serve o può servire ancora al bene comune, l’agenda, per quanto provvisoria ed aperta, fornisce una risposta positiva.

L’agenda è chiaramente un “sì”, ma un “sì a certe condizioni”.

L’agenda che mettiamo in discussione significa che l’Italia può servire al bene comune, e allo stesso tempo significa che, così come sono e soprattutto in alcuni casi, costumi e reti istituzionali del nostro Paese servono sempre meno al bene comune. Per servirci di un esempio sommario cui siamo già ricorsi, quello del debito pubblico e di una parte notevole della spesa pubblica che lo alimenta, ci tocca dire che, così com’è oggi, quel debito pubblico è insostenibile e sempre meno serve al bene comune: priva le aree dinamiche del paese di risorse costruite con fatica e le riversa massimamente a vantaggio di ceti privilegiati e garantiti, spesso con l’effetto di finanziare una impropria intermediazione politica che sottrae sviluppo alle aree deboli del paese invece di produrne[27].

La agenda che è in discussione dice in un duplice modo le condizioni alle quali l’Italia può servire al bene comune: un modo sintetico ed uno analitico.

8. «Il Paese deve tornare a crescere, perché questa è la condizione fondamentale per una giustizia che migliori le condizioni del nostro Mezzogiorno, dei giovani senza garanzie, delle famiglie monoreddito (…)». In queste parole di meno di un anno fa del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana[28] c’è una buona sintesi della condizione alla quale l’Italia può corrispondere all’istanza del bene comune. Queste parole ben esprimono quanto largamente è emerso dal discernimento e nello stesso tempo trovano ulteriore conforto in voci autorevoli: quelle di tante parti sociali, in quella del Governatore della Banca d’Italia, in quella del Presidente della Repubblica.

Naturalmente non si tratta di crescita solo economica, ma non possiamo nasconderci che, in questo momento, per corrispondere alle esigenze del bene comune, la dimensione propriamente economica è tra quelle primarie della crescita che dovrebbe riprendere.

Non solo la crescita serve all’Italia, ma anche l’inverso, l’Italia serve alla crescita. La nostra collocazione tra le società a modernizzazione avanzata ci sottopone alla sfida per tanti versi giusta e salutare di molti ex paesi sottosviluppati che hanno saputo cogliere le opportunità della globalizzazione. Ciò preclude la possibilità di tornare a crescere, come in tanti casi negli anni ’50 e ’60, per il semplice cumularsi di comportamenti individuali. Oggi ci è possibile solo una crescita molto più sofisticata, una crescita di cui sono capaci solo sistemi sofisticati, una crescita che non ha certo bisogno di dirigismo, ma di sinergie e di produttività, di cooperazione e di competitività. Per questo possiamo crescere solo come Paese. Persino le aree più forti, quelle che comunque ce la farebbero a rimanere agganciate a processi di crescita globale, da sole non coglierebbero quelle opportunità che invece sono alla loro portata se restassero aree leader di un sistema-paese delle dimensioni del nostro. Occorre esser chiari, porre all’intero Paese la questione della crescita non significa coltivare alcuna nostalgia autarchica. Lo spazio della crescita, economica e non solo economica, è ormai solo lo spazio globale. Il punto è che le chances di successo dipendono (non solo ma) anche dalle dimensioni, dallo spessore, dalla intensità delle reti locali in cui hanno radici i soggetti che provano a divenire global player, senza dimenticare che i punti di condensazione di queste reti non sono né regioni né macroregioni, ma città, o meglio aree metropolitane.

In questa prospettiva si comprendente facilmente perché il Sud è questione nazionale. Il nostro futuro e la crescita di cui saremo capaci non saranno gli stessi con e senza Mezzogiorno. Ciò chiarito, eliminare ogni indulgenza ed ogni complicità è il miglior servizio che al Sud può essere reso dal resto del paese.

9. Il “sì a certe condizioni” con cui l’agenda risponde alla domanda se l’Italia serve al bene comune può essere presentato in modo più analitico. Questo “sì” a certe condizioni ha anche la forma delle dodici domande presenti nell’agenda.

In questi termini più analitici il “sì a certe condizioni” si precisa, quanto ai contenuti e quanto alla sua essenziale determinazione temporale (non si dimentichi che ciò che cercavano non era una lista completa, e dunque atemporale, ma una lista breve, fatta da problemi cruciali dai quali fosse realisticamente possibile cominciare). In estrema sintesi, la risposta che va in discussione è che possiamo tornare a crescere se liberiamo le energie dell’intraprendere, se diamo maggiore sostegno e legittimazione ad alcune autorità educative, se coinvolgiamo in un patto di responsabilità quegli immigrati che accettano doveri e diritti, se ridiamo spazio alla mobilità sociale restituendo opportunità ai giovani, se completiamo la transizione verso istituzioni politiche più adeguate ad una democrazia competitiva e governante – una transizione aperta da oltre trent’anni ma che da trent’anni vede invitta la resistenza di ceti organici ad assetti vecchi ed inadeguati –.

Nei termini delle dodici domande contenute nel cuore dell’agenda il “sì a certe condizioni” si fa però anche più concreto, perché quelle domande indicano lo spazio di alternative realistiche in funzione del bene comune solo grazie alla forza ed alla azione di soggetti reali. Molti imprenditori, manager e lavoratori, professionisti, famiglie, docenti, nuove presenze, giovani, rappresentanti di pubbliche amministrazioni, spesso profondamente inseriti nelle comunità ecclesiali, sono disposti ad affrontare sfide difficili, molto difficili, ma ancora non impossibili.

Infine, i «come …?» delle dodici questioni dell’agenda ci richiamano la selettività della prospettiva del bene comune ed in generale dell’insegnamento sociale della Chiesa: infatti, il discernimento è vero solo se sa anche discriminare. Pigliamo il caso del federalismo, riforma: «delicata sotto diversi profili, anche perché irreversibile»[29]. La coerenza che chiediamo a questa riforma è misurata innanzitutto da criteri derivanti dal principio di sussidiarietà in tutta la sua portata “verticale” ed “orizzontale”. A queste condizioni, il federalismo non è il problema, ma la soluzione (anche a tanti abusi ed a tanta cattiva amministrazione). La prospettiva del bene comune ci consente di non scambiare per solidarietà gli automatismi di una spesa pubblica improduttiva e clientelare, e ci consente anche di non prendere per federalismo la moltiplicazione di microstatalismi: non c’è federalismo senza accorciamento della catena tra chi preleva e chi spende denaro pubblico, senza trasparenza e responsabilità delle politiche perequative, senza liberalizzazioni, senza abbandono del controllo di comuni,  province e regioni sulle troppe aziende pubbliche e semipubbliche, senza welfare sussidiario. Certo non confondiamo qualsiasi proposta si appropri del termine “federalismo” con un pensiero come quello di Antonio Rosmini, di Luigi Sturzo o di Roberto Ruffilli. In questo modo i dodici «come …?» della agenda ci introducono nell’ideale angolo acuto del pluralismo legittimo[30]. Nello spazio non infinito di questo angolo acuto il legittimo pluralismo (nella Chiesa, ma analogamente nelle democrazie mature) consente una competizione feconda tra riformismi diversi, ma egualmente moderati ed egualmente impegnati per il bene comune. Ciò che sta al di fuori di questo angolo acuto non serve. È nell’angolo acuto del pluralismo legittimo che si trova a proprio agio quel laicato che – riprendendo John H. Newman – Benedetto XVI ha definito: «non arrogante, non precipitoso nei discorsi, non polemico», composto di «uomini – e donne – che conoscono la propria religione, (…) che sanno cosa credono e cosa non credono»[31].

Un breve riepilogo

10. Insomma, se oggi ci permettiamo di mettere in discussione una agenda di speranza per il futuro del Paese, facendo battere l’accento su oggi e su speranza, e poi anche su futuro, è perché non ci siamo sottratti al dovere di dirci le cose come stanno e di guardarle in faccia: di dirci qual è la posta in gioco, di chiederci se l’Italia può servire al bene comune, di mettere a fuoco poche questioni: realistiche, precise, cruciali, prioritarie, non con la pretesa che siano conclusive, ma, al contrario, con la ragionevole convinzione che siano quelle da cui è possibile cominciare e, se serve, ri-cominciare.

In questa prospettiva e con questo spirito è opportuno aggiungere due notazioni allo scopo di dar conto di elementi costantemente emersi durante il discernimento.

Prima notazione: il valore dell’Italia

11. Se l’Italia è la posta in gioco, e se non ci si affida alla retorica della nostalgia o delle emozioni, è allora più che mai necessario aver presente il valore della posta in gioco. Dobbiamo chiederci: cosa va perso se si perde l’Italia?

Alcuni dei più acuti osservatori, soprattutto in questi ultimi mesi, hanno ricordato che un popolo esiste solo se ha il senso della propria missione. Il linguaggio e le metafore possono piacere o meno, ma più o meno correttamente rimandano allo stesso interrogativo: «cosa si perde se si perde l’Italia?»

In fondo, con questa domanda, emergono altri aspetti di quel nesso tra Italia e bene comune con il quale ci siamo già dovuti misurare. Senza alcuna pretesa di esaustività è opportuno richiamare almeno alcuni degli elementi di valore che con l’Italia andrebbero persi. Farò appena tre brevissimi esempi.

Nello spazio dell’Europa continentale, l’Italia è una delle poche anche se fragili eccezioni al modello delle state societies (delle società di fatto e di diritto del tutto assorbite dallo stato). Da un punto di vista giuridico lo testimonia la prima parte della nostra Costituzione[32], il suo articolo 2, non ultimo, il suo articolo 7, ed altri ancora. Ma la medesima realtà appare anche ad uno sguardo storico-politico di lungo periodo[33]. Oggi, nel mezzo di una crisi profonda e non solo economica, con settori politici predominanti guidati da progetti neostatalisti, l’Unione Europea seppur a fatica ancora conserva un profilo diverso da quello di un super stato. Questo profilo le fu impresso fin dal suo nucleo iniziale, la C.E.C.A. e – potenzialmente – la C.E.D., con il determinante concorso italiano[34] e di grandi cattolici italiani come Alcide De Gasperi. Anche la minaccia di quelle tendenze neostataliste spiega la speciale insistenza del Magistero sul nesso tra “questione antropologica” e questione sociale, e ci rendono sensibili al valore di modelli di governance poliarchici (CV 57)[35]. Cosa avverrebbe se l’Italia non potesse più sostenere quelle ragioni che sostenne agli inizi, come di recente si è a volte già verificato?[36]

Dagli albori del Medioevo la sponda settentrionale del Mediterraneo, da Gibilterra a Jaffa, è stato terreno di incerto confine per la civiltà euro-atlantica, culla delle “società aperte”. Sarebbe grave non avere coscienza del valore geopolitico letteralmente eccezionale di una penisola italiana unita, indipendente, repubblicana, democratica, protagonista della comunità euro-atlantica, economicamente forte, e delle opportunità che questo offre ad altre aree della sponda Nord (come i Balcani) e di quella meridionale del Mediterraneo (ed a tutto il continente africano), nonché al Vicino e Medio Oriente e soprattutto a quelle comunità che vi ricercano la loro strada verso un assetto da “società aperta”: Israele innanzitutto, e poi il Libano, la Turchia ed altre ancora impegnate nel cammino verso la libertà religiosa e la democrazia. L’Europa rischia ai bordi (Cipro, Grecia, Turchia, Medioriente, ecc.)[37] ed ai bordi si è manifestata capace di generare una fortissima spinta attrattiva e dunque di espansione del modello di “società aperta”. L’Italia, come oggetto e come soggetto, è stata un tassello virtuoso cruciale di questo disegno. Anche in questo caso, non dovrebbe essere difficile intuire cosa si perde se avviene che nord e sud di questa penisola non ce la fanno a proseguire insieme sulla strada intrapresa.

Se oggi, come Chiesa e come cattolici ci battiamo senza riserva per la libertà religiosa ovunque nel mondo è anche perché l’unità d’Italia (con i caratteri che conosciamo, inclusa la recente versione della soluzione concordataria) ha aiutato a dare un significato nuovo e più profondo al principio della libertas ecclesiae; un significato assai diverso da quello che alla libertas ecclesiae veniva attribuito nel ‘400 o anche solo nell’800 e nella prima metà del ‘900. Nelle nuove condizioni, la sede di Pietro e le Chiese ed il “cattolicesimo popolare” della penisola[38] hanno sviluppato un legame molteplice ed intenso. Ciò ha donato alla Chiesa universale qualcosa di nuovo e di prezioso, qualcosa che non poteva maturare nelle condizioni istituzionali preunitarie – come efficacemente confermato dalle recenti parole del Segretario di Stato, card. Bertone, sulla città di Roma capitale d’Italia –, né potrebbe sopravvivere se la frantumazione del paese riducesse la Santa Sede ad una piccola “terra di nessuno” come avviene per prestigiose istituzioni internazionali. Oggi capiamo perché animi e menti come quelle di Antonio Rosmini vedevano nell’impegno della Chiesa e dei cattolici nella causa nazionale l’espletarsi di una doppia missione, una missione civile ed una missione ecclesiale; entrambe di rinnovamento.

Quelli fatti sono appena tre esempi, certo non scelti a caso, ma senz’altro non esaustivi. Essi però sono già sufficienti a richiamare un dato estremamente sensibile. Alla luce della prospettiva esigente e selettiva del bene comune, l’Italia non può essere tenuta insieme ad ogni costo, ma grande è il costo che non solo noi italiani avremo da pagare se si chiude o si perde l’avventura italiana.

Seconda notazione: il peso dei talenti

12. C’è un secondo, delicato, elemento che nel nostro discernimento è stato sempre presente.

L’Italia che abbiamo di fronte è un paese che ormai conosce solo minoranze.

Poco cambia se non è la prima volta che ciò avviene nella nostra storia. Il pensiero va subito allo scenario politico, ma se guardiamo il mondo dell’impresa o quello dell’università troviamo una esasperante prevalenza di “piccole taglie”, e dunque di strategie di corto raggio. Non diversamente avviene in altri settori vitali della nostra società.

Sarebbe grave comprendere i cattolici, o peggio ancora la Chiesa, come una di queste minoranze, foss’anche la più grande. Sarebbe ancor più grave lasciarsi andare ad una demonizzazione generica della varietà, della competizione ed anche – entro certi limiti – del conflitto. Persino quest’ultimo è un modo prezioso e vitale di cooperare, dare ordine, produrre nella società coesione e dinamica vitale, e – come sappiamo – persino alla Chiesa.

Chiesa e cattolicesimo, forti anche di una comprensione “agonistica” della libertà – avrebbe detto Luigi Sturzo –, sanno sviluppare sguardi di sistema[39] e sono in grado di far maturare molteplici processi aggregativi di cui oggi c’è ovunque bisogno, non per generare oppressive compattezze, ma vitali e gagliarde dinamiche di crescita da “società aperta”.

Tra i molti mea culpa che i cattolici italiani debbono fare c’è certo anche quello di non aver percorso con la dovuta tenacia questo sentiero, soprattutto negli ultimi lustri.

Questa stessa considerazione ci mette di fronte all’ennesimo scomodo fatto. A noi cattolici, oggi, in questo paese e non solo a vantaggio di questo paese, sono stati consegnati dei talenti. Non tutti i talenti, ma certo alcuni preziosi talenti.

Non è certo necessario spiegare ad una assemblea come questa cosa significhi per un cristiano riconoscere di aver ricevuto dei talenti, soprattutto se questa scoperta avviene in tempi di crisi profonde ed insieme di grandi novità[40]: in giorni «stupendi e drammatici» avrebbe forse detto ancora una volta Giovanni Battista Montini.

Torniamo per un attimo alle parole della Caritas in veritate. «Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità. Impegnarsi per il bene comune è prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma (…) di città» (n.16). Proprio alla luce di queste parole, noi ci ritroviamo in mano talenti prezioni per quella – è sempre Benedetto XVI che scrive – «via istituzionale alla carità» (ivi): quella che trasforma il vivere sociale in città, secondo una «visione alta della città»[41].

Faremmo un grave errore, in un certo senso riprecipiteremmo al punto di partenza, se col pensiero andassimo immediatamente ed esclusivamente alla azione politica. Nella visione del bene comune, fare del vivere sociale una città è opera non-solo-politica. Solo chiarito questo, altrimenti avremmo parlato invano di bene comune, possiamo con serenità e senza enfasi dirci che certo questo trasformare il vivere sociale in città è opera anche-politica. Il cattolicesimo politico ha un compito ed un valore che non potranno mai essere garantiti dal solo cattolicesimo “sociale”, pena un ritorno alla modestia anche spirituale ed a qualche mediocrità propria del clerico-moderatismo[42]. Ecco allora che ci si dischiude il senso di appelli come quello di alcune settimane fa: «ai cattolici con doti di mente e di cuore diciamo di buttarsi nell’agone, di investire il loro patrimonio di credibilità, per rendere più credibile tutta la politica»[43]. Di fronte a questo invito, pensiamo quale grande riserva di esempio e di ispirazione è per tutti la grande storia – ovviamente irripetibile nelle forme del passato – del cattolicesimo politico italiano. In quale altra grande tradizione popolare italiana[44], ad esempio, si è tanto radicato l’incontro con le istanze del pensiero liberale, democratico e costituzionale di matrice non giacobina?

Questo compito di continua trasformazione del vivere sociale in città, come non è compito solo-politico, così non è compito solo-laicale. Esso coinvolge in primo luogo tutta la Chiesa, come Benedetto XVI ha ricordato proprio in vista di questa Settimana Sociale[45]. Ma certamente, soprattutto in alcuni ambiti e per alcune dimensioni, esso è compito primariamente e soprattutto dei laici. C’è solo da chiedersi se il tanto deprecato individualismo religioso non abbia attenuato quel tirocinio che a tanti laici e tante laiche cattoliche aveva conferito quelle virtù indispensabili all’agire politico che è innanzitutto agire collettivo: fermezza e profondità di coscienza da un lato, dall’altro generosità, intelligenza pratica, realismo, disciplina. Senza di ciò non è facile fare cose insieme, e per il bene comune tante cose possono essere fatte solo insieme: … fermezza e profondità di coscienza, generosità, intelligenza pratica, realismo, disciplina.

Lo sviluppo della presenza nel dibattito pubblico della Chiesa e della sua Gerarchia non possono essere un alibi per il laicato. Quella presenza è essenziale al bene comune di una “società aperta”, la sua crescita sostiene il laicato nell’esercizio delle proprie responsabilità e viceversa. Né un alibi può essere trovato nelle difficoltà del contesto sociale o culturale. Altrimenti, cosa mai avrebbero dovuto fare Mario Fani e Giovanni Acquaderni nel 1867?

Un nuovo riepilogo

13. Richiamati tre dei passaggi cruciali, ad aggiunte due note, è possibile riepilogare.

Quella che ci avviamo a mettere in discussione è una agenda di speranza per il futuro del nostro Paese che con franchezza prende atto (i) che in questa fase è l’Italia stessa, le sue reti di costumi e di istituzioni, ad essere in gioco. Anche con la fatica di tenere a bada i sentimenti, il discernimento entro cui l’agenda ha preso forma ha seguito la prospettiva del bene comune sino a porsi la domanda radicale ed essenziale: (ii) serve l’Italia al bene comune? Nella consapevolezza del valore della posta in gioco e dei talenti che come Chiesa e come cattolici italiani ci riconosciamo affidati, la agenda (iii) contiene una risposta che senza retorica esprime un “sì”, un “sì” legato ad alcune condizioni che realisticamente possono essere còlte e ancora debbono essere còlte. Questo “sì” nasce dall’esperienza che nel tessuto di quei costumi e di quelle istituzioni è ancora attivo un numero adeguato di soggetti che avvertono una responsabilità per il bene comune e dispongono delle energie per corrispondervi.

Resta da dire che la finestra di opportunità che la agenda individua non si protrarrà all’infinito e che dunque i nodi che l’agenda individua vanno affrontati al più presto, e costituiscono una sfida urgente e difficile, molto difficile, dall’esito per nulla scontato. Non possiamo esserne certi, ma non possiamo neppure escludere che il nostro multiforme contributo di cattolici potrebbe essere tra quelli decisivi per completare la molteplice transizione ad una società più “aperta” – maggiormente capace di bene comune – riconosciuta come necessaria per lo meno dalla metà degli anni ’70[46] ma finora infrantasi contro le resistenze di ceti e di interessi legati agli assetti del passato, assetti che hanno già dato quanto di buono potevano dare. Riprendendo le parole di Benedetto XVI a Carpineto Romano: ora che tocca a noi, saremo capaci di contribuire a «valide e durature trasformazioni»[47]? In fondo è su questo che verte l’agenda.

Un ultimo pensiero per concludere.

… non si tratta di un progetto

14. Non è nella categoria di progetto che possiamo cercare il senso del nostro discernimento e neppure di quanto esso può produrre.

La verità del discernimento cristiano, del suo comprendere e del suo scegliere, non è in una ambizione. Al contrario, il suo principio ed il suo fondamento sono in una vita che continuamente riceviamo in dono, sono in un Amore che è per noi dono e per-dono. Il movimento originario del comprendere e dello scegliere cristiani non è la tensione estenuante dell’ambire o quella opprimente del progettare. Il movimento del discernere cristiano è quello che quotidianamente parte e torna a quell’Amore, è il movimento che nell’Eucarestia ha la sua fonte ed il suo culmine (SC n.10).

Che dunque è l’Eucarestia il principio ed il fondamento anche della nostra responsabilità per il bene comune non dovrebbe generare timore o sospetto in alcuno, né remora alcuna in noi. Quell’Amore, infatti, come più di ogni altro Maria di Nazaret ci ha testimoniato, non nega mai la libertà della persona umana[48], ma insegna a riconoscervi un segno della altissima dignità della persona[49]. L’amore generato da quell’Amore può anche divenire agonistico, combattivo, ma non oppressivo.

La verità del discernimento cristiano non è ultimamente nei programmi e nelle azioni che pure deve generare, ma nell’amore da cui si lascia rinnovare. Come ogni operazione spirituale il discernimento è esposto al bivio tra progettualità cinica ed ambiziosa e responsabilità umile[50] e coraggiosa. In ogni oggi noi siamo esposti a questo bivio, perché in ogni oggi siamo chiamati a sperare da chi ci invita ad ascoltare oggi la Sua voce (cfr. Sal 95, 7-8). Ed in ogni oggi la attesa della Gerusalemme Celeste (Ap 21, 1-2) anima quella cura del bene comune che trasforma sempre di nuovo il vivere sociale in città e che non confonde le due città.

La verità del comprendere e dello scegliere cristiani sta nel fatto che adesso (come avrebbe detto don Primo Mazzolari), in ogni adesso non dobbiamo attaccarci ai programmi per cui ci spendiamo, ma alla responsabilità da cui sono nati e che può sempre rinnovarli e stravolgerli. Ecco perché, umilmente – come s. Agostino raccomandava a chi abitava la città dell’uomo da cittadino della città di Dio – con tutta la Chiesa torniamo sempre di nuovo a dire:

donaci occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli;

infondi in noi la luce della tua parola per confortare gli affaticati e gli oppressi:

fa’ che ci impegnamo lealmente al servizio dei poveri e dei sofferenti

(dalla Preghiera Eucaristica V/c).


[1] Conferenza Episcopale Italiana, Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno, n. 9.

[2] Conferenza Episcopale Italiana, Comunicare il Vangelo nel mondo che cambia, n. 50.

[3] Omelia nella concelebrazione eucaristica sul sagrato del santuario di Nostra Signora di Bonora, Domenica, 7 Settembre 2008.

[4] Omelia nella concelebrazione eucaristica, Valle Faul, Domenica, 6 Settembre 2009.

[5] Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 164.

[6] CEI, Consiglio Permanente, Roma, 27 Settembre 2010, Prolusione del Cardinale Presidente, n. 6.

[7] Ivi n. 7.

[8] Nonostante nello spazio giuridico globale si stia affermando la tendenza opposta. Cfr. P. Rossi (a cura di), Fine del diritto?, il Mulino, Bologna, 2009.

[9] Cfr. Documento preparatorio alla 46ª Settimana Sociale, n. 5.

[10] Dall’ultimo discorso in Senato (1959) di don Luigi Sturzo.

[11] Tanto più in un momento come quello odierno in cui:«in una società in via di globalizzazione, il bene comune e l’impegno per esso non possono non assumere le dimensioni dell’intera famiglia umana, vale a dire della comunità dei popoli e delle Nazioni» (CV n. 7).

[12] Si vedano tra gli altri recenti interventi di Ernesto Galli della Loggia, Andrea Riccardi, Piero Ostellino.

[13] Ciò che di recente a Londra Benedetto XVI ha chiamato “national conversation”, cfr. qui note 21 e 24.

[14] O, più precisamente: questione intorno alla ‘persona umana’.

[15] Cfr. La città di Dio, XI, 6.

[16] Cfr. Gs 22; Preziosa la osservazione di G. Colombo sull’influenza ancora inespressa della Octogesima adveniens e poi della Evangeli nuntiandi sul magistero intorno al bene comune proprio in forza del nesso che Paolo VI vi sottolinea tra bene comune e concezione integrale – dunque non chiusa al “soprannaturale” (parola che dice ancora troppo poco come H. de Lubac ha insegnato!) – della condizione umana. Scrive Giuseppe Colombo: «il fine soprannaturale non consente all’uomo di esaurire il suo orizzonte nell’«intramondano». Ma viceversa «relativizza», (nel duplice senso) l’intramondano al fine soprannaturale, riconosciuto come l’unico fine di ogni persona umana, quindi, non solo dei cristiani, ma di tutti gli uomini senza discriminazioni o eccezioni; (…) il fine soprannaturale, non è da intendere come una vetta lontana verso la quale gli uomini arrancano faticosamente, ma è attivamente operante in ogni uomo che nasce in questo mondo, non solo nei cristiani, in quanto comporta per tutti gli uomini, senza eccezione, gli aiuti, le grazie, ma più precisamente «la grazia» necessaria per raggiungerlo» (Il magistero recente: indirizzi e problemi, in G. Ambrosio e aa., La Chiesa e il declino della politica, Glossa, Milano, 1994, pp. 112-113).

[17] «Poiché l’uomo rimane sempre libero e poiché la sua libertà è sempre anche fragile, non esisterà mai in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato. Chi promette il mondo migliore che durerebbe irrevocabilmente per sempre, fa una promessa falsa; egli ignora la libertà umana» (SS n. 24).

[18] Cfr. O. Cullmann, Dio e Cesare, Ave, Roma, 1996; J. Ratzinger, L’unità delle nazioni. Una visione dei Padri della Chiesa, Morcelliana, Brescia, 2009, p. 34.

[19] Cfr. ad es. Est 4, 17d-17e.

[20] Discorso di Benedetto XVI alla Fondazione Centesimus annus Pro Pontifice, 22 Maggio 2010.

[21] «La tradizione parlamentare di questo Paese deve molto al senso istintivo di moderazione presente nella Nazione, al desiderio di raggiungere un giusto equilibrio tra le legittime esigenze del potere dello stato e i diritti di coloro che gli sono soggetti. Se da un lato, nella vostra storia, sono stati compiuti a più riprese dei passi decisivi per porre dei limiti all’esercizio del potere, dall’altro le istituzioni politiche della nazione sono state in grado di evolvere all’interno di un notevole grado di stabilità. In tale processo storico, la Gran Bretagna è emersa come una democrazia pluralista, che attribuisce un grande valore alla libertà di espressione, alla libertà di affiliazione politica e al rispetto dello stato di diritto [«rule of law» nell’originale], con un forte senso dei diritti e doveri dei singoli, e dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. La dottrina sociale cattolica, pur formulata in un linguaggio diverso, ha molto in comune con un tale approccio, se si considera la sua fondamentale preoccupazione per la salvaguardia della dignità di ogni singola persona, creata ad immagine e somiglianza di Dio, e la sua sottolineatura del dovere delle autorità civili di promuovere il bene comune». Benedetto XVI ai rappresentanti politici, diplomatici, accademici, imprenditoriali della società britannica, Westminster Hall – City of Westminster, 17 Settembre 2010.

[22] Cfr. PT n.33, GS n.73, CA nn. 34 e 48.

[23] CEI, Consiglio Permanente, Roma, 27 Settembre 2010, Prolusione del Cardinale Presidente n. 8.

[24] «La religione, in altre parole, per i legislatori non è un problema da risolvere, ma un fattore che contribuisce in modo vitale al dibattito pubblico della nazione (national conversation)», op. cit., cfr. qui nota 21.

[25] Il documento che Benedetto XVI, nel discorso del 22 Dicembre 2005 alla Curia Romana, indica come esempio di rinnovamento nella continuità.

[26] Si veda il «vigoroso invito a rilevare la moralità intrinseca ai processi di innovazione» del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI, Consiglio Permanente, Roma, 27 Settembre 2010, n. 7), alla sapienza condivisibile che nasce da «l’esperienza dal di dentro delle cose» (n. 8).

[27] «Un sano federalismo, a sua volta, rappresenterebbe una sfida per il Mezzogiorno e potrebbe risolversi a suo vantaggio, se riuscisse a stimolare una spinta virtuosa nel bonificare il sistema dei rapporti sociali, soprattutto attraverso l’azione dei governi regionali e municipali, nel rendersi direttamente responsabili della qualità dei servizi erogati ai cittadini, agendo sulla gestione della leva fiscale», Conferenza Episcopale Italiana, Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno, n. 8.

[28] Prolusione alla 60a Assemblea generale dei vescovi, Assisi 9 Novembre 2009, n. 9.

[29] CEI, Consiglio Permanente, Roma, 27 Settembre 2010, Prolusione del Cardinale Presidente, n. 10.

[30] Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, n. 6.

[31] Omelia del Santo Padre Benedetto XVI durante la Santa Messa con beatificazione del venerabile cardinale John Henry Newman, Birmingham, 19 Settembre 2010.

[32] Cfr. G. Dalla Torre, Laïcité et statuts personelles. Le modèle italian, in Durand J.D. (ed.), Quelle Laïcité en Europe, Lahra, Lyon, 202.

[33] À la Rokkan (per lo meno con riferimento al nord della penisola): cfr. J.T.S. Madeley, A Framework for the Comparative Analysis of Church-State Relations in Europe, in id., Church and state in contemporary Europe. The Chimera of neutrality, Frank Cass, London, 2003.

[34] Ma già l’appello ai liberi e forti del 1919 addirittura si apriva con una attenzione al quadro internazionale (ed in particolare con l’adesione al «programma Wilson», a dimostrazione di come già allora fosse ampio il respiro del movimento cattolico italiano.

[35] Si veda ad esempio in EE n. 113 uno sguardo che sembra quasi indicare più lo spazio di un commonwealth (“bene comune”, si potrebbe ben tradurre) europeo, che non quello di uno stato europeo.

[36] Si pensi alla sorte conosciuta dalle questioni relative alle relazioni politica-religione nel corso del dibattito che ha accompagnato la redazione del poi non ratificato Trattato Costituzionale Europeo.

[37] Cfr. Diez T., Albert M., Stetter S., The European Union and Border Conflicts. The Power of Integration and Association, Cambridge University Press, Cambridge, 2008.

[38] Cfr. Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti all’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, 30 Maggio 2005.

[39] Cfr. I cattolici e la politica: da dove ripartire, Editoriale del n. 4/2010 di “Vita e Pensiero”, p. 6.

[40] Non si dimentichi neppure che i tempi di crisi sono anche tempi di drammatico ma anche vitale e positivo rinnovamento. Come spunto riferito anche alla crisi economica in corso cfr. Thriving on adversity, “The Economist” 3.10.2009, p. 80.

[41] S.E. Mons. Giuseppe Betori, omelia nella Solennità della Natività di San Giovanni Battista, patrono della città di Firenze, 24 Giugno 2010.

[42] Non è possibile dimenticare il contributo del cattolicesimo politico alla coscienza ecclesiale ed all’evoluzione stessa del magistero ecclesiale, al suo dialogo con la spiritualità e la teologia. Pensiamo solo al cammino che separa il sentire della Chiesa e dei cattolici rispetto alle istanze costituzionali nel 1848 dalle affermazioni di Pio XII a metà anni ’50 e dalla Dignitatis Humanae. Nel mezzo c’è, tra l’altro, anche una lunga stagione di cattolicesimo politico, non da ultimo italiano.

[43] CEI, Consiglio Permanente, Roma, 27 Settembre 2010, Prolusione del Cardinale Presidente, n. 7.

[44] Si pensi in particolare agli sviluppi di certo “neoguelfismo” come quello di A. Manzoni e A. Rosmini, cfr. ad es. F. Traniello, Religione cattolica e stato nazionale, il Mulino, Bologna, 2007, pp. 69-71.

[45] «Alla Chiesa, infatti, sta a cuore il bene comune, che ci impegna a condividere risorse economiche e intellettuali, morali e spirituali, imparando ad affrontare insieme, in un contesto di reciprocità, i problemi e le sfide del Paese. Questa prospettiva, ampiamente sviluppata nel vostro recente documento su Chiesa e Mezzogiorno, troverà ulteriore approfondimento nella prossima Settimana Sociale dei cattolici italiani, prevista in ottobre a Reggio Calabria, dove, insieme alle forze migliori del laicato cattolico, vi impegnerete a declinare un’agenda di speranza per l’Italia, perché “le esigenze della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili”» (DCE n. 28). Così Bendetto XVI il 27 Maggio 2010 all’Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana.

[46] Ma intuita da L. Sturzo e A. De Gasperi sin dalla metà degli anni ’50.

[47] «è questa la forma di presenza e di azione nel mondo proposta dalla dottrina sociale della Chiesa, che punta sempre alla maturazione delle coscienze quale condizione di valide e durature trasformazioni.» Dall’omelia di Benedetto XVI in occasione della visita a Carpineto Romano, 5 Settembre 2010.

[48] «Lo sviluppo umano integrale suppone la libertà responsabile della persona e dei popoli: nessuna struttura può garantire tale sviluppo al di fuori e al di sopra della responsabilità umana» (CV n. 17; cfr. anche GS n. 17).

[49] Cfr. PT nn.5-9, DH n. 2.

[50] Cfr. Agostino, La città di Dio, XIV, 3, 2.

2 Comments

  1. Carlo Riviello ha detto:

    Un gagliardo, valoroso, riattualizzato “appello ai liberi e forti”, non c’è che dire, bravo, don Luigi da lassù gongolerà.
    e laggiù? l’avranno inteso bene?

    (e con Ornaghi si saranno parlati prima?)

  2. Carlo Riviello ha detto:

    Un gagliardo, valoroso, riattualizzato “appello ai liberi e forti”, non c’è che dire, bravo, don Luigi da lassù gongolerà.
    e laggiù? l’avranno inteso bene?

    (ma con Ornaghi? si saranno parlati prima?)

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