Tornare avanti versu sSettimana sociale


“Tornare avanti”: il contrario esatto del documento sulla Settimana sociale dei cattolici

Curiosamente il dibattito sul Documento dei 75 ha fatto dimenticare quello di poco precedente, il documento dei quarantenni bersaniani, alcuni dei quali tra i principali dirigenti del Pd odierno, denominato “Tornare avanti” (http://www.ilpost.it/2010/09/11/tornare-avanti/), forse perché poco coraggiosamente, dopo aver sfornato un testo chiaro e per questo meritorio, questi ultimi hanno rinunciato a discuterne in nome di un’unità intesa come feticcio.
Non si può non vedere che esso, nella sua coerenza interna, rappresenta il contrario esatto non solo del Documento dei 75, su cui le differenze sono già state sondate, ma del documento preparatorio della Settimana sociale dei cattolici (http://www.settimanesociali.it/), pur essendo ovviamente diversa la finalità dei documenti.
Nel primo caso c’è una confluenza di culture stataliste precedenti agli anni’ 80, di tipo neocomunista o Labour pre-blairiano, base per un partito della sinistra tradizionale, non di centrosinistra, e comunque estraneo nell’impianto sia ai filoni della sinistra liberale sia alle acquisizioni del Magistero cattolico almeno dell’ultimo trentennio (non a caso non sono presenti le parole poliarchia e sussidiarietà), nel secondo invece c’è tutto l’impatto del Magistero recente con le sue chiare impostazioni anti-statalistiche, nonché della cultura politica sturziana e degasperiana che con quel Magistero è intrecciata.
Il primo punto di discrimine è la lettura complessiva della crisi e la conseguente terapia per risolverla. Per “Tornare avanti” la crisi consiste nel “primato dell’economia sulla politica, nell’indebolimento degli strumenti nazionali di governo” che si potrebbe quindi risolvere in sostanza spostando terapie stataliste sul piano sovra-nazionale.
Viceversa nel documento delle Settimane Sociali si afferma che: “Caritas in veritate ci sprona con audacia ad affrontare le crisi – anzitutto economiche – che la globalizzazione comporta o comunque si trova ad attraversare senza nostalgia per la sovranità assoluta della politica o per la sua pervasività sociale (“big governement”), ma restando fedeli all’insegnamento del Magistero sociale della Chiesa, per cui l’intervento politico nelle vicende economiche con caratteri di supplenza deve sempre mantenere i caratteri di eccezionalità”.
Difficile trovare due impostazioni così alternative.

Il secondo punto è la leva individuata per il cambiamento che nel primo caso è sostanzialmente il conflitto di classe, sia pure cercando di ricostruirne una mappa aggiornata, mentre nel secondo un nuovo patto sociale che superi la frattura tra garantiti ed esclusi.
L’apice neocomunista (o Old Labour) si coglie in questo passaggio: “Una coerente revisione del patrimonio culturale della sinistra deve dunque ripartire dalla negazione dell’assunto thatcheriano, troppo a lungo accettato anche da noi, secondo cui ‘la società non esiste’, perché ‘esistono solo gli individui’. Feticci completamente disincarnati dalle persone concrete e dai loro problemi reali, materiali e morali, che sono sempre, invece, problemi collettivi. Il Partito democratico dovrebbe avere la forza di affermare l’esatto contrario, e cioè che l’individuo non esiste, senza la società… Solo uscendo dal terreno che le è stato imposto dall’avversario, rifiutando cioè il concetto stesso di una società degli individui, la sinistra potrà ritrovare la sua missione”. Di scarso impatto il tentativo di riequilibrare questa affermazione collettivistica con la giusta affermazione, difficilmente congruente con la precedente, che “il concetto cristiano di persona come nodo di relazioni, pertanto, si dimostra assai più fecondo del concetto liberale di individuo”. Peraltro è esattamente il rilancio della concezione di persona una delle sorgenti dell’impostazione blairiana attraverso il Christian Socialist Movement e in Francia attraverso il filo rosso Proudhon-Mounier-Delors/Rocard contro la “prima sinistra” (socialista statalista e comunista). Ovviamente a ciò si accompagna nel Documento una denuncia del collaborazionismo di classe dei sindacati diversi dalla Cgil, parlando non dell’attuale blocco del sostanziale delle riforme con interventi a spizzico, ma del “tentativo della destra italiana di ridisegnare un nuovo equilibrio economico e giuridico, in forme estreme e classiste, a tutto danno dei lavoratori, con l’inspiegabile aiuto di una parte delle forze sindacali.”
L’impianto resta alternativo all’orizzonte poliarchico del testo delle Settimane sociali, che scrive (e qui merita di essere citato per esteso): “La regolamentazione del mercato del lavoro ha conosciuto in Italia un’evoluzione importante nel corso degli ultimi quindici anni. Tuttavia tale stagione di riforme appare squilibrata e in larga parte incompiuta. Il completamento del disegno riformatore dovrebbe spingere più decisamente il funzionamento del mercato del lavoro nella direzione di una combinazione di flessibilità e sicurezza (flexicurity), necessariamente declinata in funzione delle caratteristiche e dei vincoli specifici del contesto italiano. Questa, ancor meno che in passato, può essere oggi garantita da semplici vincoli legislativi, mentre richiede piuttosto strumenti di sostegno al reddito e di supporto della ricerca del lavoro da parte di chi ne è privo, così come il superamento di ogni tipo di “rendita di posizione” e di irresponsabilità, uniti a una maggiore capacità di realizzare politiche attive a favore dei soggetti in difficoltà nel mercato del lavoro e alla creazione di un equo, trasparente e sostenibile sistema di sussidi di disoccupazione… Se è vero che la regolamentazione del mercato del lavoro assume normalmente la forma di un atto pubblico, è altrettanto evidente che alla sua definizione e attuazione concreta concorrono in varie forme, spesso con procedure a ciò dedicate e in misura sostanziale, anche le parti sociali e le stesse imprese, soprattutto quelle che per dimensione godono di margini di autonomia e iniziativa nella gestione del personale. Possiamo quindi ritenere che in tale ambito spetti al sistema delle relazioni tra le parti la responsabilità di affrontare questi problemi. In questo senso si deve ritenere che la questione presenti un grado rilevante di poliarchia.”

Il terzo discrimine è la lettura della crisi delle istituzioni e della transizione. Nel primo caso si è di fronte a una sorta di riproposizione della “teoria del complotto” contro i partiti popolari, di cui il circuito mediatico-giudiziario avrebbe operato l’azzeramento, in “un intreccio di conservatorismo e sovversivismo che caratterizza da sempre, peraltro, le nostre classi dirigenti economiche, con il loro seguito abituale nel mondo della cultura, tra gli intellettuali in generale e tra i giornalisti in particolare” per cui si tratterebbe di ritornare alle dinamiche parlamentari più tradizionali, quelle italiane, cioè, più correttamente, assemblearistiche, superando “l’ubriacatura referendaria e maggioritaria” e “la subalternità verso l’interpretazione neoconservatrice della storia della Prima Repubblica e delle ragioni alla base della sua crisi (consociativismo, partitocrazia, statalismo, centralismo)” e avendo la consapevolezza che “il superamento del Pci e della Dc..viene teorizzato all’interno di questo quadro concettuale”. Pur con qualche elemento di verità contro le derive giustizialiste e i “ceti medi riflessivi”, è difficile comunque immaginare che i risultati positivi del ventennio trascorso, “la riforma delle pensioni, una breve stagione di liberalizzazioni e soprattutto l’ingresso nell’euro” potessero essere conseguiti con una forma assembleare e peraltro il richiamo positivo alle liberalizzazioni è poco coerente con l’impianto neo-comunista o Old Labour del testo, con la polemica contro il “liberalismo antidemocratico”.
Il Documento della Settimana Sociale segnala invece le ragioni che in origine portarono a un modello consensuale-consociativo, ma anche le sue rapide storture (“don Luigi Sturzo, agli inizi degli Anni ’50, poneva in Parlamento i suoi interrogativi e denunciava le “tre malebestie” (assistenzialismo, clientelismo, partitocrazia)” e ricorda il ruolo decisivo dell’associazionismo cattolico nell’avvio della stagione referendaria “Come poche realtà in Italia, la Chiesa ha saputo
interpretare la stagione che si è avviata e i cattolici in molti e diversi modi sono stati protagonisti
dell’avvio della transizione.” Chiara pertanto la lettura per cui i benefici sono stati inferiori alle attese per l’incoerenza delle innovazioni (come lo scambio tra via libera al bipolarismo e gli incentivi ulteriori alla frammentazione dal piano elettorale a quello interno alle istituzioni) e conseguente è la prognosi: “le istituzioni politiche debbono completare il passaggio a un modello più competitivo. Tale passaggio non solo rafforza il radicamento della Costituzione repubblicana, ma ne è, per così dire, l’effetto. Non dobbiamo sbagliare la prospettiva: è l’incertezza del modello così come lo vediamo oggi realizzato a generare continue tensioni per l’equilibrio costituzionale, non il suo auspicabile coerente completamento. La verità è che gli attuali difetti di funzionamento scaturiscono dal mancato completamento del modello. In altre parole, le istituzioni politiche vanno dotate degli accorgimenti appropriati per consolidare il cuore del modello competitivo che chiarisce e rafforza i ruoli del governo, dell’opposizione e dell’elettore.”
Per questo c’è poi da stupirsi se, essendo questo il mood culturale dei giovani dirigenti bersaniani, con responsabilità primarie di dirigenza del partito, tra chi si ispira negli elettori e nei dirigenti a un’impostazione non neocomunista o Old labour, a meno che non voglia fare l’indipendente di sinistra fuori tempo, il dissenso sia forte e diffuso, oltre quello che si vuol far credere?

3 Comments

  1. Alessandro Canelli ha detto:

    Insomma, il PD si avviterebbe identitariamente sul passato anche al livello dei suoi dirigenti più giovani.
    Non mi sorprendo, anche solo avendo sentito la Serracchiani un paio di volte, che non mi pare sia di quella partita, ma che a contenuti programmatici non è certo una novità.
    Ma poi – a parte i presenti – chi li legge questi documenti?
    E perchè confrontare questo documento con quelli delle settimane sociali? almeno lo si confronti con qualcosa che ai “Torniamo all’Avanti”-sti interessi.
    Renzi ha almeno dalla sua che si è fatto eleggere e può fare parlare i fatti, ma tolto lui non vedo molta gioventù PD nè anagrafica nè di pensiero …

  2. Massimo D'Antoni ha detto:

    Ho letto anch’io il “documento dei quarantenni”. Consiglio a chi fosse interessato la lettura diretta, perché secondo me questo pezzo di Stefano ne fornisce un’interpretazione un po’ caricaturale. Ad esempio:
    – riguardo al primo punto: il riscoperto ruolo regolatore del pubblico, che ormai ben pochi negano tra gli economisti, anche quelli un tempo liberisti, non è necessariamente “statalismo” (aspetto già discusso ampiamente anche in questo blog);
    – riguardo al secondo punto: ci ho letto più un riferimento al personalismo o alla (modernissima) riscoperta della qualità delle relazioni che al collettivismo, che richiama esperienze passate di cui nel documento non ho trovato alcuna nostalgia;
    – sul terzo punto: è innegabile la distanza tra la tesi del documento e l’idea della democrazia competitiva e bipolare che ha tanti sostenitori in questo blog. Fatico però a pensare che quest’ultima idea rappresenti il magistero sociale della chiesa.
    Insomma, quel documento lo si può condividere o no (io lo trovo in parte condivisibile), ma mi sembra inesatto, sebbene molto efficace sul piano retorico, definirlo “old-labour” o “neocomunista”.

  3. Alessandro Canelli ha detto:

    Quanto poi alla dottrina sociale – ma quanti la confondono con la socialdemocrazia?
    Vedasi articolo di Roberto Beretta su Vinonuovo.it
    http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=131
    Il che semplificherebbe pure se non fosse per il debito pubblico e gli effetti collaterali indesiderati sulla società – vedi DeRita.

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