Bilancio del ruinismo- uscito su “Pane e Acqua”


Il ruinismo non può essere affrontato come una parentesi o un complotto

Che bilancio fare del ruinismo, ovvero dell’applicazione del pontificato di Giovanni Paolo II in Italia?

di Stefano Ceccanti

1. Quello che si chiama cattolicesimo democratico, pur nel suo carattere molto variegato, non ha vissuto bene questo periodo e indubbiamente esistono vari e fondati motivi a supporto di un bilancio critico.

2. Ne indico sommariamente tre: un eccessivo restringimento del pluralismo interno all’arcipelago cattolico o, più esattamente della sua visibilità all’esterno; i tentativi di proseguire fuori tempo, dopo la caduta del Muro di Berlino, con una sorta di accanimento terapeutico, l’unità politica dei cattolici, rallentando il contributo dei cattolici all’edificazione del bipolarismo, a cominciare dai tentativi di frenare la spinta verso i referendum elettorali; un approccio spesso difensivo e segnato da una cultura intransigente ai nuovi problemi emergenti su vita, famiglia e bioetica con un uso eccessivo dell’argomento del pendio scivoloso contro qualsiasi ipotesi di mediazioni ragionevoli.

3. Tuttavia a me sembra doveroso che si separino queste critiche da uno schema generale molto difensivo, auto-consolatorio, che finisce spesso con l’accomunare in radicalismo spezzoni dell’area del cattolicesimo democratico a quella proveniente dal dissenso ecclesiale, fermo restando che anche quest’ultima svolge un ruolo significativo di pungolo per il fatto stesso di esistere, indipendentemente dalle posizioni sostenute.

4. Secondo questo schema auto-consolatorio, sembra che Giovanni Paolo II e Ruini (che ne è il fedele interprete ed esecutore) compaiano in un quadro di cattolicesimo molto vitale, che da solo sarebbe stato in grado di affrontare le nuove sfide della Chiesa e del Paese e che lo dirottino su una strada sbagliata, con un continuismo pre-conciliare e un conservatorismo politico di fondo che portino, come esito fatale, a un accordo col berlusconismo politico.

5. Questo schema è sbagliato per varie ragioni di analisi che vado a spiegare brevemente e che comportano conseguenti gravi errori nella prognosi sul che fare. In sintesi, se si considera il ruinismo come una sorta di complotto, è sufficiente pensare e sperare che esso sia una mera parentesi per restaurare quello che c’era prima, il vitale cattolicesimo democratico, anziché doverlo reinventare.

6. Sul piano ecclesiale, ferme restando le osservazioni critiche iniziali, devo dire che a me lo schema dossettiano-alberighiano, continuità-discontinuità tra pre-Concilio e post-Concilio è sempre sembrato forzato, ma anche laddove esso può essere assunto, non è detto che produca esiti scontati. Faccio solo l’esempio di quello che, almeno rispetto ai decenni a ritroso, appare più evidente: la Dichiarazione conciliare “Dignitatis Humanae” sulla libertà religiosa, quella su cui si è fondato lo scisma lefebvriano. Essa piaceva pochissimo proprio a Dossetti perché derivava dall’impostazione americana che svalutava in generale il ruolo dello Stato e piaceva senz’altro, anche per questo, in Concilio al card. Wojtyla e dopo al card. Ruini. Inoltre, se è giusto criticare le concrete soluzioni date ai nuovi problemi emersi su bioetica, vita e famiglia, non si può però sostenere che la centralità dei dilemmi etici posti da quei temi almeno per una lunga fase, finché la crisi economica non ha riportato al centro questioni più “materiali”, sia stata una creazione ideologica o di per sé regressiva.

7. Sul piano politico, poi, nell’approccio largamente prevalente del mondo del cattolicesimo democratico tra il 1989 e il 1994, non c’era alcuna differenza rispetto alle critiche alla fine dell’unità politica dei cattolici che esprimeva il card. Ruini. Le spinte ad evitare un impegno dell’associazionismo cattolico nei referendum elettorali che prefiguravano quell’esito bipolare, non erano meno forti se si passava dalla Cei a principali esponenti ecclesiali del cattolicesimo democratico, con qualche lodevole eccezione. Basti rileggere i commenti della stampa di area, a cominciare da quella dell’Azione Cattolica, dopo il Congresso della Fuci del marzo 1989 che lanciò l’ipotesi referendaria. Si potrebbero anche aggiungere le critiche paradossalmente convergenti di spezzoni del cattolicesimo tradizionalmente ancorati a sinistra che avevano contestato l’unità politica come singoli, quando ancora essa era storicamente motivata, ma non coglievano che solo con un forte incentivo al bipolarismo essa si sarebbe rotta per tutti.

8. Ancora sul piano politico c’è un grave difetto di lettura, quasi che i nuovi equilibri ecclesiali siano struttura e quelli politici sovrastruttura, quando invece è vero il contrario. E’ difficile ignorare che sin dal 1994 (e compreso il 1996 con Prodi) che i cattolici praticanti votano maggioritariamente a destra e non a causa di Ruini, che, caso mai prende atto da subito, dal 1994, del fenomeno che smentisce in quell’anno tutto il suo sforzo (riuscito a livello di vertici, compresi quasi tutti quelli “cattolici democratici”, tranne qualche eccezione nei Cristiano Sociali e nella Rete a sinistra, nel Ccd a destra) di convogliare il mondo cattolico organizzato nel nuovo Ppi. Nel 1994 la maggioranza dei praticanti va a destra nonostante Ruini e per questo non si può pensare che vi sia rimasta dal 1996 a causa di Ruini. Anzi, la questione va capovolta. Siamo sicuri che la maggioranza dei cattolici praticanti, compreso Ruini, nel nuovo quadro bipolare sostengano sempre il centro-destra per una logica inerziale, per schemi astratti, teologici e/o politici, o non anche e soprattutto per le caratteristiche del centrosinistra? Siamo sicuri che la condizione di minoranza strutturale del centrosinistra nei praticanti ancor più che nella società italiana, non siano anche a ritardi culturali nelle concezioni dei servizi pubblici, delle forme nuove post-globalizzazione della creazione dei beni pubblici in un’ottica non statalista? Siamo sicuri che nella contaminazione tra le culture politiche del centrosinistra il cattolicesimo democratico abbia individuato nel proprio passato i filoni stoicamente più fecondi nell’oggi, al di là di quali fossero fecondi ieri? Non dice niente il fatto che il Documento preparatorio per la Settimana Sociale di Reggio Calabria, il primo che da anni torna ad occuparsi in senso pieno di tutti i temi legati a una moderna cultura di Governo citi solo De Gasperi e Luigi Sturzo e nessun altro?

9. Non c’è stato quindi un complotto, e non è da attendersi nessuna parentesi, e non è per questo pensabile nessuna riaggregazione fruttuosa del cattolicesimo democratico su base nostalgica, che prescinda da una lettura articolata dal ruinismo, compreso di ciò che esso ha avuto di più avanzato anche rispetto al tradizionale cattolicesimo democratico, che dovrebbe obbligare quest’ultimo a definirsi, con quella moderna cultura poliarchica a cui richiama la “Caritas in Veritate”, senza la quale esso è destinato a restare minoranza strutturale nella Chiesa e nella politica con grave danno per sé, per la Chiesa e per la politica. D’altronde, nel secondo dopoguerra, De Gasperi (con Montini) non rifece il Ppi, fece la Dc, che era un’altra cosa. Così nel bipolarismo con partiti misti spetta al cattolicesimo democratico ancorato nel centrosinistra aiutare a risolvere il deficit di moderna cultura liberale e non vivere di nostalgie mal riposte, magari sommando i propri ritardi a quelli altrui.

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