Red Torysm and Red Ed


di Giorgio Armillei

Da una parte il Miliband che abbandona il bagaglio ideologico dell’Old Labour, che pensa la sinistra come un concetto relativo al contesto di uno specifico sistema politico e quindi necessariamente mutevole, pur senza perdere di vista la stella polare dell’allargamento delle opportunità per tutti. Dall’altra il Miliband che sembra voler aggiornare l’eredità paterna, quella del Ralph teorico della critica delle società neocapitalistiche, senza dimenticare che siamo nel XXI secolo. I laburisti interessati a massimizzare le possibilità di successo elettorale del partito avrebbero fatto meglio a scegliere il primo. Per vincere occorre infatti conquistare e mantenere una permanente centralità tra gli interessi e le aspettative dell’elettorato. Al contrario radicalizzarsi, scaldando i cuori dei militanti e degli elettori di appartenenza, non produce grandi frutti elettorali. E Cameron sta lavorando con grinta e idee per conquistare questa centralità. Il red torysm rende così elettoralmente inutile la radicalizzazione del Labour. Red Torysm ha la meglio su Red Ed. Ma il Miliband sbagliato ha vinto perché il Labour ha deciso che la pagina dell’ideologia blairite andava chiusa? Non è questa la risposta giusta. La questione cruciale sta altrove, nelle famose regole. E’ il sistema di selezione del leader, combinato con i pregi del sistema elettorale maggioritario con collegio uninominale, a fabbricare l’ideologia del leader non l’ideologia a fabbricare la sua vittoria. In Gran Bretagna il leader Labour è scelto con un sistema ibrido, a metà strada tra due modelli diversi ma al loro interno coerenti, che non somma le qualità dei due modelli e ne ignora contemporaneamente i pregi. Non è scelto dai parlamentari, che hanno l’incentivo a selezionare un leader capace di vincere le elezioni, specie nei collegi marginali, quelli in bilico dai quali dipende il futuro della loro carriera politica. E che quando capiscono che le cose si mettono male per loro possono anche cacciarlo. Non è scelto degli elettori, attraverso il metodo delle primarie aperte con il quale è possibile mobilitare l’elettorato mobile, quello che decide la sorte delle elezioni politiche. E’ scelto con un mix di voto parlamentare, voto degli iscritti (sempre più ideologizzati dell’elettorato) e voto del sindacato (un gruppo di interesse dal nobile passato ma inerzialmente conservatore). Il risultato è inevitabile. Vince il candidato che tende a radicalizzare le posizioni, pur tenendo presente che stiamo parlando di un ministro del governo Brown e di un quarantenne dell’era Blair. Una lezione per il PD. Difficile non capirla.

1 Comment

  1. Massimiliano Bardani ha detto:

    Il riferimento al PD mi sembra completamente fuori luogo.
    Sarebbe come chiedere ad un antropofago della Nuova Guinea di prendere lezioni di bon ton da Monsignor Della Casa…

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