La spiegazione più organica del documento dei 75 ed altro ancora..


XII Assemblea annuale di LIBERTÀeguale
“DECISIONE E POLITICA DEMOCRATICA”

Conclusioni
di ENRICO MORANDO

Orvieto 17-18-19 settembre 2010
Palazzo del Capitano del Popolo
Piazza del Popolo

Prima di tutto vorrei inviare, tramite Radio Radicale, un saluto a Luciano Cafagna, che questa volta non ha potuto essere ad Orvieto con noi. Qui si è molto parlato di cultura politica del centro-sinistra italiano. Non è allora inutile ricordarci che se anche quest’anno abbiamo potuto dare qualche prova di avere in noi le energie culturali necessarie per capire la nuova realtà e farle corrispondere un progetto di cambiamento che abbia almeno l’ambizione di risultare efficace, ebbene tutto questo avviene perché nei cromosomi di LibertàEguale c’è la battaglia politico-culturale di uomini come Luciano Cafagna, che dal ’56 in poi, in tutti i tornanti veri del dibattito e della lotta politica all’interno del centro-sinistra e della sinistra, si sono collocati in modo da produrre un lascito, il positivo sedimento di un solido orientamento riformista. Questo contributo noi oggi lo possiamo ben utilizzare, augurandoci di poter contare sul pensiero e il consiglio di Cafagna per molti anni ancora. Grazie dunque a Luciano, Presidente di LibertàEguale pnei suoi primi 10 anni di vita.
In secondo luogo, vorrei dire di tre impegni di lavoro di LibertàEguale per il prossimo anno.
Il primo impegno riguarda il fatto che si è riaperto il dibattito sulla funzione stessa e sulla linea politica del Partito Democratico. Con le parole di Petruccioli: il PD è partito “alfa” , che persegue il cambiamento radicale del Paese, perchè dotato della potenza riformatrice necessaria; oppure partito tra i tanti, che persegue quello che Petruccioli ha chiamato “l’adattamento” del Paese alle circostanze nuove? È una battaglia politica decisiva. Il fatto che si sia riaperta formalmente, dentro il PD e fuori dal PD (perché ci sono molti che partecipano e parteciperanno a questa discussione che non fanno parte del PD, e stanno magari in LibertàEguale), richiede che le persone che si raccolgono in LibertàEguale prendano su di sè il compito di una più puntuale progettazione del cambiamento necessario. La nostra risposta è partito “alfa”, ad elevata potenza riformatrice, per continuare con la relazione di Petruccioli, che ringrazio per il contributo di grande qualità.
Progettazione più precisa del cambiamento necessario e possibile. Dobbiamo lavorare a questo obiettivo assumendo che la parola chiave del nostro impegno politico è cambiare e non difendere. C’è una netta alternativa di approccio. L’esperienza politica di questi anni del centro-sinistra e della sinistra italiana dimostra che se non scegli in partenza quale è la tua trincea, fai una confusione tale per cui, alla fine, la destra è modernizzatrice, è per il cambiamento, mentre la sinistra è conservatrice, è per difendere le conquiste della metà degli anni ’70. Perché questo è il punto: la sinistra italiana viene percepita dai cittadini italiani e dalla forze più dinamiche del Paese come una forza conservatrice. Non può funzionare. Lo constatiamo negli orientamenti elettorali dei cittadini.
Sulla base degli interventi che ci sono stati – quello di Chiamparino, quello di Macaluso, per citare i due che con più puntualità ci hanno proposto il tema – dovremmo innanzitutto lavorare sulle nuove regole della contrattazione e della rappresentanza. Un tema sul quale la nostra elaborazione è molto avanzata. È il tema della necessaria rivoluzione delle regole, delle modalità, delle caratteristiche della contrattazione tra le parti sociali. Chi rappresenta legittimamente chi, chi firma legittimamente impegnando tutti su che cosa. Quali i livelli della contrattazione: ancora ossessivamente concentrati nella dimensione nazionale o drasticamente spostati verso il basso, territorio, azienda, settore, filiera che sia. Quale partecipazione dei lavoratori, quali poteri di intervento sulle scelte strategiche della stessa impresa. Obiettivo: avere una contrattazione capace di redistribuire a favore dei lavoratori una quota dei vantaggi derivanti dall’incremento di produttività. Per fare questo seriamente, bisogna che sotto il profilo delle conoscenze, l'”attrezzatura” dei lavoratori – tradotto: delle organizzazioni sindacali – e la capacità di rappresentanza delle organizzazioni sindacali siano all’altezza del compito. Altrimenti, nel conflitto redistributivo, i lavoratori avranno sempre la peggio. Quale sistema di diritti e quale sistema di doveri, conseguente a questa rivoluzione nella contrattazione. Stiamo usando un modello contrattuale che ha esalato l’ultimo respiro, come organismo vivente, nel 1993. Ma continuiamo a pretendere di usare quel modello. Ma ormai c’è chi firma (quasi sempre),chi non firma (quasi mai). Un casino. Come si esce dalla paralisi determinata da un pluralismo sindacale ormai irriducibile ad uno? Non credo che dire che se ne esce con “l’unità sindacale”, ci porti ad un buon esito. Se ne esce dicendo alle parti sociali: il pluralismo sindacale ormai è un fatto. C’è una competizione molto accesa tra di voi. È un dato strutturale. Quindi, o voi in tre mesi vi date regole nuove che scegliete voi; e la politica, le istituzioni prendono atto del vostro accordo. Oppure le nuove regole le stabilisce il Parlamento, perchè un buon sistema di relazioni sociali è fondamentale, sia per “fare” più eguaglianza, sia per “fare” più produttività, per accrescere la capacità competitiva del Paese. Non si può continuare con questa paralisi che dura ormai dal 1993. Allora dicemmo: è l’ultima volta che facciamo un Patto di questo tipo. Non abbiamo più fatto niente di effettivamente diverso. Nel frattempo, la produttività media continua ad abbassarsi, e il modello contrattuale serve per tenere bassi i salari dei lavoratori. Anche nelle imprese più competitive, l’elevata produttività non viene premiata. Io vedo qui un grumo decisivo di problemi. Per le ragioni che ha richiamato ieri Macaluso. Quindi penso che possiamo dare ordine e sistematicità al lavoro che abbiamo già fatto, con i disegni di legge depositati in parlamento su questo tema. Noi di LibertàEguale dobbiamo in particolare alla intelligenza e alla straordinaria capacità di lavoro di Pietro Ichino la maturità della nostra elaborazione.
La scuola. Si è aperto su questo tema il rischio dei rischi. Riguarda tutte le famiglie italiane, direttamente o indirettamente. Ho già detto del cambiare o difendere, e su come si collocano destra e sinistra. Le persone che cercano di capire, ti incontrano per la strada e ti dicono: tutto sommato, la Gelmini vuole cambiare qualcosa; voi non volete cambiare niente, e quando avete governato non avete cambiato niente. Per questo è decisivo darci una nuova idea di scuola. Il punto di riferimento è: guardare prioritariamente agli interessi del paese e dei giovani che la frequentano, la scuola. Non riorganizzarla in funzione dei pur legittimi interessi di quelli che ci lavorano. Quelli che ci lavorano sono fondamentali, per ottenere risultati di cambiamento, ma bisogna rovesciare l’approccio tradizionale e partire da autonomia e valutazione. Lo dirò con un esempio. Io sono stato un anno a Napoli, correndo avanti e indietro per circoli, associazioni, manifestazioni pubbliche, e diffusione di volantini. Sono stato anche a Scampia, e ho visto anche la scuola di questo quartiere. A voi sembra sensato che uno che ottiene dei buoni risultati – chè ci sono degli insegnanti che ottengono dei buoni risultati, a Scampia (quei pochi che ci rimangono per qualche anno) – prenda lo stesso stipendio di chi insegna in uno dei quartieri bene delle nostre città? La Fondazione Rodolfo De Benedetti ha fatto uno studio che per me è stato illuminante. Ha studiato un fenomeno banale, cui evidentemente non aveva mai pensato nessuno: il ritmo dei cambiamenti degli insegnanti nelle diverse scuole del Paese, tutte le scuole del Paese, guardando qual è il livello di sviluppo economico, di disuguaglianza, di disoccupazione, di disagio sociale dell’area, su cui insiste la scuola. Nei quartieri bene, quattro quinti delle famiglie che mandano i figli nella scuola corrispondente sono laureati e hanno reddito elevato. Permanenza media degli insegnanti, 4 anni. Nei quartieri a fortissimo disagio sociale, permanenza degli insegnanti, un anno e mezzo. Continuità didattica, si chiama. Che continuità didattica volete che ci sia in un posto dove ogni anno e mezzo cambiano quasi tutti quelli che il bambino ha di fronte? È là che bisogna differenziare; bisogna che il salario di chi fa bene nella realtà più difficile sia diverso, più alto. In caso contrario, saranno solo tante buone parole. Non cambieremo mai nulla. Perchè, per dirla con gli economisti che hanno parlato nella prima giornata dei nostri lavori, bisogna radicalmente cambiare il sistema degli incentivi. L’attuale sistema degli incentivi spinge nella direzione sbagliata. Cioè a comportamenti che non sono quelli di interesse della comunità e dei singoli, specie i più deboli.
L’altro tema è quello della riduzione della spesa pubblica. Se non abbiamo un progetto puntuale di riduzione, riqualificazione e misurazione dell’efficacia della spesa pubblica, ufficio per ufficio, punto per punto, non siamo credibili quando proponiamo la riduzione della pressione fiscale sul lavoro. Sono capaci tutti di dire “bisogna ridurre le aliquote sui redditi IRPEF medio-bassi”. Ma non ci sono i soldi per farlo, se non si affronta il problema di come si utilizza a fini di eguaglianza e a fini di promozione dello sviluppo quel 52% di Prodotto Interno Lordo che è spesa pubblica. In un contesto nel quale la spesa corrente primaria ha una dinamica, negli ultimi 10 anni, doppia rispetto alla crescita del Prodotto Interno Lordo. C’è stata una crescita molto stentata, negli ultimi 10 anni. Anche prima che la crisi del 2009 provocasse una caduta del 5% del PIL, l’aumento della spesa corrente primaria si è mangiati gli effetti di questa crescita, peraltro molto bassa. Anche sulla spesa pubblica, procederò facendomi aiutare da un esempio. La povera gente, quella di cui noi ci dovremmo occupare, è certo preoccupata di problemi economici, a partire da quello del lavoro, ma continua ad avere paura, molta paura. Dobbiamo andare ad una svolta sulla questione della sicurezza. Il tema cruciale è quello del controllo del territorio. Perché i deboli, quelli che non sanno a sufficienza, non hanno a sufficienza, non hanno relazioni a sufficienza, vivono in un quartiere degradato, vivono spesso nel terrore. E noi ce ne freghiamo, perché noi non viviamo in quello stesso quartiere. Demagogia? Ho sentito io nell’autobus, a Roma, delle signore anziane ringraziare il Governo, parlando tra di loro, perché ha messo quelle camionette di soldati nelle piazze. Dicevano: “almeno si vede qualcuno, sono più tranquilla”. Aveva visto la camionetta. Ci dice qualcosa? Noi dobbiamo proporci di far loro “vedere”, non dei militari che non sarebbero in grado di fare nulla, se succedesse qualcosa di grave, ma del personale in divisa capace di intervenire con puntualità ed efficacia. Ma se manteniamo sei diversi Corpi di polizia, che fanno e pretendono tutti di fare il controllo del territorio, non abbiamo i soldi necessari per realizzare un servizio che funzioni. Bisogna rivoluzionare. Un corpo di polizia (estraiamo a sorte se si chiama Polizia di stato o Carabinieri) per il controllo del territorio e un corpo di polizia federale per la lotta alla grande criminalità. Se guardiamo i telefilm americani – con la polizia municipale e la FBI – sappiamo subito di cosa si parla. Il modello efficace in tutto i mondo è questo. Noi pretendiamo di usare un modello totalmente diverso, col risultato che spendiamo di più e otteniamo di meno. Non può essere così. Il partito “alfa” ad elevata potenza riformatrice è un partito che propone questo cambiamento. Affrontando a viso aperto tutte le resistenze del caso.
Vedo dunque questi tre punti, sui quali lavorare, producendo delle proposte puntuali. Poche pagine che si mettono in circolo. E ci si lavora politicamente, si organizzano forze in funzione dell’obiettivo indicato. Naturalmente, ricercando il dialogo con quelli che non sono d’accordo, o pensano di avere proposte migliori.
Il secondo impegno di lavoro riguarda un tema sul quale credo di non essere d’accordo con quello che ha appena detto Salvati. Penso che il lavoro sul collegio uninominale maggioritario, fatto dal Comitato raccolto attorno a Pietro Ichino, sia un lavoro meritorio nel quale noi – io in ogni caso mi voglio impegnare – dovremmo impegnarci. Intendiamoci. Lo so che domani mattina non succede niente. Ma, in questo Parlamento, non succede niente né su questo né su nessun altro argomento. Viene Berlusconi, dice le sue cinque parole, gli danno la fiducia, poi non fanno niente. Ma, nel Paese, una mobilitazione politico-culturale sul cambiamento di questa legge elettorale va costruita, e noi dobbiamo fare la nostra piccola parte, comune per comune, realtà per realtà. Per dare vita a questa mobilitazione, bisogna risvegliare l’attenzione dell’opinione pubblica su questo punto. Oggi non si intravede, ma potrebbero determinarsi le condizioni di una svolta politica. In quel caso, l’attrezzatura del Paese ad affrontare di nuovo il tema della legge elettorale potrebbe tornare molto utile.
Infine, penso che bisogna riprendere nel paese la battaglia per l’apertura dei mercati chiusi e per le liberalizzazioni. Non vi parlo di nuovo del mercato del gas. Questa volta la prendo dal lato del servizio idrico. Nella accezione corrente, l’acqua è un bene pubblico, al quale tutti hanno diritto di accedere. Nessuno deve essere escluso dall’accesso a questo bene. Ma c’è un problema. In senso tecnico, l’acqua non è un bene pubblico nel senso di essere davvero fruibile da tutti allo stesso modo e nello stesso momento. Perchè? Perchè se io bevo l’acqua, quell’acqua che io ho bevuto non è a disposizione dell’altro; l’ho bevuta io e quello, se non ne ha altra, non beve. Quindi, è un bene pubblico sotto il profilo dell’esigenza di garantire a tutti l’accesso, ma non è un bene pubblico come lo è l’aria. Se ne può dedurre che è giusta la battaglia contro la “privatizzazione” dell’acqua, è sacrosanta, perché se c’è la privatizzazione ci sarà qualcuno escluso e qualcuno incluso nell’accesso. E questo, per definizione, trattandosi di un bene pubblico, è inaccettabile. La caratteristica particolare di questo bene pubblico ci dice però che noi dobbiamo avere una legge che stabilisce che l’acqua è un bene pubblico, e poi definisce un’attenta regolazione di come il servizio idrico viene gestito, in modo tale che non solo sia garantito l’accesso a tutti quelli che ne hanno bisogno (e tutti ne abbiamo bisogno, dell’acqua), ma da garantire anche che le generazioni future riceveranno un patrimonio ambientale integro. Da questo punto di vista, il ruolo essenziale dello Stato, del pubblico, di chi rappresenta gli interessi dei cittadini, è quello della buona regolazione, è quello dell’Autorità pubblica sulla qualità dell’acqua e sull’uguale diritto di accesso. Non è quello della gestione pubblica di un tubo, che deve comunque rimanere di proprietà pubblica. L’Italia ha bisogno di una grande stagione di investimenti nella rete, per un minimo di 60 miliardi di Euro. Attualmente, la perdita media degli acquedotti italiani è elevatissima. Nell’acquedotto entra 100, dai contattori esce 70. Nel Mezzogiorno, entra 100 ed esce 60. Ecco che fine fa un “bene pubblico” mal gestito. Se continuiamo con questo modello di gestione del servizio idrico, stiamo freschi. Per questo, per quel che mi riguarda, penso che si debba rilanciare il dibattito tra gli amministratori, tra i cittadini. Perché è vero: il risultato delle firme presso i cittadini su quei referendum è eccezionale. Ma quei referendum propongono un’identificazione tra regolazione e gestione che obbligherebbe alla gestione pubblica di tutto e di tutti, con il risultato che non si farebbero più investimenti. Per quel che mi riguarda, la risposta alla sollecitazione che è venuta dal Comitato per No a questi referendum, è positiva. La mia adesione personale è garantita, assieme alla disponibilità a lavorare nel Paese per parlare con i cittadini, perchè temo che stiamo costruendo un’altra gabbia per lo sviluppo equilibrato, sia in qualità che in quantità, del Paese.
Vengo ora all’osservazione su LibertàEguale. È stata manifestata la preoccupazione che LibertàEguale diventi lo strumento di questa o quella corrente del Partito Democratico. Questa Associazione, di cui sono molto orgoglioso di essere Presidente, è passata, sicura della sua autonomia, dentro travagli assai più impegnativi di quello di oggi. Con i suoi dirigenti, anche quelli di primo piano, provenienti da partiti diversi ed in competizione tra di loro. O magari impegnati in battaglie congressuali all’interno dello stesso partito, ma difendendo mozioni opposte. LibertàEguale è passata attraverso queste battaglie con una riconferma della sua autonomia di visione politico-culturale. Non la perderemo adesso che le cose si sono fatte, non so se dire per fortuna o purtroppo, più semplici. E questo perché applichiamo pacificamente il principio che Parisi ieri ha rivendicato, sacrosantamente, per tutti, nel PD e non solo, richiamando Bobbio: la democrazia è trattare in pubblico le cose pubbliche. Anche il confronto che abbiamo avuto qui in questi tre giorni è figlio di questo principio. Noi non ci identificheremo in nessuna corrente, non perché non partecipiamo alla battaglia politica; non perché non diciamo la nostra su tutto quello che è in campo, ma perché lo facciamo avendo la capacità, sempre, di discutere pubblicamente di cose che hanno rilievo pubblico. Quella frase di Bobbio è tratta dal libro in cui sottolinea che nel potere c’è sempre una zona di arcana imperii; poi Bobbio aggiunge: la democrazia è il sistema nel quale la dimensione dell’arcana è più piccola. Non è che scompaia. Anche in democrazia c’è una dimensione di arcana. Anche in LibertàEguale, a volte, il Presidente decide all’insaputa degli altri. Ma, mediamente, usiamo l’altro metodo, quello che funziona. Noi di LibertàEguale, dunque, parteciperemo e ci metteremo in mezzo a tutte le battaglie politiche, culturali, programmatiche che ci verranno proposte, ma non organizzeremo conte sulle persone. Non ne abbiamo organizzate nemmeno quando le “persone” che dirigono LibertàEguale erano impegnate in dure battaglie politiche interne al partito di appartenenza. Più di così, non so cosa dobbiamo fare, per meritarci un pò di considerazione sopra il fatto che la nostra autonomia è quella che è.
Il mio amico Dodo Battaglia, invitato a venire ad Orvieto, mi ha scritto una lettera, di cui voglio leggervi un breve passo. …. l’obiettivo principale è lo spostamento politico di Bersani. Uno spostamento che potrà cominciare, penso, soltanto all’ultimo momento: quando l’emergenza lo farà apparire non una scelta ma una necessità”. Ringrazio Battaglia e gli rinnovo l’invito a partecipare ai nostri lavori, il prossimo anno. Non voglio entrare in questioni troppo interne alla vita e al dibattito del PD. Uso però la lettera di Battaglia per affrontare il tema del rapporto tra emergenza e riformismo. Petruccioli, nella sua Relazione, ci ha detto che il riformismo è scelta trasparente e responsabile tra alternative realistiche, ed ha bisogno come dell’aria da respirare del fatto che non si sia sempre dentro la logica emergenziale. “Non è il momento; ne discuteremo quando verrà”. Come “verrà”? Stiamo discutendo di strategia, il momento per discutere di strategia è sempre. Se si discute di strategia alla luce dell’emergenza, in relazione al rapporto tattico con il leader del momento, non si sta parlando di strategia. Si sta facendo un’altra cosa, del tutto legittima. Si sta dentro la gestione tattica di una certa fase. Riformismo è scelta consapevole, trasparentemente motivata, tra alternative entrambe realistiche e ben illustrate. Riformismo non è scegliere tra una cosa assolutamente buona e un’altra che viene presentata come impossibile o catastrofica. Se i riformisti si fanno confinare nel campo delle scelte necessitate, non hanno nessuna possibilità di fare davvero la parte loro. L’emergenza, quando c’è, deve essere affrontata, anche dai riformisti. Ma i riformisti non se ne possono rendere prigionieri.
Quercini ha detto (riassumo schematicamente): “insomma, abbiamo di fronte la riproposizione di ricette vecchie per problemi nuovi”. Come esempio, ha citato il discorso del Lingotto. “Al Lingotto la crisi internazionale e la grande recessione non c’erano state ancora. Ora, invece ci sono state. Come si fa a riproporre le soluzione del Lingotto”? Se ci fermiamo allo specifico del discorso del Lingotto, siamo d’accordo. Mi sembra però che la discussione aperta non si muova esattamente dentro questo ambito limitato. Usando la lezione di Salvati, quella dei suoi articoli, dei suoi libri, la metterei così. C’è stata una lunga fase di egemonia progressista. L’età dell’oro del novecento, quella del keinesismo: piena occupazione, welfare robusto, forte crescita. I presupposti teorici di questa lunga egemonia progressista erano stati individuati prima, ma quando quella teoria si è sposata con una prassi politico- sociale (sindacati, partiti politici socialdemocratici), c’è stato il miracolo del novecento, quella che è stata chiamata “l’età dell’oro”. Forte crescita, maggiore eguaglianza, piena occupazione, sanità, istruzione, previdenza. Qualità e quantità. In questa lunga fase – questo è un punto che considero molto importante – non è che la destra non abbia mai governato. Ha governato, eccome, in molti Paesi, negli Stati Uniti e in Europa. Ma ha governato dentro quel contesto, dentro l’habitat keinesiano. Per far questo, ha cambiato se stessa. La destra non si poteva permettere (ammesso che l’avesse pensato e, per la verità, in quegli stessi anni qualcuno “pensava” l’alternativa) di tradurre in scelte di governo la “visione” neoliberale, perchè, se voleva vincere le elezioni, doveva mantenersi nell’habitat dell’egemonia progressista. A metà degli anni ’70, la svolta. S’impone un’egemonia neoliberale, che era stata “pensata” prima, durante l’egemonia progressista. La svolta si determina utilizzando fattori contingenti (ci vuole un elemento scatenante). Anche in questo caso, la sinistra vince le elezioni e governa, in piena stagione di egemonia neoliberale. Lo fa – pensiamo a Blair – non “tradendo” i suoi valori e gli interessi sociali di riferimento, ma profondamente rivisitando il proprio paradigma, al fine di collocarsi efficacemente dentro l’habitat dell’egemonia neoliberale. Ieri Maran ha ricordato, la famosa frase di Blair: “dobbiamo metterci in contatto con il mondo moderno”. Cosa vuole dire? Mettersi in contatto con il mondo moderno, come diceva Blair al momento della battaglia politica dentro il partito laburista per far prevalere la sua proposta, voleva dire esattamente, tenere conto dell’habitat neoliberale che si era affermato.
Ora, qual’è la novità? La novità è che la grande recessione (in 80 anni non c’è mai stato niente di simile) segna a mio giudizio la fine dell’egemonia neoliberale. La sua crisi è naturalmente cominciata prima, ma ha trovato il fattore scatenante nella grande recessione globale. Qui c’è un’occasione – ne ha parlato Tonini – per i democratici e per i progressisti di tutto il mondo: usare la leva della lotta alla disuguaglianza per costruire un nuovo equilibrio, oltre l’egemonia neoliberale. Uguaglianza come nuova leva per lo sviluppo, in un contesto nel quale libertà d’iniziativa, d’intrapresa economica, sussidiarietà nel rapporto stato-mercato devono comporsi con nuovi livelli di eguaglianza per dar luogo ad uno sviluppo al tempo stesso più intenso e migliore. Anche in questo caso, si tratta di modificare radicalmente il sistema degli incentivi. C’è, a sinistra, chi pensa di usare questa occasione per un semplice ritorno a come eravamo. Vi leggo un passo del documento di alcuni fondamentali dirigenti del PD, in questo momento responsabili dei principali settori di lavoro: la signora Tatcher diceva, e troppo a lungo anche noi abbiamo accettato (fanno finta di esserci anche loro, nel novero, ma in realtà siamo “noi” quelli che hanno accettato) che la società non esiste, perchè esistono solo gli individui. Prosegue il documento: “il PD dovrebbe avere la forza di affermare l’esatto contrario, e cioè che l’individuo non esiste, senza la società. Perchè l’astrazione è l’individuo”. Vedo dalle vostre facce che non ci credete. Ho veramente letto il documento. Lo trovate su internet, non me lo sono inventato io. Rispetto questa posizione, ma chiedo: veramente pensate che si possa riaprire una fase di egemonia delle forze progressiste, su una base statalista, tecnicamente “reazionaria”, come quella esplicitata da questa frase? La destra non starà a guardare, tenterà di riproporsi. Maran ieri ci ha ricordato la piattaforma ideologica di Cameron. È molto interessante, perchè segnala che la destra che avremo di fronte tra qualche anno non sarà la riproposizione del neoliberismo classico. Sarà un’altra cosa. Cameron sta “testando” questa idea della “grande società” che risolve una quota rilevante dei problemi – anche di povertà ed esclusione – attraverso l’impegno sociale e non attraverso l’intervento diretto dello stato. Bisognerebbe essere capaci – ne ha parlato Amoretti – di proporre una nostra idea di sussidiarietà. A me adesso interessa mettere in evidenza che abbiamo in questo momento un’opportunità: è in crisi l’egemonia neoliberale, che dura dalla metà degli anni ’70. Noi progressisti abbiamo una leadership “globale” che la destra non ha. Obama può sbagliare molto. E certo ha già sbagliato più di qualcosa. Ma Obama è oggi l’unico leader globale, ed è progressista. La destra in questo momento non ha leadership globale. Penso che questo sia un punto di forza particolarmente rilevante, per la battaglia che dobbiamo intraprendere. Obama si muove ispirato da “realismo visionario”. Le scelte che sta facendo sono ovviamente discutibili, ma tutte coerenti con questa ispirazione. Va al Congresso e cerca un compromesso sulla sanità, ma vuole la riforma sanitaria, cioè la svolta epocale. Rischia la pelle (spero solo in senso politico), ma vuole a tutti i costi riaprire le trattative di pace in Medioriente. Tutti quelli di Wall Street che gli hanno dato soldi per la campagna elettorale stanno finanziando spot pubblicitari a raffica contro di lui, ma vuole e ottiene una nuova regolazione dei mercati finanziari. Questo è il “realismo visionario” di un grande progressista. Ecco perchè dico che noi abbiamo in questo momento un riferimento e una leadership forte. Non ha dunque senso, in questa situazione, dire che non abbiamo identità. Se lo facciamo, è perché pensiamo che l’unica identità possibile sia quella del passato. Vogliamo e dobbiamo invece partecipare da democratici italiani alla costruzione dell’identità globale dei progressisti? Penso che l’occasione sia formidabile. Non per “tornare avanti”, come prescrive il documento già citato. Provate un pò a “tornare avanti”, fisicamente. È come se “batteste il passo”: rimanete sulla stessa piastrella. Ma, con i vecchi paradigmi, usciamo dalla realtà del conflitto culturale, sociale e politico contemporaneo. Questo è dunque il nostro compito: alla luce di principi saldi e di esperienze politiche che cominciano ad essere altrettanto solide, progettare un nuovo equilibrio globale, aprendo una nuova stagione di egemonia progressista. È difficile? Certo, ma la situazione è aperta e nemmeno la destra ha soluzioni pronte. La “terza via” degli anni ’90 non è una buona ricetta, per l’oggi. Ma a sinistra c’è qualcuno che pensa che dobbiamo ritornare alla metà degli anni ’70. Teniamone conto.
Vengo al dibattito di questi giorni. Petruccioli, al termine della sua relazione, ci ha esposto la sua opinione sul Documento dei 75 parlamentari del PD. Vorrei a mia volta, e con lo stesso spirito, dire la mia. Se la priorità è usare la crisi che si è aperta nel centro-destra per “liberare il Paese da Berlusconi”, quel Documento non contiene una proposta puntuale per la gestione tattica di questa crisi. Lusi ha aggiunto che non c’è un’idea sulle alleanze politiche utili a questo scopo. Sono critiche fondate. Ma io non condivido la premessa da cui partono. Penso infatti che il problema principale che dobbiamo risolvere non sia quello di liberarci di Berlusconi. Il nostro obiettivo di fondo è cambiare l’Italia. Per conseguirlo, ci vuole un progetto che sconfigga definitivamente Berlusconi sul terreno del cambiamento del Paese. Se noi pensiamo di liberarci di Berlusconi attraverso la manovra politico-parlamentare, Berlusconi si riproporrà “più forte e più grande che pria”. È ancora molto forte, anche se è vero che la sua crisi è cominciata. Berlusconi ha vinto perché ha convinto una grande quota di elettori di essere un agente della modernizzazione del Paese. Le televisioni, i mass media? Sì, ma non avrebbe vinto solo con questo pur potente armamentario. Ha vinto perché ha promesso credibilmente – in ogni caso, più credibilmente di noi – un’ipotesi di cambiamento del Paese. Noi, ci descrive come il vecchio. Ora, degli ultimi 10 anni, ne ha governati ben 8. Il cambiamento promesso non è avvenuto. Nelle ultime Politiche i cittadini gli hanno dato 100 deputati in più e 50 senatori in più. Ora sta farfugliando di elezioni anticipate. Insomma, va bene la tattica, ma andiamo alla sostanza: Berlusconi non è stato e non è in grado di realizzare il cambiamento che ha promesso. Qui c’è lo spazio dell’iniziativa dei progressisti. Quella che si sviluppa sul piano strategico. La tattica, quella, la si vede dopo. Certo che a noi interessa che si acceleri la crisi del Governo Berlusconi. Ma cosa possiamo prevedere? La crisi subito, tra sei mesi, tra un anno? Non lo so. Una cosa è già sicura: la coalizione che ci governa non è più quella che ha vinto le elezioni, si è articolata e quindi somiglierà ogni giorno di più all’Unione 2006-2008. Conosceranno un pò del nostro calvario. Non avranno più capacità di decidere su questioni cruciali, perchè si paralizzeranno reciprocamente. Qui deve intervenire la nostra sfida riformista. Sulle cose da fare per cambiare il Paese. Poi, se c’è da fare una scelta tattica, se ci sono le condizioni per un governo tecnico, di transizione, benissimo. Quest’estate, abbiamo parlato solo di tattica, di Tremonti, di Fini, di Casini e di Vendola. Di improbabili Comitati di tutti quelli che sono contro Berlusconi. Così facendo, abbiamo completamente oscurato l’obiettivo strategico: cambiare l’Italia, su di un progetto serio. È chiaro che questo produce l’estrema debolezza del nostro rapporto con il Paese. E’ qui che nasce la nostra difficoltà. Non nella capacità o incapacità di tenere dietro le manovre di questo o di quello. Di cui pure dobbiamo tenere conto. Noi vogliamo rivoltare l’Italia come un calzino ed essere percepiti come soggetto politico capace di farlo. La prima giornata di questi lavori per me è stata straordinariamente interessante, soprattutto per merito di Nannicini e Funiciello, che l’hanno ideata e realizzata. I giovani che hanno parlato ci hanno detto dell’urgenza di questo radicale cambiamento. Ripartiamo dunque da questa domanda sull’esigenza o meno di un profondo cambiamento. Non è una domanda retorica, per il suo collegamento con la natura e la funzione del partito riformista. Se ci fosse la possibilità di delineare un futuro accettabile per il Paese attraverso una strategia di adattamento/aggiustamento ai margini, come quella che si è seguita tante volte in passato, allora del partito “alfa” – secondo la definizione che ne ha dato Petruccioli – non ce ne sarebbe bisogno. Si potrebbero fare cose buone per il Paese anche senza un partito dotato di grande potenza riformatrice e a vocazione maggioritaria. Il problema è che Nannicini, Rossi e tutti gli interventi del venerdì ci hanno detto il contrario. Ichino ci ha detto che se non apre le porte all’innovazione, perchè abbiamo paura che arrivi l’innovazione cattiva, il Paese declina perchè non cambia. Se noi teniamo chiuse le porte, per esempio, nel campo delle relazioni sindacali, perchè c’è un rischio di innovazione cattiva, noi ci mettiamo fuori gioco. I cittadini lo capiscono e ci considerano conservatori. Nannicini, Rossi, Ichino, Zanella hanno dunque concluso: se non c’è un’innovazione radicale, il Paese non ha una prospettiva. Rossi lo ha fatto in modo convincente e originale, usando i centimetri di altezza delle persone durante alcune fasi della storia dell’umanità. Ha dimostrato che l’idea del progresso lineare è una colossale sciocchezza: è possibile regredire pesantemente; e all’inizio il processo di declino è lento (durante la rivoluzione industriale l’altezza media dei cittadini del regno Unito non è diminuita da un anno all’altro; decenni di condizioni igieniche e di alimentazione peggiori, hanno agito prima impercettibilmente, poi via via, in modo più devastante), ma diventa poi molto rapido.
Dunque abbiamo assoluto bisogno di cambiamento. Ma, questo partito “alfa” che lo può realizzare, c’è? La risposta che viene dal confronto di questi tre giorni è netta: no. Non c’è ancora. Naturalmente, questo non oscura la novità: ora abbiamo un soggetto unitario del riformismo, un contenitore, il Partito Democratico. E’ una svolta rispetto alla storia del riformismo italiano: prima del PD, i riformisti si raccoglievano in partiti diversi, che si combattevano tra di loro, e non erano in grado di raggiungere la massa critica per vincere, nel loro campo, la competizione con la sinistra conservatrice e massimalista. Ora, i riformisti si sono finalmente messi in una condizione diversa. E questa novità è comunque di enorme significato, anche in una situazione di crisi politica come quella che il PD attraversa (Macaluso: c’è il crollo di quegli altri, e però c’è un'”impotenza” dei riformisti). Se ragioniamo così, vediamo bene quanto sia assurda o strumentale questa campagna che tende ad attribuirci l’intenzione di mettere in mora l’unico vero frutto della nostra battaglia decennale: il PD come partito di tutti i riformisti. Noi per farlo, il PD, abbiamo dato una battaglia di lungo periodo, scontando in partenza che nel partito avremmo potuto, essere minoranza. Eravamo infatti ben consapevoli della difficoltà del duplice compito dei riformisti italiani: non solo cambiare le politiche della sinistra, ma costruire il soggetto politico funzionale al loro disegno. Ci abbiamo messo molto più tempo del necessario, però siamo arrivati in porto. È chiaro che non abbiamo nessuna intenzione di smontare l’unico risultato ottenuto. Ma non c’è dubbio che quello che resta da fare è il pezzo di strada più arduo. Perchè va sciolto il nodo della cultura politica del centrosinistra. L’intervento di Mancina, in particolare , suggerisce che io ora eviti di ripetere male quello che lei ha detto bene. Ma questo è il nodo. Con tutte le ovvie ricadute, anche sotto il profilo programmatico.
Nannicini si è posto un ulteriore problema: se ci fosse, questo partito (e noi lavoriamo perchè ci sia), nella società troverebbe un “blocco sociale” su cui far leva? Penso che la nozione di “blocco sociale” sia impropria, perchè figlia di un’interpretazione statica del conflitto sociale. Un pò quella di “Patto dei produttori”. Ma non è questo il punto. Nella società italiana ci sono forze almeno potenzialmente organizzabili su quel progetto di cambiamento che Nannicini ci ha proposto con tanta lucidità? La risposta di Nannicini la condivido, perchè opposta a quella che mi ha dato un collega molto autorevole qualche giorno fa. Avendo ascoltato un mio intervento nel quale dicevo più o meno le cose trovate scritte nell’articolo su Europa che vi è stato distribuito, mi ha detto: il tuo ragionamento sui cambiamenti necessari è giusto, ma nella società italiana le energie per fare quelle cose lì non ci sono più. Ecco, io non sono d’accordo. Le energie ci sono. Perchè, come ha detto Nannicini, per la prima volta in questa fase ormai troppo lunga di transizione, c’è una crescente capacità di avvertire, in aree sociali, in aree territoriali, in generazioni, i costi del mancato cambiamento. Questa è una risorsa decisiva per noi. Costi non solo economici. Pensate ai costi che i lavoratori italiani stanno sopportando per il mancato cambiamento delle regole della contrattazione e del conflitto sociale/redistributivo. Costi enormi: hanno i salari peggiori d’Europa, in un contesto nel quale la produttività cala e il costo del lavoro è relativamente alto. Un disastro. Pensate alla situazione di tanti pubblici dipendenti che stanno pagando un elevatissimo costo, in termini di fiducia in se stessi. Avvertono che un numero crescente di loro concittadini pensa che sono dei parassiti, per finanziare i quali i produttori vengono “espropriati”. Ci sono milioni di lavoratori dipendenti pubblici che sono persone che amano il loro lavoro e vorrebbero farlo bene. Non ci riescono perchè l’intera macchina della Pubblica Amministrazione dovrebbe essere riorganizzata secondo un nuovo sistema di incentivi. Su questi noi dobbiamo contare. Non c’è un “blocco sociale” dell’innovazione che comprende tutti i dipendenti pubblici. Ma, dentro l’area dei dipendenti pubblici, ce n’è una parte molto grande, certamente maggioritaria, disponibile ad impegnarsi e a sostenere il progetto di cambiamento radicale della Pubblica Amministrazione che noi dobbiamo saper proporre. Questi lavoratori oggi sentono il peso del mancato cambiamento.
Come selezionare, prosegue Nannicini, queste forze? Come li individuiamo, i rami che sono verdi, ma stanno “dentro” la pianta e debbono essere recisi se vogliamo che la pianta cresca verso l’esterno? I potatori bravi non sono quelli che si limitano a togliere i rami secchi. A quello, sono capaci tutti. Il difficile viene quando c’è un ramo verde, ma tu lo tagli perchè vedi che non è utile al tuo disegno di pianta. Allora sei un potatore bravo. Come le selezioniamo, le forze sociali? Sulla scorta di una “visione”: quella di una nuova, grande alleanza tra le persone che vogliono il cambiamento, perchè ne hanno bisogno, in quanto troppo povere, troppo ignoranti, troppo prive di relazioni per potersi “vedere” nel futuro, e le persone che hanno qualcosa, che hanno molte relazioni, che sanno molte cose e che, desiderando il cambiamento, sono in grado di progettarlo e guidarlo. E’ questa nuova alleanza tra meriti e bisogni quella che ci dà la visione per selezionare le forze alle quali rivolgerci, con fiducia, per cambiare l’Italia.
Infine, se è vero che il cambiamento è indispensabile. Se è vero che il partito che può progettarlo e guidarne la realizzazione non c’è ancora oggi, ma ci potrebbe essere domani. Se è vero che nella società ci sono forze su cui contare e che desiderano questo cambiamento, resta un’ultima questione. Ci vuole l’organizzazione politica – dice Petruccioli, ripreso da Mancina – funzionale a questo disegno. Non un'”adesione alla società” per copiarla e difenderla così com’è, ma esattamente per la ragione opposta. Un partito che si organizza selezionando le forze in nome di un progetto di cambiamento radicale, certe forze le rappresenta e altre le contrasta. Perchè le resistenze a questo tipo di cambiamento sono molto forti.
In questo contesto, dobbiamo affrontare anche la questione della leadership. Anche su questo tema, dobbiamo pretendere ed imporci coerenza. Lo ha detto Ceccanti in termini che condivido. Perchè continuo a difendere l’idea che il Segretario del PD deve essere il candidato Presidente del Consiglio? Perchè voglio il partito “alfa”, cioè il partito a vocazione maggioritaria, portatore di un radicale progetto di cambiamento del Paese, che seleziona gli alleati in base a quel progetto. In un articolo scritto prima che iniziasse il Congresso del PD mi rivolsi inutilmente ai due candidati con probabilità di vittoria, per sollecitarli a chiarire la loro posizione sul punto. Perchè non è una questione formale, da Statuto, come qualcuno ha detto e scritto. Questo è un punto che riguarda la funzione politica del PD. Reichlin mi ha insegnato, in tanti anni di discussione, che un partito è la sua funzione politica. La funzione politica del PD è essere il partito “alfa”? Allora il suo leader è il Candidato Presidente del Consiglio. Il PD è invece il regista della costruzione di alleanze, con altri 4-5 partiti, per l’accomodamento del Paese? Cioè, non è un partito “alfa”? Allora, non ha senso sostenere che il Segretario è il candidato Presidente del Consiglio della coalizione. Non è una fissazione di Morando. È un ovvietà: o/o non e/, . Siamo in grado di produrre una svolta politica nella concezione che il PD nel suo complesso – in primis la sua maggioranza e il suo Segretario – hanno della funzione politica del PD? Benissimo, allora l’identificazione delle due figure è indispensabile. Salvo vedere se, prima della competizione elettorale, ci vorrà un appuntamento interno per una competizione sulla leadership. Ma non si può pretendere l’identificazione leader/premier senza sostenere la funzione politica che le è consustanziale. Penso che uno sforzo di chiarificazione si imponga. Per contribuirvi con sincerità e in piena responsabilità, dobbiamo prendere atto che, per ora, nel PD è prevalsa una linea politica molto diversa da quella lungo la quale si è mossa la discussione di questi giorni. Ma la prospettiva è aperta, ed è ancora perfettamente possibile che la maggioranza del PD faccia propria questa strada. La nostra sarà, dentro e fuori il PD, una battaglia politica chiara, trasparente, onesta. Da parte di persone che, sanno che senza il PD, non rimarrebbe alcuna possibilità di successo, per i riformisti.
Finisco ringraziandovi di questi tre giorni e dandovi appuntamento per il prossimo anno. L’assemblea 2011 è fissata per il 30 settembre, 1 e 2 ottobre.

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