Come lo stato ci ha reso individualisti


(carina la prima parte dell’articolo)

GIUSEPPE DE RITA: “L’ORGOGLIO CHE MANCA A UN PAESE SMARRITO”.

L’attuale dibattito sociopolitico sembra caratterizzato da una sottile ma perfida divaricazione: da una parte ci si affanna a ragionare di assetti e contrasti istituzionali, dall’altra ci si applica a ragionare di crisi e/o di ripresa del sistema economico e occupazionale. Nessuno si azzarda a capire e gestire l’intreccio fra i due diversi mondi, che vengono quindi lasciati alle loro culture specialistiche, sempre molto chiuse in se stesse. La crisi attuale è invece contemporaneamente istituzionale ed economica: siamo infatti un Paese senza tensione in avanti e senza obiettivi di futuro, perché non ci sono soggetti istituzionali ed economici capaci di immaginarli e proporli alla collettività. E la cosa lascia orfano un sistema che per molti anni, e pur con tante ambiguità, è cresciuto per impulso congiunto di «governo e popolo», di intreccio cioè fra responsabilità pubbliche e vitalità dei soggetti sociali. Non possiamo infatti dimenticare che la nostra crescita dal 1945 agli anni Settanta ha avuto al centro lo Stato, da molti (quorum ego) definito come «il soggetto generale dello sviluppo», teso a fare impresa pubblica, intervento straordinario nel Sud, allargamento totalizzante delle coperture sanitarie, scolastiche, previdenziali; liberando con ciò le energie vitali dei vari soggetti sociali. Quelle energie che negli anni Settanta hanno cambiato la dimensione soggettuale dello sviluppo, via via diventato uno «sviluppo a tanti soggetti» (economia sommersa, piccola imprenditorialità, lavoro autonomo, localismo e distretti). Uno sviluppo segnato da una logica molecolare, molto egoista, che non aveva grande attenzione alle condensazioni di sistema, ma che era molto molto attento a sfruttare al massimo le risorse pubbliche, sollecitando una grande espansione della spesa pubblica (e dell’evasione fiscale, è la stessa cosa). Lo Stato a quel punto ha finito per perdere il suo generale ruolo di impulso, diventando regno «inerme ma pagatore». Questa connessione, un pò al ribasso in verità, fra responsabilità (e furbizie) pubbliche e private è stata molto criticata. Ma va ricordato che è stata la sua tenace sopravvivenza a garantirci l’altrettanto tenace resistenza del sistema alle diverse crisi degli ultimi dieci anni. Si pensi solo a quanto nella crisi 2008-2009 abbia giocato il pragmatico ridisegno dell’azione pubblica (conti in ordine e sostegno dell’occupazione) e della vitalità molecolare (sviluppo delle medie imprese e trasformazione dei distretti). I suoi critici hanno comunque avuto buon giuoco quando è apparso evidente che non bastano gli aggiustamenti interni per fronteggiare la progressiva esplosione della globalizzazione come nuova modalità e nuovo nome dello sviluppo. Di fronte ad essa infatti ci ritroviamo in una situazione difficile, perché i vecchi soggetti non bastano a fronteggiare il respiro mondiale dei nuovi processi competitivi; ed allora ci affanniamo tutti a individuare i nuovi e affidabili protagonisti soggettuali del nostro sviluppo:ci sono i talebani del primato del mercato pur se scottati dalle vicende delle ultime crisi planetarie; ci sono gli aedi dei big-players, di strutture cioè che dovrebbero essere dimensionalmente coerenti con la globalizzazione; ci sono i sostenitori delle responsabilità delle varie sedi soprannazionali, dal G20 ai fondi e banche di rilievo mondiale; abbiamo le istanze a far crescere i poteri degli organismi europei; ci sono gli entusiasti delle imprese e degli imprenditori a vocazione apolide, fuori dai condizionamenti sociali e nazionali; c’è tutta la selva di strutture e di professionisti che assistono le imprese nelle loro avventure internazionali; c’è addirittura un ritorno di fiamma degli Stati sovrani, obbligati a salvare i propri conti oltre che a salvare banche e aziende. Ognuna di queste nuove soggettualità ha grande appeal d’opinione, tanto che tutti in fondo ne parlano. Ma nei loro confronti non cresce la fiducia collettiva (chi si fida, nella provinciale gente italiana, dei raffinati apolidi o delle patinate riunioni europee?); anzi è sensazione comune che lo sviluppo planetario dei prossimi anni sia un campo piatto (dove sono azzerate le variabili di tempo e di spazio) in cui si agitano troppi soggetti, nessuno dei quali sovraordinato agli altri. Tutti sono impiccati ad una logica di pura particolaristica sopravvivenza, senza intenzionalità e quindi senza capacità di indurre speranze e mobilitazioni collettive. Avrebbero, a pensarci bene, bisogno di istituzioni capaci di supplire a tali loro oggettive carenze. Per questo la politica se è ancora arte dell’intenzionalità, della speranza e della mobilitazione collettiva, dovrebbe cogliere l’opportunità di mettere in moto una fase di nuova soggettualità dello sviluppo italiano, mettendo insieme impegno economico e impegno istituzionale. In questo impegno va disegnata la priorità degli affidamenti da dare ai tanti suoi soggetti di globalizzazione sopra richiamati; va ridisegnato il ruolo dello Stato, creando un’armatura pubblica più leggera e più capace di intenzionalità. Va ridisegnata la struttura del modello molecolare, rinforzando realisticamente quel che c’è, cioè il tessuto di base ed intermedio delle piccole e medie imprese. Non sarebbe male se nel ricco panorama di sedi istituzionali ed economiche che popolano l’Italia ce ne fosse una che si offrisse come sede di confronto e convergenza di un lavoro così importante. Ed essenziale, se vogliamo coltivare, senza retorica, un po’ di orgoglio nazionale.

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