BENEDETTO XVI E NEWMAN – Il filo della coscienza


Angelo Bottone
docente di filosofia allo University College Dublin e alla Dublin Business School
autore per le “Edizioni Studium” di “John Henry Newman e l’abito mentale filosofico”

Martedi 14 Settembre 2010
BENEDETTO XVI E NEWMAN – Il filo della coscienza
Uniti dalla forte passione per la verità
La decisione di presiedere personalmente alla cerimonia di beatificazione del cardinale Newman conferma la stima che il Santo Padre ha sempre nutrito nei confronti del celebre convertito inglese. Papa Benedetto XVI ha cominciato ad apprezzare Newman nel 1946 quando, da studente di teologia nel seminario della Diocesi di Frisinga, ebbe come prefetto Alfred Laepple che in quel periodo stava lavorando su una dissertazione dedicata alla teologia della coscienza in Newman. Erano gli anni successivi alla dittatura nazista ed il giovane Ratzinger racconta che l’amicizia con Laepple gli permise di scoprire gli insegnamenti di Newman sul primato della coscienza del singolo. Ratzinger leggeva Newman nelle traduzioni tedesche di Theodor Haecker, anch’egli convertito, le stesse traduzioni che qualche anno prima avevano influenzato i membri della Rosa Bianca nella loro opposizione al nazismo.
Newman intende la coscienza sia come senso morale, ossia ciò che ci fa distinguere il bene dal male, che senso del dovere, ossia ciò che ci spinge a fare il bene. In diverse sue opere egli descrive con insuperabile suggestione la voce del foro interiore che ci guida, ci induce a scegliere alcune cose e ad evitarne altre. Newman era così convinto del potere autorevole della coscienza da considerarla la migliore prova dell’esistenza di Dio poiché una legge interna testimonia un legislatore esterno. In uno dei sermoni predicati a Dublino egli afferma: “Questa Parola a noi interna, non solo ci istruisce fino ad un certo punto, ma fa sorgere necessariamente nei nostri animi l’idea di un Maestro, un Maestro invisibile e nella misura in cui ascoltiamo quella Parola, e la utilizziamo, non solo impariamo di più da essa, non solo i suoi dettati ci appaiono più chiari e le sue lezioni più ampie e i suoi principi più coerenti, ma il suo stesso tono diventa più forte e più autorevole ed obbligante.”
La legge morale rimanda ad un ordine che ci precede, che non creiamo noi stessi e che pertanto richiede un autore. Questo autore non è un principio astratto ma una persona, è un maestro che ci parla nel segreto del cuore. Ciò che ci è più intimo è anche ciò che ci apre alla trascendenza. La coscienza pertanto possiede secondo Newman un valore inestimabile, essa è infatti il legame tra la creatura ed il Creatore. Nel discorso introduttivo ad un simposio su Newman del 1990 l’allora cardinale Ratzinger, ricordando gli anni della sua formazione teologica, scrive: “Era un fatto per noi liberante ed essenziale sapere che il «noi» della Chiesa non si fondava sull’eliminazione della coscienza ma poteva svilupparsi solo a partire dalla coscienza. Tuttavia proprio perché Newman spiegava l’esistenza dell’uomo a partire dalla coscienza, ossia nella relazione tra Dio e l’anima, era anche chiaro che questo personalismo non rappresentava nessun cedimento all’individualismo, e che il legame con la coscienza non significava nessuna concessione all’arbitrarietà – anzi che si trattava proprio del contrario.” Nello stesso testo Ratzinger sottolinea come la coscienza spinga ad obbedire alla verità oggettiva e, proprio perché uomo della coscienza, Newman seguì i suoi dettami fino alla difficoltosa scelta della conversione, “dagli antichi legami e dalle antiche certezze dentro il mondo per lui difficile e inconsueto del cattolicesimo”.
La questione particolarmente delicata del rapporto tra coscienza ed autorità venne trattata da Newman in uno dei suoi ultimi lavori, la Lettera al duca di Norfolk pubblicata nel 1875 come risposta alle accuse di William Gladstone, un importante politico liberale che fu più volte primo ministro. Gladstone sosteneva che, particolarmente dopo la dichiarazione del Concilio Vaticano I riguardante l’infallibilità papale, i cattolici inglesi si trovavano ad essere fedeli a due autorità tra loro incompatibili, ossia al Papa e alla regina. I cattolici erano diventati cittadini inaffidabili perché guidati da una potenza straniera e avevano rinunciato alla loro coscienza in quanto obbligati dalle scelte di un singolo.
Newman rispose spiegando qual è l’uso appropriato dell’autorità papale, chiarendone i limiti e anche le forme di dissenso ammesse dalla dottrina cattolica in circostanze eccezionali. Uno dei capitoli della lettera è dedicato proprio ad una dettagliata analisi delle caratteristiche della coscienza secondo la tradizione cattolica. Newman parla di quello che oggi chiameremmo relativismo morale: “La coscienza ha dei diritti perché ha dei doveri; ma al giorno d’oggi, per una buona parte della gente, il diritto e la libertà di coscienza consistono proprio nello sbarazzarsi della coscienza, nell’ignorare il Legislatore e Giudice, nell’essere indipendenti da obblighi che non si vedono. … La coscienza è una severa consigliera, ma in questo secolo è stata rimpiazzata da una contraffazione, di cui i diciotto secoli passati non avevano mai sentito parlare o dalla quale, se ne avessero sentito, non si sarebbero mai lasciati ingannare: è il diritto ad agire a proprio piacimento.”
Newman mostra poi che secondo l’insegnamento tradizionale della Chiesa nessuno può essere obbligato ad agire contro la propria coscienza. Risponderà a Dio chi è colpevole dell’errore che avrebbe potuto evitare ma, se ritiene sinceramente che quella sia la verità, deve operare di conseguenza. La coscienza però non è una semplice opinione personale ma la doverosa obbedienza alla voce divina che parla in noi. In tal senso va interpretata un’espressione tanto celebre quanto fraintesa che appare alla fine della Lettera al duca di Norfolk: “Certamente se io dovessi portare la religione in un brindisi dopo un pranzo – cosa che non è molto indicato fare – allora io brinderei per il papa. Ma prima per la coscienza e poi per il papa”.
A fondamento dell’autorità c’è l’obbedienza alla verità oggettiva e, quando il senso morale viene meno, l’autorità stessa diventa tirannia perché si fonda sull’opinione e non su un ordine che ci precede. Nel proporre questo ipotetico brindisi Newman sfidava Gladstone a brindare a sua volta prima per la coscienza e poi per la regina, ossia mostrava che i cattolici inglesi potevano essere fedeli tanto al Papa quanto alla corona perché la loro obbedienza riguardava innanzitutto la voce divina che si esprime nella coscienza, senza la quale verrebbero meno tanto i doveri civici che quelli religiosi.
Nel discorso già ricordato il cardinale Ratzinger scriveva: “Da Newman abbiamo imparato a comprendere il primato del Papa: la libertà di coscienza non si identifica affatto col diritto di «sbarazzarsi della coscienza, di ignorare il Legislatore e il Giudice, e di essere indipendenti da doveri che non si vedono». In tal modo la coscienza, nel suo significato autentico, è il vero fondamento dell’autorità del Papa. Infatti la sua forza viene dalla Rivelazione, che completa la coscienza naturale illuminata in modo solo incompleto, e «la sua raison d’être è quella di essere il campione della legge morale e della coscienza»”.
In Newman, quindi, il futuro papa trovò alcuni principi che ancora oggi rappresentano i cardini del suo insegnamento: la critica al relativismo e la coscienza come fondamento dell’autorità politica e religiosa.

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