Breve critica di alcune tesi del Documento preparatorio della settimana sociale


di Giovanni Bianco

1. Nello sviluppare alcune brevi riflessione su taluni aspetti rilevanti del Documento preparatorio per la 46a settimana sociale dei cattolici italiani ritengo sia importante riuscire a cogliere sia i contenuti più interessanti e condivisibili del testo sia quelli più controversi e confutabili.

E’ di sicuro da apprezzare il tentativo di offrire una lettura ragionata e ben calibrata della globalizzazione, al di là della crisi (introduzione del documento). Tuttavia manca, secondo il mio sommesso parere, un’adeguata analisi critica dei limiti e dei difetti della globalizzazione stessa, dell’economia mercantilista globale, dominata da poche multinazionali e forti poteri economico-finanziari (sul punto mi limito a rinviare ad alcuni importanti autori, tra cui Danilo Zolo e Bockenforde, ed a quanto scritto nel “Manifesto della sinistra cristiana” del 2008, in cui si parla delle “mani invisibili del mercato”).

2. Resto, inoltre, perplesso per il discutibile tentativo di collocare la valorizzazione del principio di solidarietà oltre lo Stato, in un assetto “poliarchico” in cui viene meno il ruolo di indirizzo di quest’ultimo. Sull’argomento ritengo sia opportuno ricordare l’importanza dell’insegnamento di Giuseppe Dossetti, la sua bella e tuttora attuale relazione su “Funzioni e ordinamento dello Stato moderno”, presentata ad un Convegno di studi dell’Unione giuristi cattolici che si tenne il 12 novembre 1951. Orbene, in essa è scritto, tra i numerosi plessi tematici di notevole spessore, che i cattolici non devono avere paura dello Stato, in essa si sostiene sostanzialmente un’idea di Stato pluralista ed interventista nella sfera economico-sociale, rispettoso del ruolo delle formazioni sociali ma promotore di politiche volte a realizzare scopi di eguaglianza sostanziale e di giustizia sociale.

Ed anche il personalismo di Moro era concepito nello Stato e non contro o al di fuori di esso (v.le “Lezioni di filosofia del diritto” del 1944 ed i contributi, tra i tanti, del Campanini sul tema).

Questo è a ben vedere ciò che afferma la Costituzione del 1948, negli artt.2 e 3, comma secondo, che riconosce tra i suoi principi fondamentali quello della solidarietà e del pluralismo sociale, entro l’assoluta priorità dei diritti inviolabili della persona, ma nell’ambito del ruolo attivo della “Repubblica”, dei pubblici poteri, per attuare l’eguaglianza sostanziale o materiale, il processo di pareggiamento sociale, scopo principale dello Stato sociale di diritto.

Il documento in discussione al riguardo è insoddisfacente. Dossetti non è neppure citato, si richiama, viceversa, il Don Sturzo liberista degli anni cinquanta, quello spiccatamente antistatalista e con cui entrò anche in polemica Giorgio La Pira.

Così come, inoltre, la corretta evidenziazione dell’importanza del principio di sussidiarietà, nella sua portata “verticale ” e “orizzontale”, non può spingere alla confutazione del concetto di “corpi intermedi” tra la persona e lo Stato. Il pluralismo sociale ed economico sprovvisto di un “potere sovraordinato”, anche in grado di fornire criteri guida e di programmazione dello sviluppo socioeconomico, rischia di trasformarsi in “competizione” o “conflitto” privo di “un’opera di incessante composizione”, per riprendere le parole del testo in considerazione, finisce con il penalizzare i ceti meno abbienti. Penso, a tal proposito, ancora ai principi fondamentali della Costituzione, soprattutto a quello tra di essi più innovativo, alla menzionata eguaglianza sociale o dei punti di partenza, alla necessità che esso fosse gradualmente realizzato, secondo gli auspici dei migliori costituenti, e cito Basso, La Pira e Calamandrei, pur con le imprevedibili oscillazioni delle future maggioranze politiche, in un contesto sociale “plurale”, ma pure teleologicamente indirizzato da un potere sovrano sovraordinato per favorire la migliore attuazione del bene comune.

Per cui dal testo su cui si discute è evincibile un’attenta ma non accettabile rivisitazione neoliberale dei contenuti della dottrina del pluralismo cattolico, i cui profili più importanti sono proprio la messa in discussione della funzione e del significato dei “gruppi intermedi”, delle formazioni sociali e l’assenza di una corretta evidenziazione delle aporie e dei limiti del sistema economico capitalistico. Limiti che devono spingere ad un difficoltoso conseguimento di un equilibrio – necessariamente dinamico e potenzialmente instabile, specie nel tempo della accennata globalizzazione economica – tra gli interessi privati ed il benessere economico collettivo; tra l’economia di mercato ed i c.d. “fattori di equilibrio esterni” rispetto al mercato stesso, determinati e garantiti dallo Stato. Questo, a ben vedere, significa, con altro linguaggio, utilizzare, aggiornandoli, i presupposti dell’economia sociale di mercato (del c.d. “modello renano”) e del compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro,che mantiene una sua indiscutibile attualità.

3. Peraltro, trovo anche confutabile che i redattori del documento citino Locke ma non, ad esempio, Rosmini. Mi preme ricordare la polemica di quest’ultimo con Melchiorre Gioia, che definì “un ciarlatano” e le cui tesi liberiste furono oggetto di una convincente critica nella “Politica prima”, opera del 1822, in cui si rifiuta un’impostazione edonistica della felicità ed è scritto che “la felicità pubblica”, contrariamente a quanto affermato dal Gioia, non si realizza aumentando la produzione di beni a disposizione dei singoli cittadini.

Inoltre, merita di essere pure menzionata la “Costituzione civile secondo la giustizia sociale” del filosofo roveretano. In questo progetto di Costituzione, che fu condannato nel 1849, insieme all’opera “Delle cinque piaghe della Chiesa”, dalla Congregazione dell’Indice, si sviluppa una concezione dello Stato ben diversa dalla filosofia politica liberale di Locke e dal pensiero giuridico e politico di Montesquieu perchè “la giustizia” è posta al di sopra dei poteri dello Stato e delle Camere, e, dunque, delle leggi, le quali devono perciò essere conformi ai “superiori fini della giustizia”, oltre che alla volontà degli uomini eletti in Parlamento ( e questa è un’indubbia novità rispetto ai principi della Rivoluzione francese del 1789), proprio per rendere effettivo il bene comune.

Orbene, nel Documento in considerazione è presente un indubbio sforzo di valorizzazione del solidarismo cattolico, però suscita dubbi un’idea di “poliarchia” che rischia di ridurre lo Stato, pur attualmente in crisi ed i cui compiti vanno comuque adattati all’attuale contesto storico, anzitutto per gli accennati fenomeni economici globali, a “guardiano notturno”, per citare una nota definizione del filosofo tedesco Von Humboldt, o ad “animale domestico”, per riprendere una felice locuzione del costituzionalista tedesco Denninger; e la democrazia ad un sistema dominato dai soggetti sociali economicamente più forti ed egemoni, nel quale il potere politico e la politica sono del tutto marginali.

(Il presente testo riproduce, nelle linee essenziali, l’intervento programmato tenuto al Convegno organizzato dall’associazione di cultura politica “Libertà eguale”, il 20 maggio 2010,nella “Sala conferenze del Pd” a Roma, su “La cultura politica democratica e la sfida del bene comune: società e istituzioni”)

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