Cattolicesimo italiano e questione del partito politico


di Luca Diotallevi

La questione affrontata – quella della posizione del cattolicesimo italiano rispetto al problema del partito politico – ha uno spessore sociale e storico tale da meritare una attenzione che non ha bisogno di essere giustificata con argomenti d’ordine pratico. Si tratta di un caso del rapporto tra matrici religiose e organizzazioni politiche. Non solo con riferimento all’Italia, esso è un tema classico della storiografia, della analisi politologica, e di varie discipline sociologiche. Ciò consente di affermare la natura accademica delle riflessioni che seguono.

Piuttosto, è l’oblìo in cui la questione è caduta negli ultimi venti anni a dover essere giustificato anche alla luce degli effetti – politici e non – cui ha contribuito.

Le riflessioni che seguono sono anche un tentativo di predere sul serio l’auspicio più volte formulato da Benedetto XVI in questi ultimi anni[1] e ripreso anche dal Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Card. Angelo Bagnasco[2]. Queste riflessioni assumono anche alcuni elementi esposti da chi scrive in un intervento ad un seminario organizzato da Retinopera nel Luglio 2007, presso l’abbazia di Vallombrosa, e poi pubblicato da questa rivista[3].

La forma scelta, particolarmente scarna, vorrebbe facilitare il confronto.

I tesi

Non ci sono ragioni né contingenti né di principio per rimettere in discussione la acquisizione[4] di un legittimo pluralismo delle forme e dei contenuti dell’agire politico dei cattolici, operanti nell’ambito delle democrazie occidentali. Naturalmente, agire questo pluralismo resta una possibilità ed un diritto, non una necessità né un dovere. Ciò che tale acquisizione vieta è invocare la fede e la appartenenza ecclesiale a giustificazione esclusiva di una qualsiasi azione politica, quand’anche condivisa dalla totalità dei cattolici.

L’esercizio di un rigoroso discernimento ecclesiale relativo all’agire politico dei cattolici non costituisce un limite, ma una condizione favorevole all’esercizio di quel pluralismo[5].

II tesi

Il principium individuationis della possibilità di un agire politico di cattolici sta nella elaborazione, per quanto minima, di una cultura politica. In questo processo di elaborazione, che riguarda tanto i contenuti quanto le forme e gli strumenti dell’agire politico, la fedeltà all’ispirazione cristiana si manifesta anche attraverso scelte che non possono mai essere presentate come diretta ed univoca derivazione da principi, ma che implicano un esercizio responsabile della libertà precisamente all’interno dello spazio del legittimo pluralismo di cui alla tesi precedente.

III tesi

La recente evoluzione della situazione politica nazionale e globale, e l’evoluzione della complessiva situazione sociale (nazionale e globale, a partire dalla grave crisi economica e finanziaria per tanti aspetti ancora in corso), rafforzano molte delle ragioni per le quali già tre anni fa sembrava meritasse particolare attenzione la eredità culturale e politica del popolarismo sturziano e dei suoi sviluppi[6].

Sul rafforzamento di queste ragioni ha influito positivamente anche l’evoluzione dell’insegnamento sociale della Chiesa cattolica, il quale, a partire dall’approfondimento del concetto di bene comune[7], è giunto a parlare esplicitamente di poliarchia come criterio di governance (CV 57) e persino di bene comune fatto di beni comuni[8].

Chi considera l’agire politico e non solo politico del cattolicesimo italiano può facilmente osservare come, con diversi gradi consapevolezza e di determinazione, sempre più ampia è l’area di quelle esperienze – individuali e collettive – che coglie e pratica la convergenza appena rilevata[9].

IV tesi

In modo del tutto particolare in Italia e nell’Europa continentale emerge una potenziale e positiva competizione tra due visioni della politica e del suo ruolo nella società. Da un lato abbiamo il fronte vasto e forse maggioritario, comprensivo anche dei nostalgici della socialdemocrazia, fatto di coloro che immaginano come necessario ricostituire il primato sociale della politica; dall’altro abbiamo un fronte riformatore impegnato nel pensiero e nella pratica di equilibri sociali e politici post-statuali. I recenti sviluppi del pensiero e della prassi sociale (politica e non solo) del cattolicesimo offrono a questa seconda prospettiva alcuni degli argomenti migliori ed alcuni dei soggetti più vitali. Sia su di un piano teorico che su di un piano pratico, è possibile parlare di un riformismo post-statalistico o poliarchico cui concorre una rilevante ispirazione cristiana (d’ora in avanti “neoriformismo”).

Questa polarizzazione tra visioni è ben rappresentata dalla polarità esistente tra due diverse idee della politica e della sua funzione: nel primo caso la politica resta sovraordinata alle altre funzioni sociali, nel secondo caso essa torna ad essere funzione specifica ma non sovraordinata; nel primo caso il modello statuale resta il riferimento di fondo, non così nel secondo caso. In questo, ben lungi da ogni inclinazione antipolitica, alle istituzioni politiche è riconosciuta una funzione insostituibile, ma specifica e parziale. Questa, come ogni altra funzione sociale, non può ambire al monopolio della cura del bene comune[10].

V tesi

La scelta delle forme della competizione politica e degli strumenti della partecipazione politica ricade nell’ambito del legittimo pluralismo, e – come oggetto – in quello del discernimento; le une e gli altri – strettamente connessi – tutt’altro che tecnicalità irrilevanti.

La non partecipazione politica, la partecipazione politica individuale (tipico è il caso degli eletti come “indipendenti”), la partecipazione politica non individuale ma non organizzata (è il caso di tanti cattolici attivi in questo momento nel Popolo delle libertà o nel Partito democratico), la partecipazione politica per mezzo di una organizzazione politica confessionale, la partecipazione politica per mezzo di una organizzazione politica promossa da cattolici ma non confessionale (tipico il caso del Ppi di Luigi Sturzo ed in diverse circostanze anche della Dc): nessuna di queste forme può essere esclusa a priori dall’ambito del legittimo pluralismo. Allo stesso tempo, però, ciascuna forma di regolazione della competizione politica e ciascuno strumento di partecipazione politica può e deve essere sottoposto ad un discernimento che ne valuti l’efficacia e la adeguatezza rispetto alle condizioni date ed agli scopi.

Questo discernimento non tollera in alcun modo assunzioni acritiche quali quelle che assegnano una aprioristica preferenza a leggi elettorali di tipo proporzionale od al meccanismo delle preferenze, o quelle che non considerano l’esistenza di molte forme di associazione politica individuando invece nel “partito di massa” a funzionariato sostanzialmente professionale e leadership non contendibile come l’unica forma di partito se non addirittura quella ideale.

È dunque necessario interrogarsi sul rapporto tra le istanze politiche neoriformiste e le forme della competizione politica e della partecipazione politica[11].

VI tesi

In questo momento, nella arena politica italiana, una prassi politica neoriformista, orientata da una idea di bene comune quale si è andata chiarendo nella evoluzione di segmenti del movimento cattolico italiano e nei recenti approdi del magistero sociale della Chiesa, necessita, per assumere effettualità, di almeno una organizzazione politica dedicata (di un “partito”) animata da credenti, ma non rivolta solo a questi, né immaginata al solo scopo di rappresentare interessi confessionali.

La portata dell’obiettivo, per un verso, e la efficienza mostrata dalle altre forme di partecipazione politica a disposizione ed effettivamente praticate dai cattolici, per altro verso, sono i dati alla base del giudizio appena espresso, e, ovviamente, privo di qualsiasi pretesa di infallibilità.

In particolare, tanto le forme di partecipazione politica basate sulla cooptazione quanto quelle a vocazione minoritaria (identitarie, settarie, one issue) si rivelano inadeguate all’addestramento ed alla selezione di un personale politico capace di sviluppare con successo l’agonismo democratico, e dunque incapaci di formare un personale politico dotato di una caratteristica non sufficiente ma certamente necessaria.

VII tesi

Non vi è contraddizione tra gli interessi di una organizzazione politica neoriformista e le istituzioni di una democrazia governante e competitiva. In particolare, non vi è contraddizione tra organizzazione politica neoriformista e la logica bipolare caratteristica di questo genere di regime democratico. La logica bipolare, infatti, esalta la possibilità per gli elettori di imputare le responsabilità e, per gli attori della offerta politica, rende vantaggioso competere con gli avversari per la conquista del consenso dei settori riformatori e moderati dell’elettorato. Ciò si verifica perché il bipolarismo impone ai competitori politici una vocazione maggioritaria. Di tale logica bipolare, invece, non fa parte in alcun modo la staticità della composizione dei poli né la staticità delle caratteristiche delle loro leadership, come emerge immediatamente anche da una sommaria ricognizione storica (inclusi gli ormai oltre tre lustri di funzionamento di una legge maggioritaria per la elezione dei sindaci nel nostro Paese).

Al contrario è evidente la contraddizione tra gli interessi di una organizzazione politica neoriformista e le tradizionali strategie centriste finalizzate a costituire rendite di posizione funzionali alla sopravvivenza di un ceto politico trasformista e tendenzialmente irresponsabile.

Appendice alla VII tesi

Non c’è ragione per demonizzare la sinonimia in ragione della quale con “centro” si può intendere tanto il combinarsi di realismo, riformismo, moderazione, ecc., quanto la ricerca di una rendita di posizione da far valere non prima ma dopo il giudizio del corpo elettorale. Semplicemente conviene ribadire che in questa sede è il secondo tipo di “centrismo” ad essere criticato, come dannoso in sé e politicamente alternativo al primo.

VIII tesi

Una idea adeguata della varietà delle forme partito (si pensi al caso delle “correnti virtuose” che animano il Partito democratico ed il Partito repubblicano negli Stati Uniti o attraverso le quali si è affermato il New Labour britannico) consente di comprendere come non vi sia contraddizione tra le ragioni e le funzioni di una organizzazione politica neoriformista e la necessità che a competere in regime bipolare di democrazia governante siano organizzazioni politiche (come i principali partiti statunitensi, britannici o francesi) all’interno delle quali organizzazioni politiche relativamente autonome cooperano, al fine di dar luogo ad uno dei due “poli”, anche quando competono per la selezione dei candidati alle elezioni generali (locali e nazionali).

La cultura del bene comune connette relativizzazione della politica, da un lato, e, dall’altro ovvero nella politica, autonomia e vocazione maggioritaria (e non settaria o minoritaria).

In questo quadro meglio si comprende perché una organizzazione politica come quella che stiamo considerando non deve necessariamente e sin da principio raccogliere neppure tutti i cattolici che in altre forme agiscono politicamente in modo convergente. Tale incontro e tale cooperazione resta possibile anche nello spazio della organizzazione politica maggiore (sul modello dei già ricordati principali partiti statunitensi, britannici o francesi).

Infine, una organizzazione politica del tipo e con gli scopi appena illustrati non può che vedere con favore ed interesse meccanismi (come alcuni tipi di elezioni primarie) che fanno partecipare i cittadini alla selezione dei candidati e dunque anche dei leader di partito.

Naturalmente, una organizzazione politica neoriformista deve ambire alla leadership del “polo” nel cui ambito si colloca: questo obiettivo esige molto sia in termini di dimensioni della organizzazione che lo persegue che di competitività della sua forma e della leadership.

IX tesi

Senza considerare un valore assoluto la unità nazionale, è chiaro che, oggi, in Italia, una organizzazione politica orientata da una versione rinnovata del popolarismo riformista potrebbe anche configurarsi – tra le poche – come una organizzazione politica nazionale (e ciò anche in ragione della sua sensibilità alle ragioni della sussidiarità tanto “verticale” quanto “orizzontale”).

X tesi

Nello scenario politico internazionale, in cui esperienze come il popolarismo conservatore e la socialdemocrazia europeo-continentali si assimilano nella difesa del modello di state society, il popolarismo riformatore potrebbe manifestarsi come una di quelle iniziative che animano un fronte politico post-statalista ancora non composto.

XI tesi

È inimmaginabile che una organizzazione politica come quella qui presa in considerazione possa nascere da iniziative identitarie (magari di stampo confessionale) o da iniziative one issue di qualsiasi contenuto.

Come in alcuni dei casi citati, ma anche come nella tradizione del popolarismo sturziano, l’organizzazione qui considerata può nascere solo da eletti ed élites: ovvero da segmenti di élites politiche e non politiche che assumo gli oneri ed i rischi di una iniziativa politica non sporadica.

XII tesi

La forte innovazione eventualmente costituita dalla formazione di una organizzazione politica come quella appena tratteggiata, impegnata nella formazione e nella guida di una più grande organizzazione politica alternativa ad una organizzazione politica neostatalista, trarrebbe un vantaggio – molto probabilmente decisvo – da eventi capaci di favorire un almeno parziale riallineamento delle preferenze politiche e della collocazione degli attori politici.

Le tensioni già attive in grado di generare una discontinuità della portata richiesta non mancano: dalle tensioni intorno al federalismo a quelle intorno a legge elettorale e forma di governo, da quelle causate dalle dimensioni del debito pubblico a quelle connesse al ritardo di una ripresa della crescita economica.

Tuttavia, il numero delle possibilità non ne determina la probabilità, né questa potrà superare utilmente la soglia critica senza il concorso di una qualche forma di iniziativa politica.

XIII tesi

Stante la attuale sistuazione politica italiana, la iniziativa finalizzata a cogliere ma anche a provocare una discontinuità capace di generare riallineamenti e di polarizzare tra orientamento conservatore neostatalista e orientamento poliarchico neoriformista, non può che prendere le mosse dallo spazio politico di uno dei due principali “poli” e dal punto dell’uno o dell’altro in cui è più elevata la concentrazione della vocazione maggioritaria.

Se la domanda è: da dove lanciare la sfida? La risposta non può certo essere: dal centro. Una risposta del genere contraddice il nesso: poliarchia / poteri politici limitati e responsabili / democrazia governante / bipolarismo.

Né una iniziativa neoriformista può sottostare a mitizzazioni o demonizzazioni vuoi della destra vuoi della sinistra; bensì, questa prospettiva si avvale della funzione ordinatrice della polarizzazione destra vs. sinistra e ne storicizza i contenuti riconoscendoli mai fissati una volta per sempre. Come collocarsi e come ridefinire le alternative è un problema pratico, non ideologico o peggio ancora sentimentale. Una base di indifferenza affettiva a “destra” e “sinistra” è indispensabile alla leadership di una organizzazione politica neoriformista che voglia collocarsi utilmente e far funzionare la dinamica bipolare di una democrazia governante e competitiva adeguata alla funzione della politica in una prospettiva di consolidamento e sviluppo della poliarchia.


[1] Cfr. l’omelia a Nostra Signora di Bonaria, Cagliari, il 7 Settembre 2008 e l’ omelia a Valle Faul, Viterbo, il 6 Settembre 2009.

[2] Cfr. la prolusione al Consiglio Parmanente della CEI il 25 Gennaio 2010.

[3] Cattolici e politica oggi in Italia, in “La Società” 4-5/2007, pp.620-645.

[4] Cfr. da ultimo Congregazione per la  Dottrina della Fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti

l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, ad es. nn.5 e 6.

[5] Presenza pubblica della Chiesa, inclusi gli interventi delle autorità ecclesiastiche, e agire libero e responsabile dei cattolici crescono insieme. Sul punto, di chi scrive, cfr. Democrazia e questione cattolica, in “Paradoxa” 2/2008, pp.23-32.

[6] Per qualche indicazioni su detti sviluppi cfr. Cattolici e politica oggi in Italia, in “La Società” 4-5/2007, pp.633-636

[7] Cfr. Dignitatis Humanae n.6, e poi, soprattutto, la Centesimus annus.

[8] Cfr. Discorso del Santo Padre Benedetto XVI ai partecipanti al convegno promosso dalla Fondazione “Centesimus annus – Pro Pontifice”, Sabato 22 Maggio 2010.

[9] Nel dibattito pubblico degli ultimi mesi si sono manifestati numerosi casi di questo genere di convergenza .

[10] Cfr. ancora ivi nota 7.

[11] L’accento che in questa prospettiva si pone sul valore dei limiti e la imputabilità (responsabilità) dei poteri, e tra questi di  quelli politici, potrebbe giustificare la sua classificazione come forma evoluta di “popolarismo” ed allo stesso tempo  variante di ‘cattolicesimo liberale’, ma risolvere una tale questione non riveste in questo momento particolare urgenza.

15 Comments

  1. Massimo D'Antoni ha detto:

    Tesi interessanti. Mi colpiscono in particolare le tesi III-IV, e vorrei alcuni chiarimenti.
    – Nel brano citato (CV57) ci si limita a parlare di autorità organizzata “in modo sussidiario e poliarchico” senza approfondire minimamente il significato preciso di questo secondo termine; ciò mi sembra lasciare spazio a molte possibili interpretazioni del termine; non mi risulta inoltre che questo termine sia usato altrove nell’enciclica
    – Posto che l’idea che “la politica non è tutto”, che non ha il monopolio del bene comune e che e deve esserci una pluralità di principi ordinatori della società ha tutta la mia simpatia, vorrei sapere in cosa si concretizzerebbe la funzione specifica della politica e in quale rapporto deve porsi ad esempio con la sfera economica.
    Del resto, ho già avuto modo di esprimere la mia perplessità su un punto: non mi pare che in questo momento la contrapposizione rilevante sia l’alternativa descritta (statalismo sì statalismo no); la domanda è semmai se sia ancora legittimo parlare di una possibilità di indirizzo politico, pur nel rispetto della logica del mercato, dello sviluppo economico, ovvero se abbia ancora senso parlare di politica economica.

  2. giuseppe croce ha detto:

    I punti di partenza delle tesi (pluralismo e discernimento, idea poliarchica del bene comune, concezione competitiva della democrazia e delle organizzazioni politiche) sono acquisizioni forse non ancora maggioritarie trai cattolici ma assolutamente ben fondate e definite. Meno chiaro resta il profilo del “riformismo post-statalistico”. Non mi sembra assimilabile a una terza via. Mi chiedo, allora, se non rappresenti, un liberismo rivisto e corretto. Il punto non è interessante per piantare delle bandierine e tanto meno per erigere steccati. Tuttaltro, è importante per far procedere proficuamente la discussione.

  3. Luca Diotallevi ha detto:

    – Poliarchia è semplicemente espressione del più coerente sviluppo tanto “verticale” quanto “orizzontale” del principio di sussidiarietà.
    – Per la dottrina classica della Chiesa funzione della politica ordinaria della politica è la cura dell’ordine pubblica. Naturalmente, cfr. CA, non si escludono supplenze, purché eccezionali e transitorie. L’unico oggetto legittimo di indirizzo politico è la politica, come l’unico oggetto possibile di indirizzo economico è l’economia, e così via.

    • Massimo D'Antoni ha detto:

      Dire che oggetto di indirizzo politico è la politica è una tautologia. Non fa che rinviare ad una definizione di cosa sia politica, cosa sia economia, ecc.
      Quanto al principio di sussidiarietà: la sua applicazione è pienamente compatibile con l’impianto della teoria della finanza pubblica che giustifica l’intervento pubblico a partire dalla nozione di “fallimento del mercato”. Dunque temo che nemmeno questo risponda alla domanda.
      Grazie lo stesso.

  4. Luca Diotallevi ha detto:

    Per Giuseppe: e difatti non è una terza via. Tra socialdemocrazia e liberalismo non c’è terza via. Il socialismo ha perso e non se ne parla più. La partita si sposta dentro il liberalismo (come diceva Dahrendorf, tra liberali di destra e liberali di sinistra).

    • Massimo D'Antoni ha detto:

      socialismo e socialdemocrazia sono due cose molto diverse

      • Luca Diotallevi ha detto:

        Cosa sia socialismo non mi è stato chiaro. Ad es. i regimi che noi chiamavamo comunisti, si definivano socialisti.
        Quanto alla socialdemocrazia (e credo si tratti di un sinonimo di “socialismo europeo”) differisce dal comunismo o socialismo quanto ai mezzi (non spara) e quanto ai fini (primato sociale della politica).

  5. Luca Diotallevi ha detto:

    1. L’ogetto della politica è mantenere l’ordinbe pubblico (nel senso che il concetto ha nella dottrina sociale della Chiesa). Dunque: nessuna tautologia.
    1.b Dire che organizzazioni politiche debbono mantenere il primato sulla funzione della politica non è banale. A volte abbiamo casi di invasione: pensiamo al comunismo come caso in cui organizzazioni politiche tendono al primato sulle dinamiche economiche, o alla teocrazia come casi in cui organizzazioni religiose tendono all’egemonia su dinamiche politiche.
    2. Che significa fallimento del mercato?
    2.b Se noi ci poniamo l’obiettivo di una certa distribuzioni di opportunità – ad ese. con meno sperequazioni possibile (= “sinistra”), allora possiamo ritenere che quasi sempre un mercato sia il modo migliore (rispetto ad altri noti) per raggiungere questo obiettivo, senza con ciò escludere che in determinate circostanze, eccezionali e temporanee (cfr. Centesimus Annus), la politica debba intervenire nel mercato per ottenere quel risultato.
    2.c Una eccessiva sperequazione nella distribuzione di opportunità, infatti, costituisce una seria minaccia all’ordine pubblico. Con questo, infatti, si ha il minimo possibile di circolazione irresponsabile ed illimitata di violenza fisica.

    • Massimo D'Antoni ha detto:

      1. Il problema è che tra politica ed economia c’è sovrapposizione di oggetto, visto che entrambe riguardano la creazione e distribuzione della ricchezza (pertanto, riferirsi all’oggetto per distinguere gli ambiti non funziona). Ciò che cambia tra politica ed economia è semmai il modo in cui intervengono su tale oggetto.
      2. La nozione di fallimento del mercato è centrale nella teoria economica. Si riferisce a quei casi in cui il mercato non garantisce la fornitura efficiente di beni e servizi, e quindi può risultare necessario ricorrere ad un intervento di altre istituzioni (es. lo stato). Che il mercato sia il modo migliore per redistribuire le risorse è la prima volta che lo sento dire. Che l’intervento correttivo sul piano della redistribuzione debba essere solo eccezionale e temporaneo lo sostengono solo le correnti più estreme del liberismo, gli stessi per intenderci che negano il concetto stesso di giustizia sociale; di certo non è una posizione che corrisponde ad una visione liberale più equilibrata (es. J.S.Mill, per dirne uno). Per inciso, l’idea che funzione dello stato sia mantenere l’ordine pubblico corrisponde proprio a queste frange estreme; già Adam Smith ammetteva ben altro ruolo per lo stato.
      Sostenere che questo sia l’insegnamento sociale della chiesa mi sembra una provocazione.

  6. Stefano Ceccanti ha detto:

    La distinzione era stata proposta in Italia, ma quando il psi era succubo del pci, e poi da socialisti spagnoli e greci prima di andare al governo per dirsi più “di sinistra” dei nord-europei prima di andare al governo, ma poi hanno smesso. In raeltà o c’è socialdemocrazia o c’è comunismo, come ha spiegato ratzinger nel 2004
    http://www.dsonline.it/gw/producer/dettaglio.aspx?ID_DOC=24746

  7. Samuele Agostini ha detto:

    interessante la tesi numero II che parla di “CULTURA POLITICA”…I GIOVANI CREDDENTI SONO SEMPRE PIù DISINTERESSATI…colpa della legge elettorale attuale che non permette all’elettore di esprimere una preferenza per un candidato secondo lui valido..ma deve sottostare alla lista proveninete dai vertici del partito e votare con il sistema “o questo partito o quello…punto”..per non parlare del candidato stesso obbligato magari a chiudere un occhio su leggi palesemente anticostituzionali sapendo benissimo che se facesse il contrario dovrebbe prenotare un biglietto aereo da Roma a casa…come può un parlamentare lavorare per il bene comune? come può un giovane cristiano essere soddisfatto della classe che ci governa che sia di destra o di sinistra se in quel partito non c’è nessuno che rappresenti veramente “il cattolico in politica?”..per fortuna che a Padova l’associazione “il cardine” lavora proprio per questo…riunire giovani credenti per valorizzare e rispondere all’appello dei vescovi e del Papa…

  8. giuseppe croce ha detto:

    Luca, tu dici “quasi sempre”. Dal punto di vista della sintesi politica che deve scegliere tra grandi orientamenti, questa affermazione è legittima e condivisibile. Sul piano analitico e pratico non è del tutto risolutiva. Una volta accettato quel “quasi sempre” poi si apre un bel po’ di questioni di grande peso che non è possibile sottovalutare (altrimenti il “quasi sempre” assume un sapore ideologico). Modello europeo e modello americano, per esempio, sono entrambi orientati al mercato eppure il mix di istituzioni e di condizioni di contesto è molto diverso e produce risultati diversi. Il semplice orientamento al mercato non ci aiuta più di tanto a questo livello. La sua traduzione in termini di policies ripropone la necessità di una scelta tra diverse soluzioni che possono implicare diversi gradi e forme di intervento pubblico. Questo è il livello di discussione più utile più che quello dei principi (ed è, mi sembra, proprio quello dell’agenda proposta a Reggio calabria). Come dice Massimo, è difficile liquidare la nozione e il rilievo pratico dei fallimenti del mercato come una casistica eccezionale e temporanea. Né questi riguardano soltanto il profilo dell’equità, poichè si manifestano pesantemente anche sul terreno dell’efficienza!

  9. Luca ha detto:

    1. Sul piano analitico e pratico NULLA è mai risolutivo, e “quasi sempre” testimonia tra l’altro anche il riconoscimento di questa specificità. (Dove hai tratto l’impressione che sottovalutassi lo scarto tra piano della discussione dei grandi orientamenti e piano pratico?)
    (Capisco che la discussione pratica sia più utile, ma se tu mi interroghi sulla “terza via” io ti rispondo su quel livello …)
    2. L’orientamento non è al mercato ma alla distribuzione quanto meno sperequata possibile delle opportunità. “Quasi sempre” il mercato è il mezzo migliore.
    3. Mercato non è alternativo a politica, come libertà religiosa o libertà di ricerca. La politica concorre a far funzionare queste istituzioni societali. Il mercato non è prodotto dell’economia come la libertà religiosa non lo è solo della Chiesa o la libertà di ricerca solo dell’università.
    4. Il punto è quando la politica vuole programmaticamente guidare i risultati del mercato. Allora non vi concorre, ma lo minaccia.
    5. Il modello franco-renano è meno amico del mercato (molto meno) di quello anglo-americano(anch’esso europeo). Perché non si denuncia mai la pretesa illegittima del modello franco-renano di spacciarsi per europeo?

    • giuseppe croce ha detto:

      Ok, ma su un punto non sottoscrivo la tua sintesi (o, come credo, solo il modo in cui la formuli): il mercato è sempre il modo migliore per avere una distribuzione meno sperequata possibile delle opportunità? l’affermazione è troppo astratta per essere utile (che intendiamo per “mercato”, una società di mercato “allo stato puro”? non credo…, e con cosa lo confrontiamo? con una società feudale, di casta, l’unione sovietica)? il confronto utile e realistico è quello tra diversi mix di istituzioni. Il mix può cambiare (e cambia!), ma è comunque necessario per cercare di ottenere buoni risultati in termini di crescita e di distribuzione.

      • Luca ha detto:

        1. Ma io non ho usato l’avverbio “sempre”.
        2. Il mercato non è il fine. Cfr. ultimo punto 2.
        3. Il mercato non è una istituzione solo economica. Cfr. ultimo punto 3.

Leave a Comment