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La Seconda repubblica non c’è mai stata
Nel volume postumo di Scoppola una lettura unitaria del dopoguerra
Il volume postumo di Pietro Scoppola Lezioni sul Novecento curato per Laterza dal suo allievo Umberto Gentiloni è l’ottima trascrizione dell’ultimo corso monografico che il grande studioso ha svolto nel 1995-1996 alla facoltà di scienze politiche dell’università La Sapienza su “Aspetti del dibattito storiografico in Italia nel secondo dopoguerra”. Come scrive Gentiloni, esso offre in poco più di duecento pagine la ricostruzione di una vita democratica che «non ha percorsi precostituiti o approdi rassicuranti, non offre rifugi dalle intemperie o meccanismi di autoconservazione». Scoppola parte dalla grandezza del compromesso costituente tuttora «punto di riferimento», che si muove su «livelli alti» da parte di leadership illuminate. Esse si trovano ad operare dentro una società civile profondamente lacerata da appartenenze separate, dalla mancanza di un senso comune della cittadinanza, che la Guerra Fredda finisce per confermare nella loro profondità per una lunga durata. Un’operazione, quella del compromesso alto, resa possibile dalla scelta di riservare il potere legislativo al governo durante il periodo della Costituente, cosa che consentì dopo la rottura a livello di governo di separare più nettamente la comune opera sulla Costituzione come “zona franca” dalle divisioni contingenti.
La debolezza della separazione della Guerra Fredda era dovuta all’egemonia comunista sulla sinistra, nella contraddizione tra fedeltà alla Costituzione e legame di ferro con l’Urss: la grande capacità pragmatica e lo sguardo ragionato sui vincoli internazionali che dopo la sconfitta del 18 aprile 1948 fa dire a Togliatti in una conversazione con Rodano («Erano i risultati migliori che potevamo ottenere. Va bene così») consente di consolidare tale egemonia sui socialisti e a porre di fatto, nonostante la profonda convinzione sulla «missione » dell’Urss, mai venuta meno, alcune premesse per le «evoluzioni realizzate successivamente». Per un lungo periodo congela però le possibilità di alternanza democratica. La conventio ad excludendum nei confronti del Pci, secondo la ricostruzione di Elia richiamata da Scoppola, non è un complotto immotivato, ma «rispecchia una realtà oggettiva» e soprattutto «l’esito del 18 aprile 1948, paradossalmente, è stato la garanzia, la condizione ultima, perché il Pci potesse svilupparsi all’opposizione e lentamente avviare il percorso per superare quegli stessi elementi di doppiezza che caratterizzavano la sua fisionomia originaria».
Viceversa questa doppiezza non si trova in Alcide de Gasperi, anch’egli al confine tra due mondi: l’ispirazione religiosa dell’azione politica e la laicità dello Stato.
La sua cultura politica cattolico-liberale in anticipo sui tempi del Concilio Vaticano II era tale da rendere tali realtà «non incompatibili tra loro», al di fuori delle tensioni che invece comportavano, in modi diversi, sia da destra l’impostazione pacelliana con la «richiesta di protezione rivolta allo Stato per l’unica religione considerata autentica» sia da sinistra quella del gruppo dossettiano che era alla ricerca del «bene assoluto» senza accettare «il rischio» della limitatezza della politica.
Per lunghi decenni, dopo il fallimento di tentativo istituzionale di superamento dei limiti del sistema con la legge a premio di maggioranza del 1953, che avrebbe probabilmente accelerato l’evoluzione della sinistra, è la logica della «repubblica dei partiti», dell’espansione progressiva del consenso al centro del sistema che crea le premesse per una democrazia in cui sia possibile l’alternanza. Una crescita che Scoppola, al di là di alcuni seri limiti, come alcune degenerazioni assistenzialistiche e centralistiche, o gli elementi di criticità di una forma di governo troppo debole nei confronti delle crescenti esigenze di capacità decisionale dell’esecutivo, vede, a differenza di altri autori che la descrivono unilateralmente tutta quanta come negativa incolpando anche la Costituzione, come complessivamente positiva. Per questo dichiara di preferire l’espressione «prima fase di un’unica stagione repubblicana» all’idea di cesura a cui nel nostro paese sono associate le espressioni “Prima” e “Seconda repubblica”.
La positività di quella crescita non è però per lui nostalgia o contemplazione passiva, si salda con l’idea che dopo, dalla fine degli anni ‘70, l’aggregazione al centro abbia perso definitivamente la sua spinta propulsiva. Così, tra storia e biografia personale, troviamo Scoppola a spiegare la genesi e lo sviluppo del movimento referendario sulla riforma elettorale a partire dall’incapacità comprovata delle forze politiche di trovare una via d’uscita razionale al sistema: l’ultima occasione fu il voto di fiducia per impedire che emergesse una maggioranza parlamentare favorevole all’elezione diretta del sindaco. «La maggioranza, allora rappresentata dal cosiddetto Caf (Craxi, Andreotti, Forlani) considera la conservazione del sistema proporzionale funzionale al mantenimento del proprio potere. È un episodio che evidenzia come la strada delle riforme per via parlamentare sia sostanzialmente chiusa». Da lì la necessità per Scoppola di un «meccanismo maggioritario» in cui culture diverse convivano insieme con «un ridimensionamento delle appartenenze di parte». Ciò era possibile perché quel superamento era maturato nel paese ed era comunque sempre da alimentare perché non risorgessero nuovi steccati: «L’identità comune è fondata sulla base di identità di parte in un rapporto ragionevolmente civile tra loro». Un compito a cui Scoppola ha lavorato sino alla fine come storico e come cittadino.
Stefano Ceccanti

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